sabato 18 settembre 2010

Carceri: ancora un suicidio


Otto righe. Otto righe di agenzia: tanto vale la vita di una persona. Certo: si trattava di un detenuto; un detenuto in libertà vigilata. Aveva cinquant’anni. Chissà, magari era pure un delinquente incallito. I carabinieri gli dovevano notificare un nuovo ordine di arresto, per una rapina nell’astigiano. Colpevole o no che fosse, quest’uomo, di cui l’agenzia non fornisce neppure le iniziali, in carcere proprio non ci voleva proprio tornare. Prima ha minacciato di far saltare per aria il condominio in cui viveva, a Torino. Poi, dopo una lunga trattativa per farlo desistere, ha pensato bene di farla finita tagliandosi le vene dei polsi. Nella sua abitazione i carabinieri hanno trovato alcune lettere, in cui l’uomo spiegava che preferiva farla finita, piuttosto che tornare in cella.

Quanti sono i detenuti che si sono tolti la vita, solo quest’anno? Quarantaquattro in cella; ma sono di più: il suicida di Torino non viene messo in conto, perché non si è suicidato all’interno di una struttura carceraria; dunque non viene censito; non sono censiti neppure quei detenuti che tentano di suicidarsi, ma non ce la fanno subito, e muoiono dopo essere stati portati in ospedale. Ma quand’anche fossero “solo” quarantaquattro, sono sempre una cifra enorme.

Non ci si stancherà mai di sostenere che anche quando il detenuto si toglie la vita, si tratta comunque di omicidio: perché quando un cittadino, non importa per quale ragione, si trova dentro una struttura dello Stato, sia esso un carcere o una cella di sicurezza dei carabinieri o della polizia, e viene privato della sua libertà, proprio per questo lo Stato si fa massimamente garante della sua incolumità fisica e psichica. Poi ci sono i tentati suicidi, sventati per la pronta reazione degli agenti di polizia penitenziaria. Sono centinaia; e ci sono anche molti suicidi tra gli stessi agenti, che vivono la stessa vita di chi hanno il compito di sorvegliare, e anche loro patiscono le stesse frustrazioni, gli stessi logoramenti. Drammi, tragedie quotidiane, che si consumano tra l’indifferenza di chi può e deve, e non fa nulla; e quando fa qualcosa fa male, e peggiora la situazione. Ogni riferimento al ministero della Giustizia è voluto.

Da Firenze un’iniziativa che piace segnalare, perché può costituire una preziosa e utile indicazione anche per altri sindaci; e magari sarà un’iniziativa simbolica, ma anche i simboli, i gesti contano e possono incidere. Si parte da una premessa: che il sindaco di una città rappresenta tutti gli abitanti del suo territorio: anche e soprattutto quelli che, come i detenuti, non hanno il diritto di scegliere dove risiedere; e che tra i compiti del sindaco c’è anche quello di assicurare e tutelare la salute e l’igiene pubblica; proprio per questo il sindaco ha il potere di emanare ordinanze “contingibili ed urgenti” – così pare siano definite – in caso di pericolo imminente. Facendosi forte di questa facoltà, l’ufficio preposto del gabinetto del sindaco di Firenze Matteo Renzi ha preso carta e penna e scritto all’amministrazione penitenziaria del locale carcere di Sollicciano: intimando a porre fine ai gravi problemi che rendono il penitenziario invivibile per agenti di custodia e detenuti: trenta giorni di tempo per intervenire e risolvere la questione. Poi il comune procederà a termini di legge. Trattandosi di Sollicciano, che non è esagerato definire un luogo di tortura di massa e permanente, a rigor di logica l’unico provvedimento possibile e coerente con quello che prevede la legge, dovrebbe essere il sequestro e la chiusura della struttura.

Naturalmente proprio perché è una cosa giusta, non se ne farà nulla. Però è comunque importante che il comune di Firenze abbia preso questa iniziativa. E sarebbe importante che molti altri sindaci nel cui territorio sorgono carceri in condizioni inaccettabili, assumessero e facessero loro questa iniziativa. Ancora più importante se fosse l’ANCI, l’associazione dei comuni d’Italia, a patrocinare la cosa.

Ci sono state già in passato analoghe iniziative, a Bologna, per esempio; ma prese in modo scoordinato, episodico; e per quanto riguarda il caso di Firenze-Sollicciano, c’è il precedente di un’ordinanza firmata dall’assessore Graziano Cioni e dal predecessore di Renzi, Leonardo Dominaci; un’ordinanza che, parola più parola meno sembra quella firmata ora da Renzi. Solo che è di quattro anni fa, il che sta a significare che nel frattempo non è cambiato nulla, e forse, anzi, è peggiorato qualcosa.


va.vecellio@gmail.com

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