Il bilancio del primo maggio lo si può sintetizzare in due scene diverse: un concerto megagalattico a Roma; la violazione dei diritti umani in Iran con l’impiccagione di Delara Darabi. Apparentemente sono due scene molto lontane tra loro, ma che si sarebbero dovute parlare. La scena di Roma è quella apparentemente più facile da decodificare: la musica, dice quella scena, si afferma come l’unico linguaggio universale e trasversale del nostro tempo, capace di muovere emozioni e di produrre immaginario. Probabilmente è davvero così. E allora chiediamoci. Perché nello scenario più massificato e collettivo dove parlare era possibile, dove in fondo era obbligatorio il riferimento ai diritti, non ha trovato parola, spazio, opportunità di affermarsi? E’ certo complicato e forse anche non piacevole pronunciare alcune parole nel momento dell’evasione, ma era importante trovarle ed era anche un modo per dire che la festa del lavoro conserva ancora un’ombra della cultura della domanda di diritti a cui deve la sua lunga storia. E allora forse è anche opportuno chiederci: che cosa rimane dopo, una volta svuotata quella piazza? Chi era lì, il giorno dopo dov’è? Che fa? In che relazione sta con il contenuto di quella giornata? Ha un rapporto quell’evento con quella giornata? In breve: che cosa passa per quella piazza nel corso di quel’evento e che cosa rimane dopo? Certo nei giorni di festa ha un valore in sé l’evasione, e un concerto vale anche per il fatto che non deve rendere conto a una logica della politica. In breve proprio perché non è una manifestazione, un concerto è uno spazio di libertà. Ma con il contenuto di quella giornata ha un rapporto? Oppure, più semplicemente, è un appuntamento nel calendario privo di contenuto? Non è una domanda banale, perché se è vero che nel tempo festivo ci deve essere una dimensione di sospensione, di vacanza, è anche vero che nel primo maggio da sempre si colloca una dimensione di proiezione di futuro in cui conta come si fa il bilancio del presente, come si prendono le misure rispetto ai mutamenti e alle trasformazioni avvenute nel tempo immediatamente trascorso e si prova a riflettere e a proporre qualcosa per l’immediato futuro. In quella piazza, oltre i suoni, e al di là del successo di pubblico, quella dimensione di responsabilità semplicemente non c’era. E’ così difficile da dire?
David Bidussa, storico sociale delle idee
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lunedì 4 maggio 2009
venerdì 1 maggio 2009
Lavoro
Primo maggio, festa dei lavoratori, ma anche di Aleftav che compie un anno. Auguri! Non avremmo scommesso di arrivarci, un anno fa, quando eravamo solo il rav Di Segni e io a scrivere il nostro pezzettino. Ora siamo in tanti, il compito è più leggero, eppure sento a volte la nostalgia di quando, sei mattine su sette, la mia prima preoccupazione era quella di comunicarvi qualcosa dei miei pensieri e del mio stato d'animo. Oggi, vorrei tanto ricordare che tra gli operai di Milwakee in sciopero per ottenere la giornata lavorativa di otto ore, uccisi dalla polizia nel 1886 e che la festa del 1 maggio commemora, c'erano anche operai ebrei polacchi, quegli ebrei che avevano cominciato ad emigrare negli Stati Uniti agli inizi degli anni Ottanta, che avevano portato nelle Americhe la loro volontà di trasformazione del mondo. Quegli operai ebrei che, a New York come nelle altre grandi città, lottarono, crearono sindacati ebraici, giornali, e fecero tutt'uno del loro lavoro, della loro identità ebraica, della loro spinta verso il cambiamento.
Anna Foa, storica
Anna Foa, storica
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