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lunedì 2 luglio 2012
Persistenze: avanzi di manicomio
lunedì 24 agosto 2009
23 AGOSTO 1939

Ricorrevano ieri, 23 agosto, i settant’anni dalla firma del patto Molotov-Ribbentrop. In quel giorno, infatti, Stalin, con un netto voltafaccia, firmò un trattato di non belligeranza con il nazismo. La Cecoslovacchia era già stata occupata da Hitler, dopo il cedimento vergognoso delle democrazie occidentali a Monaco. Il primo settembre, le truppe naziste invadevano la Polonia, il 3 settembre le democrazie occidentali entravano in guerra. Il 17 dello stesso mese le truppe sovietiche si univano a quelle tedesche nell’invasione della Polonia. Per i militanti antifascisti di quegli anni, per i comunisti che si battevano contro il fascismo e il nazismo, questa alleanza fu un tradimento terribile. Per l’Europa fu la catastrofe. La memoria dell’alleanza fra Unione Sovietica e Germania nazista è stata per molti decenni rimossa dalla coscienza europea, per chiari motivi politici ma in parte anche perché offuscata dal contributo dato dall’URSS alla vittoria sul nazismo. L’URSS non esiste più da molto tempo, è ora di ripensare anche a questa storia. Una proposta di risoluzione al Parlamento Europeo chiede che il 23 agosto sia considerata in Europa una giornata comune della coscienza europea e il totalitarismo. Può essere un’occasione per riflettere finalmente senza reticenze e senza pregiudizi su tutti i totalitarismi del nostro terribile Novecento.
Anna Foa, storica
domenica 5 aprile 2009
Milano capitale dell'Europa
I movimenti di estrema destra di tutta Europa si sono dati appuntamento oggi a Milano. Il Sindaco ha dichiarato che non si può proibire una manifestazione in nome della difesa della libertà. Concordo. Ma non è sufficiente ed è una posizione gattopardesca.
Il problema è che di fronte a chi ha una nostalgia del nazismo la difesa astratta del diritto di parola non rappresenta niente. Occorrono parole diverse che entrino nel merito dei valori e che esprimano altri valori, opposti. Ma quelle parole sono mancate. Pensare di risolvere il problema limitandosi a fare il regolatore del traffico è ridicolo.
Qualcun altro ha protestato chiedendo che il Sindaco intervenisse in nome di Milano Città medaglia d’oro della Resistenza. In merito a questo il Sindaco non ha risposto. Forse, essendo Milano la città dove sono i nati di Fasci di combattimento, deve aver pensato che questa occasione era una buona opportunità per ricordare “Milano capitale dell’Europa”.
David Bidussa, storico sociale delle idee
Il problema è che di fronte a chi ha una nostalgia del nazismo la difesa astratta del diritto di parola non rappresenta niente. Occorrono parole diverse che entrino nel merito dei valori e che esprimano altri valori, opposti. Ma quelle parole sono mancate. Pensare di risolvere il problema limitandosi a fare il regolatore del traffico è ridicolo.
Qualcun altro ha protestato chiedendo che il Sindaco intervenisse in nome di Milano Città medaglia d’oro della Resistenza. In merito a questo il Sindaco non ha risposto. Forse, essendo Milano la città dove sono i nati di Fasci di combattimento, deve aver pensato che questa occasione era una buona opportunità per ricordare “Milano capitale dell’Europa”.
David Bidussa, storico sociale delle idee
giovedì 26 febbraio 2009
Quelle parole che tornano in vita

C’era una volta una città polacca di nome Bialystok, in cui vivevano centomila persone, di cui sessantamila ebrei. La vita ebraica fioriva ed essi erano orgogliosi di appartenervi. Il 27 giugno 1941 i nazisti conquistarono la città, ed essa divenne teatro di indicibili orrori. Già nei primissimi giorni dell’occupazione tedesca furono uccisi migliaia di ebrei. Duemila persone, tra cui donne e bambini, furono rinchiuse dentro la sinagoga, interamente di legno, a cui venne appiccato fuoco. Morirono arsi vivi.Di sessantamila persone, di quella comunità così fiorente e dinamica, alla fine della guerra, i superstiti furono meno di mille. Ciascuno di coloro che vennero annientati aveva un nome e una storia. Dei sogni e degli affetti. Tutto fu cancellato dalla furia nazista. Uno dei duecento ebrei di Blalystok che tornarono dai campi di sterminio si chiamava Rafael Rajzner. Rajzner aveva assistito alla brutale e sistematica liquidazione del ghetto. Si era nascosto con la moglie e i due figli. Scoperto, era stato rinchiuso in una prigione della Gestapo, dove fu torturato e si vide portare via il figlio senza potergli dire addio. Poi fu deportato nei campi di Stutthof, Auschwitz, Sachsenhausen, in cui venne arruolato dalle SS per falsificare sterline nell’operazione Bernhard, e infine Mauthausen.Per evitare che la storia della città di Bialystok cadesse nell’oblio e perché quegli ebrei uccisi non rimanessero soltanto dei numeri, Rafael Rajzner, spogliato di tutto tranne che dei ricordi, comprese che era necessario lasciare al mondo la propria testimonianza. Giunto nel sud Italia, poi a Roma con la nuova moglie e i due figli del primo marito di lei, anche loro reduci dai campi nazisti, Rajzner cominciò a scrivere, freneticamente, tutto ciò che aveva visto, gli orrori a cui aveva assistito. Ciò che più gli stava a cuore, era ricordare i nomi di chi non era tornato, i mestieri, gli indirizzi, la loro vita insomma.Quando i figliastri Danuta e David decisero di emigrare in Australia, l’unico Paese considerato sufficientemente lontano dall’Europa per cominciare una nuova vita, la moglie Gusta lo convinse a seguirli. Fu proprio a Melbourne che il suo libro “L’annientamento degli ebrei di Blalystok” (“Der Umkum Fun Byalistoker Yidntum”) fu pubblicato, in yiddish, nel 1948. Oggi Danuta ha settantanove anni e ricorda Rafael Rajzner come un uomo alto e di bell’aspetto, eppure oppresso dal terribile fardello che si portava dentro: “Rammento che a Roma rimaneva per interi pomeriggi da solo, a scrivere in una stanza assolata, nonostante lo esortassimo a uscire con noi, completamente immerso nei suoi appunti e nei suoi ricordi.”Forse Rajzner sentiva di non avere il tempo dalla propria parte. Morì infatti nel 1953 stroncato da un attacco di cuore, e la sua opera, in anni in cui il mondo non dimostrava ancora interesse per la Shoah e le sue aberrazioni, venne dimenticata.Ma una copia de “L’annientamento degli ebrei di Blalystok” rimase nella biblioteca di Lonek Lew, ebreo originario di quella città giunto a Melbourne nel 1947, dopo aver trascorso la Guerra a Mosca, dove casualmente si trovava insieme alla moglie Genia al momento dell’invasione nazista.
Sei anni fa Lonek, ormai novantacinquenne, decise di mostrare quel libro a suo figlio Harry e di raccontargli la storia dell’uomo grazie al quale aveva scoperto il destino dei suoi familiari rimasti a Blalystok, la città dal “cuore d’oro”, che lui continuava a considerare “più sofisticata di Melbourne o Sidney, spiacente dirlo”. E Harry, oculista, comprese che quella storia, quella gente, meritasse di essere conosciuta da un pubblico ben più vasto di quello che aveva potuto raggiungere un libro in yiddish pubblicato nel lontano 1948. Per prima cosa era necessario tradurre “L’annientamento degli ebrei di Blalystok” in inglese. “Il mio yiddish non era abbastanza buono, e chiedere ad un traduttore professionista di occuparsi di un intero libro, così drammatico, sarebbe stato troppo oneroso.” racconta Lew “Alla fine mi venne l’idea di dividerlo in sezioni da dieci pagine ciascuna, e mi rivolsi a una cinquantina tra i più famosi traduttori di yiddish in tutto il mondo, chiedendo a ognuno di tradurne una parte, gratuitamente.” Dei trentatre necessari per completarlo, ventidue accettarono immediatamente, e molti si offrirono di occuparsi di sezioni anche più lunghe, l’opera fu in breve completata. Il libro, intitolato “The stories our parents found too painful to tell” (Le storie che i nostri genitori ritennero troppo dolorose da raccontare), è stato stampato a spese di Lew, e sarà disponibile ad aprile di quest’anno.Dopo sessant’anni le parole di Rafael Rajzner prenderanno nuovamente vita, e potranno raccontare a tutti coloro che vorranno ascoltare, le storie di Bishka Zabludowsky, venditore di giornali, Note Jacobson, contabile, del Dottor Krakowski, di Chaim-Zvi, noto giocatore di scacchi, di Poliak, che possedeva la farmacia nella strada del rabbi, di tutti coloro che Rajzner, grazie alla sua volontà, ha saputo salvare dall’oblio.
Sei anni fa Lonek, ormai novantacinquenne, decise di mostrare quel libro a suo figlio Harry e di raccontargli la storia dell’uomo grazie al quale aveva scoperto il destino dei suoi familiari rimasti a Blalystok, la città dal “cuore d’oro”, che lui continuava a considerare “più sofisticata di Melbourne o Sidney, spiacente dirlo”. E Harry, oculista, comprese che quella storia, quella gente, meritasse di essere conosciuta da un pubblico ben più vasto di quello che aveva potuto raggiungere un libro in yiddish pubblicato nel lontano 1948. Per prima cosa era necessario tradurre “L’annientamento degli ebrei di Blalystok” in inglese. “Il mio yiddish non era abbastanza buono, e chiedere ad un traduttore professionista di occuparsi di un intero libro, così drammatico, sarebbe stato troppo oneroso.” racconta Lew “Alla fine mi venne l’idea di dividerlo in sezioni da dieci pagine ciascuna, e mi rivolsi a una cinquantina tra i più famosi traduttori di yiddish in tutto il mondo, chiedendo a ognuno di tradurne una parte, gratuitamente.” Dei trentatre necessari per completarlo, ventidue accettarono immediatamente, e molti si offrirono di occuparsi di sezioni anche più lunghe, l’opera fu in breve completata. Il libro, intitolato “The stories our parents found too painful to tell” (Le storie che i nostri genitori ritennero troppo dolorose da raccontare), è stato stampato a spese di Lew, e sarà disponibile ad aprile di quest’anno.Dopo sessant’anni le parole di Rafael Rajzner prenderanno nuovamente vita, e potranno raccontare a tutti coloro che vorranno ascoltare, le storie di Bishka Zabludowsky, venditore di giornali, Note Jacobson, contabile, del Dottor Krakowski, di Chaim-Zvi, noto giocatore di scacchi, di Poliak, che possedeva la farmacia nella strada del rabbi, di tutti coloro che Rajzner, grazie alla sua volontà, ha saputo salvare dall’oblio.
Rossella Tercatin
domenica 19 ottobre 2008
Religioso silenzio

Allo Yad Vashem c'è una didascalia che descrive l'operato di Pio XII, "... Nel 1933, quando era Segretario di Stato, si spese per il Concordato con il regime tedesco per proteggere gli interessi della Chiesa in Germania, anche se questo significava riconoscere il regime razzista dei nazisti. Eletto papa nel 1939, mise da parte una lettera contro l'antisemitismo e il razzismo preparata dal suo predecessoere. Anche quando i resoconti sulle stragi degli ebrei raggiunsero il Vaticano, non reagì con proteste scritte o verbali. Nel 1942, non si associò alla condanna espressa dagli Alleati per l'uccisione degli ebrei. Quando vennero deportati da Roma ad Auschwitz, Pio XII non intervenne..."
Padre Peter Gumpel postulatore della causa di beatificazione di papa Pacelli afferma che la didascalia che descrivere l'operato di Pio XII è la causa del mancato viaggio del papa in Israele, nonchè del ritardo nella conclusione della casusa di beatificazione. Seguono smentite, che solo in parte smentiscono, da parte del portavoce vaticano Padre Federico Lombardi.
Seguono polemiche, varie prese di posizione. Nulla potrà cancellare il silenzio colpevole di molti, anche tra gli alleati, rispetto allo sterminio degli ebrei. La posizione di Pio XII è ben descritta nella didascalia di cui sopra e non fa onore a lui nè alla chiesa cattolica, nè tanto meno a quelli che continuano a difenderlo e peggio che mai a coloro che lo vorrebbero santo.
martedì 14 ottobre 2008
Portico D’Ottavia

Le vie intorno al Portico d'Ottavia hanno assistito il 16 ottobre del 1943 alla razzia nazista di oltre mille ebrei romani, ammassati nei camion in quello spiazzo davanti al Portico che oggi ha preso il nome di 16 ottobre. Nei mesi successivi, in quelle stesse strade i militi della Repubblica di Salò, i cosiddetti "ragazzi di Salò", hanno dato sistematicamente la caccia agli ebrei, riuscendo ad arrestarne, per consegnarli alla deportazione nazista, ancora più di mille.In quelle strade ieri, come ogni anno, si è tenuta la fiaccolata silenziosa organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio per ricordare questo orrore. Il sindaco di Roma ha, in quest'occasione, pronunciato parole prive d’ambiguità di condanna del fascismo e della persecuzione antisemita.Come cittadina di uno Stato democratico, e come ebrea, non posso che rallegrarmi che il Sindaco di Roma pronunci parole simili. E prenderle per quello che non possono non essere: un impegno preciso contro il razzismo e per la democrazia.
Anna Foa,storica
Anna Foa,storica
lunedì 22 settembre 2008
Inizio democratico

Il nostro Primo Ministro durante il suo soggiorno parigino mentre riceveva il premio “Uomo dell’anno” dall’associazione Keren Hayesod si lascia andare ad una dichiarazione in cui paragona il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a Hitler. Protesta ufficiale dell’Iran, nostro ambasciatore a Teheran convocato dal ministro degli esteri iraniano, risposta ferma della Farnesina anche se con un occhio al fatto che il volume degli interscambi commerciali italia-Iran ha raggiunto nel 2007 quota 5,7 miliardi di euro. Tutto bene quindi, una volta tanto ci facciamo sentire e chiamiamo le cose con il loro nome senza ritrattare subito dopo? Sembrerebbe di sì, almeno fino a quando non si legge parola per parola la dichiarazione del Nostro: ”Credo che dovremmo avere tutti la massima attenzione verso le follie di chi arriva a dire che bisognerebbe cancellare Israele dalle carte geografiche. Già una volta c’era un tal signore che all’ inizio sembrava un democratico e che poi ha fatto quel che ha fatto e voi sapete a chi mi riferisco”.
Avete capito bene all’inizio Hitler sembrava un democratico. Si è iniziato con la riabilitazione del fascismo si continua con frasi come queste che non ricevono alcuna attenzione né, tantomeno, nessuna critica. Non butta niente bene.
Avete capito bene all’inizio Hitler sembrava un democratico. Si è iniziato con la riabilitazione del fascismo si continua con frasi come queste che non ricevono alcuna attenzione né, tantomeno, nessuna critica. Non butta niente bene.
(Nella foto: rogo dei libri nel 1933)
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