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giovedì 10 marzo 2011

March 10: Global Protests Underway for Tibet

Right now, on March 10th, Tibetans and Tibet supporters are taking action for Tibet. Rallies, freedom marches, candlelight vigils, and government lobbying initiatives are taking place around the world. From Sydney to London, Dharamsala to Taipei, and in more than 100 cities worldwide, the Tibetan flag is being raised to honor this important day.


Follow the action: http://www.march10.org/

As we commemorate the 52nd anniversary of the 1959 National Uprising in Tibet, it's important to reflect on how far the movement has come – from the first days in exile, Tibetans have built a truly global freedom movement.


It's also a critical time to prepare for the future. One of the most simple yet powerful ways you can contribute to the movement is to become a sustainer of Students for a Free Tibet by joining the Rangzen Circle.

Join hundreds of others who invest in the Tibetan freedom movement every month. A Rangzen Circle membership makes a tiny dent on your wallet and a huge difference for SFT. Your monthly gift provides us with reliable long-term funding to sustain and advance the movement for a free Tibet.

Sign up today and help us reach our goal of 100 new members by Monday, March 21:


http://sft.convio.net/site/Donation2?1640.donation=form1&df_id=1640

Rangzen is the Tibetan word for freedom, and the Rangzen Circle is an intimate group of Tibetans and supporters who make an exceptional contribution to the Tibet cause by giving a monthly donation to SFT.


A Rangzen Circle membership makes a tiny dent on your wallet and a huge difference for SFT. Your monthly gift provides us with reliable long-term funding to sustain and advance the movement for a free Tibet.

 Please also watch and share SFT's March 10th video

If you are already a Rangzen Circle member, thank you. Your support means the world to us. Please take a moment to forward this message to friends and loved ones so they can join this circle of freedom.


Thank you for everything you do for Tibet,
Tendor, Kate, Mary-Kate, Tendolkar, Stefanie and Tentsetan


TOP TEN REASONS TO SUPPORT SFT

Reason 10: SFT is youth

Our base of young Tibetans and supporters know change is possible. Young people have the passion, commitment, and inexhaustible energy to work for what they believe in.

Reason 9: SFT is nonviolent

We apply nonviolence theory and practice to our activism for Tibet because we believe it's the most effective way to achieve our goal. There is no better way to fight for peace than to promote nonviolence as a weapon.

Reason 8: SFT is grassroots

We're a network of students, Tibetans, activists, professionals, artists, volunteers, and many others working at the grassroots level to mobilize people power in a way that truly changes the course of history.

Reason 7: SFT is diverse

SFT’s membership is composed of Tibetans, Americans, Europeans, Indians, Chinese, Canadians, Australians, Japanese, Taiwanese, and dozens of other nationalities with diverse cultural backgrounds and political viewpoints -- because the goal of Tibetan freedom unites everyone.

Reason 6: SFT is global

We are everywhere. With members in more than 50 countries, chapters and networks in 35 countries, and offices in 4 countries, our constituency spans the globe.

Reason 5: SFT is cutting-edge

SFT's membership and leadership is made up of the most talented innovators, strategists, and visionary techies. We use the latest information technology and social media tools to successfully execute campaigns and actions that inspire Tibetans and directly challenge China’s control over Tibet.

Reason 4: SFT is about training

We invest in the next generation of Tibetan leaders and Tibet activists through our unique leadership training programs. Our Free Tibet! Action Camps and regional trainings help young leaders hone their skills to effectively lead strategic campaigns and non-violent actions for Tibet.

Reason 3: SFT is fun

We believe in hard work and in having fun. We emphasize the importance of humor and laughter in our work, so that freedom is not merely the destination but also the journey.

Reason 2: SFT is strategic

We think and plan before we act. Our leadership has the vision, experience, and strategy to develop and execute effective campaigns and actions.

Reason 1: SFT is for an independent Tibet

Ultimately, we believe that the social, economic, environmental, and cultural interests of the Tibetan people can only be truly safeguarded if Tibet is an independent nation. We know this goal is possible and will continue to work hard every to achieve it.

mercoledì 10 marzo 2010

Tibet, 10 marzo per non dimenticare


Il 10 marzo non è una data qualsiasi. Chi ha a cuore le sorti della libertà e dei diritti elementari nel mondo, e quindi è in grado di spingere il proprio sguardo al di là della punta del naso, non può ignorarla. Al contrario, dovrebbe tenerla bene a mente.


Cinquantuno anni fa, esattamente il 10 marzo 1959, Lhasa, capitale del Tibet, fu teatro di un’insurrezione popolare nei confronti dei militari cinesi che, tra il 1949 e il 1950, sotto la spinta del comunismo maoista, in flagrante violazione dei trattati internazionali e con i paesi occidentali colpevolmente troppo distratti, avevano invaso lo stato himalayano, instaurando sin dall’inizio un clima di terrore.


Lo stesso dittatore Mao Tsetung, nel corso delle celebrazioni svoltesi a Pechino per la nascita della Repubblica Popolare Cinese, aveva annunciato che il Tibet sarebbe stato strappato alle “forze imperialiste” e annesso alla Cina. E così accadde qualche mese dopo, dando inizio ad una tragedia che, con un pesantissimo fardello di sangue, morte, orrore, si è protratta sino ai giorni nostri.


Quel che da allora è avvenuto si può riassumere con un termine tanto veritiero quanto rabbrividente: genocidio.


Non si può altrimenti definire la riduzione di un popolo, nella propria terra, ad appena sei milioni rispetto a quasi nove milioni di cinesi. Non si può altrimenti definire l’impossibilità da parte dei tibetani di parlare e studiare, nel proprio paese, la propria lingua, di praticare il proprio credo, di sventolare la propria bandiera, di possedere in casa o di portare addosso anche solo un’immagine del Dalai Lama, leader spirituale e politico costretto a seguire la dolorosa via dell’esilio proprio nel 1959, in seguito alla feroce repressione con cui il regime comunista cercò di stroncare ogni forma di resistenza e opposizione.


Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet, grazie all’ospitalità ricevuta nella limitrofa India, poté dare vita a Dharamsala, nella regione dell’Himachal Pradesh, ad un governo democratico impegnandosi a fondo, senza sosta, nel disperato tentativo di salvare il salvabile, e cioè un patrimonio culturale e religioso millenario d’inestimabile valore per l’umanità.


Quest’uomo che, con il suo saio giallo-amaranto e un braccio scoperto, gira instancabilmente in lungo e in largo i continenti, creando ovunque imbarazzo tra i governanti puntualmente minacciati dalla baldanzosa e sprezzante arroganza cinese, non ha imbracciato un fucile, indossato kefiah o esortato alla jihad. Non ha mai pronunciato una sola parola d’odio nei confronti dei persecutori suoi e della sua gente.


La sua arma, forse la più temibile e difficile da neutralizzare, è sempre stata e sta nel suo sorriso, nella caparbietà con cui persevera nella forza della nonviolenza opponendo alla politica sorda e assassina perpetrata da Pechino la salda convinzione nel dialogo, in una posizione che lo ha condotto a rivendicare per il Tibet una via di mezzo costituita non dall’indipendenza ma dall’autonomia all’interno della Cina.


Ciò, anche alla luce dell’ottusità manifestata dal governo cinese, lo ha esposto, specialmente negli ultimi tempi, alle critiche di frange esasperate che, stanche di false promesse e di finti, quanto inutili, colloqui, chiedono a gran voce l’indipendenza.


Certo è che della Cina, di questa Cina che è incarnazione di un totalitarismo paradossalmente tanto tecnologicamente evoluto quanto drammaticamente rozzo per il modo con cui pretende di annientare le libertà individuali, non ci si può fidare.


La durezza con cui si è scagliata contro il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, reo di avere ricevuto il Dalai Lama, anch’egli tra l’altro premio Nobel per la pace, è emblematica così come non possono essere sottaciuti i continui tentativi da parte del regime comunista d’intromettersi persino nelle questioni religiose tibetane.


Valga, tra tutti, il caso del Panchen Lama. Riconosciuto come undicesima reincarnazione direttamente dal Dalai Lama nel 1995, in base ad una complessa procedura d’antichissimo retaggio, venne rapito all’età di sei anni dai cinesi, fatto sparire con tutta la famiglia e sostituito con un coetaneo, indottrinato e, guarda caso, figlio di funzionari comunisti.
Proprio in questi giorni l’agenzia di stato cinese Xinhua ha reso noto che Gaincain Norbu, il giovane imposto da Pechino in luogo dell’effettiva reincarnazione del Panchen Lama, è stato nominato membro del Comitato Nazionale dell’Assemblea Politica del Popolo (CPPCC), il maggiore organo consultivo del paese.


Una notizia questa che si commenta da sé, come quella apparsa sul quotidiano Lhasa Evening News che comunica, con l’approssimarsi, appunto, della giornata del 10 marzo, la ripresa in Tibet (ma quando mai è cessata?) da parte dei militari cinesi della campagna “Colpisci Duro”.


Da più parti ci si domanda se dinanzi a tanto cinismo, dinanzi a tanta spudoratezza, possa davvero avere senso incaponirsi, come fa il Dalai Lama, in una richiesta autonomistica il cui ottenimento pare sempre più diradarsi o se, invece, considerato che tanto nulla è cambiato e nulla sembra destinato a cambiare, non valga la pena rivendicare piena e totale libertà per i tibetani dall’oppressione cinese.



Appare chiaro che la Cina non sia affatto intenzionata a concedere alcunché a nessuno e stia solo temporeggiando con la politica, decisamente goffa, del bastone e della carota, in attesa che l’attuale Dalai Lama, ormai ultrasettantenne, termini l’esistenza terrena.


Allora, com’è avvenuto per il Panchen Lama, Pechino imporrà un proprio Dalai Lama, in spregio alla storia e alla religione dei tibetani, sicuramente a pugno chiuso e con la stelletta rossa. Allora del Tibet non rimarrà traccia che nei libri, almeno in quelli pubblicati o trafugati in occidente, e in qualche filmato. Poi, a poco a poco, la stessa memoria svanirà e il genocidio, grazie anche all’insensibilità e all’insensatezza dei paesi occidentali, avrà raggiunto il suo scopo.


Il Dalai Lama, quello vero, gli insegnamenti del mistico Padmasambhava, l’om mani padme hum saranno forse solo spunto per qualche gioco interattivo in cui si dirà magari che una volta il Tibet era sotto il dominio di una cricca di monaci cattivi cacciati dalle forze di “liberazione” cinesi…

di Francesco Pullia

(Da: Notizie Radicali)