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lunedì 5 novembre 2012
martedì 14 febbraio 2012
domenica 17 luglio 2011
martedì 31 maggio 2011
giovedì 7 aprile 2011
Oltre la destra e la sinistra. Provocatoria attualità di Anthony Giddens
di Francesco Pullia
A diciassette anni dalla pubblicazione “Oltre la destra e la sinistra” di Anthony Giddens, ristampato in questi giorni da Il Mulino, con prefazione di Michele Salvati, mantiene intatta la sua attualità. Anzi, si conferma un libro di grande lucidità.
Originariamente concepito come una critica al materialismo storico e alla sue disastrose applicazioni in ambito statale (e non solo), a partire dall’insostenibilità di quello che l’autore definisce come modello cibernetico, cioè della concezione (totalitaria), tipica del socialismo, secondo cui “un sistema può essere organizzato nel modo migliore se lo si assoggetta ad un’intelligenza direttiva”, lo studio ha poi, via via, esteso la propria indagine caratterizzandosi come un’analisi dei modi in cui si articola la politica nella tarda modernità, degli spazi da occupare, delle tematiche che, a discapito di quelle tradizionali, hanno finito per prevalere e porsi come urgenti, prima tra tutte quella ambientale.
Giddens mostra quanto sia di fatto vetusta e improponibile la contrapposizione tra destra conservatrice e sinistra progressista entro cui è stata ingabbiato il pensiero soprattutto nel secolo scorso operando, a suo modo, una sorta di decostruzione della categorie politiche tradizionali.
Cosa è di destra e cosa di sinistra in un’epoca come la nostra in cui si è chiamati a riorganizzare le condizioni di vita sia individuali che collettive? Il mondo di oggi vive più che mai in una transitorietà che richiede, per usare un ossimoro usato all’autore, il coraggio di un realismo utopico che tenga conto, ad esempio, della riflessività sociale, cioè della capacità di filtrare, in virtù delle nuove forme di comunicazione, ogni genere di informazione, della globalizzazione, intesa non solo come un fenomeno economico ma come disancoraggio culturale da usi e costumi della tradizione, di una democrazia che corregga i suoi limiti ed estenda le proprie potenzialità in un’ottica tanto estremamente liberale quanto nonviolenta, partecipativa, dialogica, della ritessitura di solidarietà spezzate, non più come riproposizione del sistema assistenzialistico cui siamo stati abituati, come elargizione cioè dall’alto verso il basso, ma, piuttosto, come autonomia dell’azione individuale nella consapevolezza del nostro essere interdipendenti.
In altri termini, con la caduta dei blocchi (anche se ancora si attende lo sgretolamento di qualche muraglia…) e delle (sanguinarie) infatuazioni ideologiche, si rende necessario avviare un percorso che prenda avvio da quella che Giddens definisce come fiducia attiva, cioè dall’oltrepassamento di posizioni assiomatiche prestabilite.
Le stesse tematiche etiche, le risposte alle questioni che rimandano ai diritti civili, a scelte esistenziali, a pronunciamenti su abitudini e comportamenti da modificare attestano l’inaffidabilità di mascherarsi e trincerarsi dietro categorie convenzionali in un mondo abitato da molti altri, in cui nessuna certezza può essere imposta ad alcuno e in cui, paradossalmente, non vi è più nessun altro.
Ed ecco, allora, l’affacciarsi, in questo scenario, di una nuova etica che implichi anche il rispetto delle forze e degli esseri non umani, presenti e futuri. La via prospettata da Giddens, foriera d’interessanti implicazioni, se percorsa fino in fondo incontra le tracce disseminate da Jacques Derrida. Un nuovo pensiero si è dischiuso.
(Fonte: Notizie Radicali)
A diciassette anni dalla pubblicazione “Oltre la destra e la sinistra” di Anthony Giddens, ristampato in questi giorni da Il Mulino, con prefazione di Michele Salvati, mantiene intatta la sua attualità. Anzi, si conferma un libro di grande lucidità.
Originariamente concepito come una critica al materialismo storico e alla sue disastrose applicazioni in ambito statale (e non solo), a partire dall’insostenibilità di quello che l’autore definisce come modello cibernetico, cioè della concezione (totalitaria), tipica del socialismo, secondo cui “un sistema può essere organizzato nel modo migliore se lo si assoggetta ad un’intelligenza direttiva”, lo studio ha poi, via via, esteso la propria indagine caratterizzandosi come un’analisi dei modi in cui si articola la politica nella tarda modernità, degli spazi da occupare, delle tematiche che, a discapito di quelle tradizionali, hanno finito per prevalere e porsi come urgenti, prima tra tutte quella ambientale.
Giddens mostra quanto sia di fatto vetusta e improponibile la contrapposizione tra destra conservatrice e sinistra progressista entro cui è stata ingabbiato il pensiero soprattutto nel secolo scorso operando, a suo modo, una sorta di decostruzione della categorie politiche tradizionali.
Cosa è di destra e cosa di sinistra in un’epoca come la nostra in cui si è chiamati a riorganizzare le condizioni di vita sia individuali che collettive? Il mondo di oggi vive più che mai in una transitorietà che richiede, per usare un ossimoro usato all’autore, il coraggio di un realismo utopico che tenga conto, ad esempio, della riflessività sociale, cioè della capacità di filtrare, in virtù delle nuove forme di comunicazione, ogni genere di informazione, della globalizzazione, intesa non solo come un fenomeno economico ma come disancoraggio culturale da usi e costumi della tradizione, di una democrazia che corregga i suoi limiti ed estenda le proprie potenzialità in un’ottica tanto estremamente liberale quanto nonviolenta, partecipativa, dialogica, della ritessitura di solidarietà spezzate, non più come riproposizione del sistema assistenzialistico cui siamo stati abituati, come elargizione cioè dall’alto verso il basso, ma, piuttosto, come autonomia dell’azione individuale nella consapevolezza del nostro essere interdipendenti.
In altri termini, con la caduta dei blocchi (anche se ancora si attende lo sgretolamento di qualche muraglia…) e delle (sanguinarie) infatuazioni ideologiche, si rende necessario avviare un percorso che prenda avvio da quella che Giddens definisce come fiducia attiva, cioè dall’oltrepassamento di posizioni assiomatiche prestabilite.
Le stesse tematiche etiche, le risposte alle questioni che rimandano ai diritti civili, a scelte esistenziali, a pronunciamenti su abitudini e comportamenti da modificare attestano l’inaffidabilità di mascherarsi e trincerarsi dietro categorie convenzionali in un mondo abitato da molti altri, in cui nessuna certezza può essere imposta ad alcuno e in cui, paradossalmente, non vi è più nessun altro.
Ed ecco, allora, l’affacciarsi, in questo scenario, di una nuova etica che implichi anche il rispetto delle forze e degli esseri non umani, presenti e futuri. La via prospettata da Giddens, foriera d’interessanti implicazioni, se percorsa fino in fondo incontra le tracce disseminate da Jacques Derrida. Un nuovo pensiero si è dischiuso.
(Fonte: Notizie Radicali)
domenica 17 gennaio 2010
Pio XII e il Terzo Reich

“Com’è possibile che alla fine del 1943 il papa e i più alti dignitari della Chiesa si augurassero ancora una resistenza vittoriosa ad Est e sembrassero quindi accettare implicitamente il mantenimento, sia pure temporaneo, di tutta la macchina di sterminio nazista? Come spiegare le manifestazioni di particolare predilezione che il pontefice continuava a prodigare ai tedeschi, persino nel 1943, pur conoscendo la natura del regime hitleriano? ”Sono le due domande con cui lo storico del nazismo Saul Friedländer, chiude il suo libro ”Pio XII e il Terzo Reich” (Feltrinelli, 1965, p. 211). Chiarendo preliminarmente che la questione della beatificazione di chicchessia riguarda esclusivamente l’agenzia che la promuove ed è un procedimento volto a sottolineare l’esemplarità, di quella vita dal punto di vista del dogma e dell’adesione alla dottrina, e dunque dichiarato che la beatificazione non è un atto diplomatico, né si preoccupa dei guasti diplomatici che può produrre, queste due domande restano ancora oggi inevase. Continueranno ad esserlo anche stasera.
(Fonte: David Bidussa, storico sociale delle idee)
domenica 3 gennaio 2010
LA STRADA DI SMIRNE
Aspettando la fine di questo cupo 2009, finisco di leggere l'ultimo libro di Antonia Arslan, La strada di Smirne. La storia raccontata dalla scrittrice italo-armena parte da dove si era interrotto il suo libro precedente, La masseria delle allodole: è cioè la tragedia del genocidio armeno raccontata magistralmente attraverso le sua storia famigliare. La strada di Smirne ci racconta della sorte dei sopravvissuti, e della fine di molti di essi nell'incendio devastante con cui nel 1922 il generale Kemal Ataturk si sbarazzò di Smirne, la seconda città della Turchia, e delle sue minoranze. Una storia tragica, scritta con passione, pietas e un briciolo di magica levità. Leggetela, in questo 2010 che auguro a tutti sereno, e migliore del decennio che lo ha preceduto.
(Fonte: Anna Foa, storica)
(Fonte: Anna Foa, storica)
lunedì 16 novembre 2009
SCRIVERE
Sto leggendo un bel libro di Elisabetta Rasy, Memorie di una scrittrice notturna (Rizzoli 2009) e mi imbatto in una notazione che mi folgora. Siamo l'ultima generazione, scrive, ad essere approdatata alla scrittura direttamente dalla lettura, senza scuole di scrittura, e senza neanche l'ambizione di fare lo scrittore. "No, solo leggere, leggere, leggere e poi scrivere, come un travaso naturale di un atto nell'altro, una necessità fatale, e anche una necessità subordinata a quel primario piacere, leggere, di cui non si poteva fare a meno: non scrivere per esprimere sé stessi, ma scrivere per esprimere la scrittura".
Anna Foa, storica
Anna Foa, storica
domenica 24 maggio 2009
Paura della libertà
Paura della libertà è un testo di Carlo Levi che conviene tenere tra le mani in questi giorni. E’ un testo composto nell’inverno 1940, mentre il nazismo si espandeva, la Francia crollava e gran parte dell’Europa dell’Est diventava dominio nazista sotto il nome di “Nuovo ordine Europeo”. Questa era la parola per dire Europa, allora. In quel testo, Levi rivolge un “messaggio in bottiglia” a un lettore che non c’è, comunque che non sa come raggiungere, mettendolo in guardia dal disincanto diffuso per la dimensione politica pubblica. Descrivendo il rapporto tra cittadino e Stato – ma più correttamente si potrebbe dire tra potere e suddito – Levi denunzia un eccesso della politica proprio sulla base e in forza di una sua spoliazione, ovvero in relazione e in conseguenza di una depoliticizzazione dell’individuo che gli sembra il carattere proprio dell’anticamera dei totalitarismi. E spiega come sia nella paura il cuore della macchina generativa del potere. Un potere che proprio mentre denuncia i mali della politica e tenta di accreditarsi attraverso l’offerta di protezione salvifica, riconferma la sua vocazione ad espropriare chiunque della sua possibilità e facoltà di decidere.
David Bidussa, storico sociale delle idee
David Bidussa, storico sociale delle idee
lunedì 20 aprile 2009
Non uccidete il re. Per la laicità
Un prete radicale nella rivoluzione francese (*)
di Angiolo Bandinelli
Chiunque segua il dibattito in corso sui temi dell’incontro - o scontro - tra laici e cattolici, i vestali dello Stato e gli alfieri della Chiesa, non può non aver avuto, prima o poi, la sensazione di scorrere i capitoli di una apologetica monotona e arida, povera di basi storiche, ideali, religiose e filosofiche, preoccupata soprattutto di nutrire una schermaglia più aggressiva che convincente. I laici appaiono impacciati e sulla difensiva, mentre la parte cattolica si accontenta di giocare una partita evasiva e ripetitiva. La cultura cattolica ha valori grandiosi e rispettabili ma, nell’attuale polemica, solo raramente i suoi paladini avanzano tesi e posizioni di un qualche spessore: più spesso, queste vengono eluse o, se affiorano, sono accantonate con fretta sospetta, quasi per non offrire spazio al nuovo, al profondo, all’essenziale, valori o passioni senza i quali gli slanci della fede intristiscono come piantine rinsecchite.
A chi volesse rintracciare i termini alti della problematica cattolica siamo oggi in grado di consigliare una gratificante lettura, che ci immerge in un clima di discussioni su temi non distanti dall’oggi, però tenuti ad un eccezionale livello. Il libro, compatto ed essenziale, tratteggia la figura e alle opere di un prete, Baptiste-Henri Grégoire (1750-1831), in gioventù partecipe, seppur defilato, dello scontro tra giansenismo (con annessi gallicanesimo, figurismo, richerismo…) e gesuiti, poi invece protagonista originale delle vicende della rivoluzione francese, cui partecipò fin dall’inizio come eletto agli Stati Generali in rappresentanza del basso clero. Nell’acceso clima di Versailles l’abbé Grégoire si segnala come uno dei “venti o trenta deputati più noti, subito riconoscibili già dalla voce”. Sarà tra i promotori della Pallacorda, poi figura eminente della Assemblea Costituente, della Legislativa e della Convenzione. Benché avesse votato contro la costituzione civile del clero accettò, alla fine, di essere nominato vescovo “assermenté” di Blois e di Mans.
Il libro si sofferma in particolare sulla presa di posizione del nostro abate contro la pena capitale irrogata a re Luigi XVI, il sovrano che lui (di passioni repubblicane) aveva contribuito a far processare e condannare. A sottolinearne l’attualità, il curatore Luigi Recupero fa un puntuale riferimento alla campagna per la moratoria della pena di morte dei radicali di “Nessuno tocchi Caino”. Ma l’intervento parlamentare per evitare la decapitazione di Luigi XVI è solo uno dei tanti con i quali l’abbé viene man mano costruendo l’immagine di un credente, un cattolico, fautore coraggioso di grandi principi liberali e di modernissimi valori democratici. A pochi giorni dalla nascita dell’Assemblea Costituente, Grégoire presentava una mozione per chiedere l’ammissione dei delegati ebrei. Interverrà poi a più riprese, a favore del basso clero angariato dalle gerarchie o per chiedere che alla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” ne venisse allegata una sui “Doveri” e che nel documento fosse fatto esplicito riferimento a Dio quale garante di quei diritti; ma anche per opporsi al sistema elettorale censitario o per fare estendere l’elettorato passivo alla gente di colore. Temi ecclesiali e laici insieme, l’elenco completo sarebbe troppo lungo.
L’abbé Grégoire deve essere considerato uno dei padri del liberalismo, cui arriva non da posizioni laicoborghesi o di stampo protestante, ma da profonde meditazioni sui valori della fede cattolica. Le chiavi filosofico-teologiche di cui egli essenzialmente si serve sono il gallicanesimo e il giansenismo di Port- Royal, con il suo severo agostinismo. Il gallicanesimo propugnava non solo il controllo dei sovrani francesi sulle nomine dei vescovi, ma anche la tesi che il potere del papa trovi un limite nell’autorità dei vescovi riuniti in concilio. E sono ben note le tesi gianseniste sulla grazia, la predestinazione e il libero arbitrio, come anche sulla severità e semplicità del culto e dei costumi ecclesiastici. Il suo gallicanesimo, il suo giansenismo, sono un fecondo humus di valori liberali e democratici i cui frutti si ritroveranno nel pensiero di un Manzoni come di un Buonaiuti, fino a certe indicazioni e percorsi riformatori del Concilio Vaticano II.
Cinque, i testi qui tradotti: i due interventi pronunciati nelle sedute del 12 e 18 agosto 1789, riguardanti la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino; il grande discorso del 15 novembre 1792 per evitare la pena di morte a Luigi XVI e quello “sulla libertà dei culti” del 21 dicembre 1974. Infine, viene presentata la “Lettera del cittadino Grégoire, vescovo di Blois, a Monsignor Ramon-Joseph de Arçe, arcivescovo di Burgos, inquisitore generale di Spagna”, per caldeggiare la soppressione dell’odioso tribunale. Ogni documento si giova di una presentazione di Luigi Recupero, che cura anche il ricco apparato di note e una utile bibliografia generale.
Baptiste-Henri Grégoire
“Non uccidete il re. Per la laicità”
a cura di Luigi Recupero, prefazione di Stefania Mazzone
pp. 170, Euro 13,40
Selene edizioni 2008
NOTE
(*) Da “L’Indice dei libri del mese”, aprile 2009
di Angiolo Bandinelli
Chiunque segua il dibattito in corso sui temi dell’incontro - o scontro - tra laici e cattolici, i vestali dello Stato e gli alfieri della Chiesa, non può non aver avuto, prima o poi, la sensazione di scorrere i capitoli di una apologetica monotona e arida, povera di basi storiche, ideali, religiose e filosofiche, preoccupata soprattutto di nutrire una schermaglia più aggressiva che convincente. I laici appaiono impacciati e sulla difensiva, mentre la parte cattolica si accontenta di giocare una partita evasiva e ripetitiva. La cultura cattolica ha valori grandiosi e rispettabili ma, nell’attuale polemica, solo raramente i suoi paladini avanzano tesi e posizioni di un qualche spessore: più spesso, queste vengono eluse o, se affiorano, sono accantonate con fretta sospetta, quasi per non offrire spazio al nuovo, al profondo, all’essenziale, valori o passioni senza i quali gli slanci della fede intristiscono come piantine rinsecchite.
A chi volesse rintracciare i termini alti della problematica cattolica siamo oggi in grado di consigliare una gratificante lettura, che ci immerge in un clima di discussioni su temi non distanti dall’oggi, però tenuti ad un eccezionale livello. Il libro, compatto ed essenziale, tratteggia la figura e alle opere di un prete, Baptiste-Henri Grégoire (1750-1831), in gioventù partecipe, seppur defilato, dello scontro tra giansenismo (con annessi gallicanesimo, figurismo, richerismo…) e gesuiti, poi invece protagonista originale delle vicende della rivoluzione francese, cui partecipò fin dall’inizio come eletto agli Stati Generali in rappresentanza del basso clero. Nell’acceso clima di Versailles l’abbé Grégoire si segnala come uno dei “venti o trenta deputati più noti, subito riconoscibili già dalla voce”. Sarà tra i promotori della Pallacorda, poi figura eminente della Assemblea Costituente, della Legislativa e della Convenzione. Benché avesse votato contro la costituzione civile del clero accettò, alla fine, di essere nominato vescovo “assermenté” di Blois e di Mans.
Il libro si sofferma in particolare sulla presa di posizione del nostro abate contro la pena capitale irrogata a re Luigi XVI, il sovrano che lui (di passioni repubblicane) aveva contribuito a far processare e condannare. A sottolinearne l’attualità, il curatore Luigi Recupero fa un puntuale riferimento alla campagna per la moratoria della pena di morte dei radicali di “Nessuno tocchi Caino”. Ma l’intervento parlamentare per evitare la decapitazione di Luigi XVI è solo uno dei tanti con i quali l’abbé viene man mano costruendo l’immagine di un credente, un cattolico, fautore coraggioso di grandi principi liberali e di modernissimi valori democratici. A pochi giorni dalla nascita dell’Assemblea Costituente, Grégoire presentava una mozione per chiedere l’ammissione dei delegati ebrei. Interverrà poi a più riprese, a favore del basso clero angariato dalle gerarchie o per chiedere che alla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” ne venisse allegata una sui “Doveri” e che nel documento fosse fatto esplicito riferimento a Dio quale garante di quei diritti; ma anche per opporsi al sistema elettorale censitario o per fare estendere l’elettorato passivo alla gente di colore. Temi ecclesiali e laici insieme, l’elenco completo sarebbe troppo lungo.
L’abbé Grégoire deve essere considerato uno dei padri del liberalismo, cui arriva non da posizioni laicoborghesi o di stampo protestante, ma da profonde meditazioni sui valori della fede cattolica. Le chiavi filosofico-teologiche di cui egli essenzialmente si serve sono il gallicanesimo e il giansenismo di Port- Royal, con il suo severo agostinismo. Il gallicanesimo propugnava non solo il controllo dei sovrani francesi sulle nomine dei vescovi, ma anche la tesi che il potere del papa trovi un limite nell’autorità dei vescovi riuniti in concilio. E sono ben note le tesi gianseniste sulla grazia, la predestinazione e il libero arbitrio, come anche sulla severità e semplicità del culto e dei costumi ecclesiastici. Il suo gallicanesimo, il suo giansenismo, sono un fecondo humus di valori liberali e democratici i cui frutti si ritroveranno nel pensiero di un Manzoni come di un Buonaiuti, fino a certe indicazioni e percorsi riformatori del Concilio Vaticano II.
Cinque, i testi qui tradotti: i due interventi pronunciati nelle sedute del 12 e 18 agosto 1789, riguardanti la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino; il grande discorso del 15 novembre 1792 per evitare la pena di morte a Luigi XVI e quello “sulla libertà dei culti” del 21 dicembre 1974. Infine, viene presentata la “Lettera del cittadino Grégoire, vescovo di Blois, a Monsignor Ramon-Joseph de Arçe, arcivescovo di Burgos, inquisitore generale di Spagna”, per caldeggiare la soppressione dell’odioso tribunale. Ogni documento si giova di una presentazione di Luigi Recupero, che cura anche il ricco apparato di note e una utile bibliografia generale.
Baptiste-Henri Grégoire
“Non uccidete il re. Per la laicità”
a cura di Luigi Recupero, prefazione di Stefania Mazzone
pp. 170, Euro 13,40
Selene edizioni 2008
NOTE
(*) Da “L’Indice dei libri del mese”, aprile 2009
mercoledì 4 marzo 2009
Lo Stato canaglia
Un Paese tra dittatura della burocrazia e saccheggio delle risorse pubblicheNazione di sudditi allergica al liberalismo
Il nuovo saggio di Ostellino: l'arte di arrangiarsi in Italia sotto il giogo dello «Stato canaglia»
Un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tasse e distratto nei confronti di chi non le paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nelle mani, da Roma in giù, della criminalità organizzata. Un Paese in inarrestabile declino culturale, politico, economico, che non è ancora precipitato agli ultimi gradini tra i Paesi industrializzati dell'Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria. Questa è l'Italia oggi. C'è l'Italia degli italiani e c'è lo Stato italiano. Per intenderci: ci sono gli italiani, come singoli individui; c'è lo Stato italiano, come «soggetto collettivo». La definizione può sembrare paradossale e persino contraddittoria. E, in realtà, lo è. Chi ritiene che la fenomenologia sociale sia empiricamente descrivibile solo riconducendone le dinamiche agli individui ne sarà scandalizzato.
Per l'individualismo metodologico, i soggetti collettivi — le istituzioni, il mercato, il capitalismo eccetera — non hanno, infatti, vita propria, non pensano, non agiscono, bensì altro non sono che l'interazione, in una società aperta e liberale, fra individui che perseguono autonomamente il proprio ideale di vita e i propri interessi, producendo con ciò inconsapevolmente un beneficio collettivo. Il bene comune, l'utilità sociale, l'interesse generale eccetera sono, al contrario, una invenzione della politica. Rassicuro subito chi si sia scandalizzato. Ritengo anch'io che l'individualismo metodologico sia la sola metodologia della conoscenza corretta, in quanto, per dirla con Popper, empiricamente verificabile alla prova della realtà effettuale. La divisione dell'Italia in due — l'Italia (al plurale) dei singoli individui, ciascuno dei quali pensa e agisce sulla base delle proprie personali convinzioni; e l'Italia (al singolare), come soggetto collettivo, autoreferenziale, che li (mal)governa sulla base di principi e leggi che essa stessa si è data — è, dunque, solamente un artificio retorico. Gli italiani, anarcoidi e conservatori, privi di senso civico e di senso dello Stato, e perciò sudditi invece di cittadini; gli italiani che non si mettono in fila alla fermata dell'autobus, ma neppure si ribellano alla propria condizione di sudditanza; ingegnosi, flessibili, pragmatici, camaleontici sono l'Italia al plurale. Che «si arrangia », che se la cava.
Questi italiani sono il paradigma schizofrenico di ciò che la cultura liberale anglosassone chiama, con ben altra dignità storica e politica, «società civile» rispetto alla «società politica» dalla quale rivendica la propria autonomia. Che da noi l'ordinamento giuridico non garantisce e nessuno rivendica; tutti si prendono, quando possono. Sottobanco. La nazione, lo Stato, la collettività, giù, giù lungo i loro indotti pubblici — ieri, il (vergognoso) primato della razza; oggi, l'(indefinibile) utilità sociale, e tutte le altre sovrastrutture ideologiche che hanno segnato la storia del Paese — sono l'Italia soggetto collettivo. La camicia di forza che il potere politico del momento e la cultura dominante, l'ideologia come falsa coscienza — fascista e/o comunista, corporativa e/o collettivista, comunitaria e/o statalista che fosse, sempre e comunque antindividualista — hanno imposto agli italiani. Incolta, retorica, dogmatica, bigotta, burocratica, poco o punto flessibile, legalista e imbrogliona, questa Italia trasformista e gattopardesca — che cambia qualcosa per restare sempre la stessa — è una sorta di «8 settembre permanente». Istituzionalizzato.
Da un lato, ci sono la costante imposizione di un controllo pubblico, illegittimo e contraddittorio, sulle libertà dei singoli, e l'ambigua pretesa che sia rispettato; dall'altro, c'è la tacita esenzione da ogni vincolo d'obbedienza sottintesa nella frase liberatoria «tutti a casa» che l'8 settembre 1943 percorse la linea di comando delle nostre Forze armate, abbandonate a se stesse dopo l'armistizio. È di questa Italia incasinata e un po' cialtrona, intimamente illiberale, che parlo. Non per fare l'elogio degli italiani come singoli individui ma per spiegare l'incapacità del Paese di entrare nella modernità e di stare, culturalmente, politicamente, economicamente, al passo con gli altri Paesi di democrazia liberale dell'Occidente capitalista. Non è l'elogio dell'antipolitica, oggi tanto di moda. Anzi. Ci mancherebbe, soprattutto da parte di un liberale. È, piuttosto, la denuncia dell'invasività della sfera pubblica nella sfera privata. La descrizione di come la nostra politica non sia più, e da tempo, ammesso lo sia mai stata, al servizio dei cittadini, ma li abbia posti al proprio servizio. Dello «Stato canaglia». L'eccessiva estensione della sfera pubblica — che la cultura statalista e dirigista tende a spacciare come veicolo di equità sociale — è, infatti, più accrescimento del potere degli uomini a essa preposti sulle libertà e sulle risorse dell'individuo, che criterio di governo. La leva fiscale, per alimentare una spesa pubblica riserva di caccia di interessi estranei a quelli generali, ne è lo strumento, anche se non il solo, di oppressione.
Non occorre essere marxisti per sapere che lo Stato non è neutrale, ma è il braccio armato degli interessi di chi ne detiene il controllo, se non è controbilanciato da principi e interessi alternativi, fra loro in competizione. È sufficiente essere liberali. Del resto, in questo continuo confronto fra differenti concezioni del mondo, senza che nessuna abbia la pretesa di essere la Verità e di imporla agli altri, è dalla pluralità di interessi in conflitto — mitigato solo da regole del gioco che non consentano a nessuno di impedirne la libera manifestazione e la corretta realizzazione — che si sostanzia la società aperta. Il liberalismo non è una dottrina chiusa — che dice agli individui quale è il loro interesse e ne prescrive i comportamenti — ma la dottrina dei limiti del potere e della società aperta, all'interno della quale ciascuno si presume sappia quale è il proprio interesse e, di conseguenza, lo persegue in autonomia. Il guaio è che di liberalismo, nella vita pubblica degli italiani, non c'è traccia. E ci vorranno, forse, generazioni perché vi si affacci.
di Piero Ostellino
(Fonte: Corriere della Sera)
lunedì 5 gennaio 2009
Dio è con noi!
Un libro che ci parla di un dei prossimi santi della chiesa cattolica e non solo. "Dio è con noi!" - La chiesa di Pio XII complice del nazifascismo - di Mauro Aurelio Rivelli - Kaos edizioni.
martedì 25 novembre 2008
Uomini e caporali

Ogni estate migliala di stranieri, provenienti dall'Africa e dall'Europa dell'Est, si riversano nel Tavoliere delle Puglie per impegnarsi nella raccolta dei pomodori e di altri frutti della terra. Sono i nuovi braccianti: vivono in casolari diroccati o in baraccopoli, in condizioni igieniche, lavorative e salariali atroci, che sembravano scomparse. La loro esistenza viene afferrata e stritolata da un sistema agricolo arcaico e disumano. Diventano vittime dei caporali i quali, d'accordo dei proprietari terrieri della zona, li smistano in tutta la regione. Tra i "nuovi schiavi" che hanno provato a ribellarsi, molti sono scomparsi nel nulla. Altri sono morti in circostanze misteriose. Ma nell'estate del 2005 tre ragazzi polacchi sono riusciti a scappare dai loro aguzzini e a raggiungere il consolato di Bari. Grazie alla loro denuncia, è stato possibile un blitz dei carabinieri e un'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che ha portato all'arresto di decine di caporali. L'autore ha incontrato le vittime, ha studiato le tecniche e le "biografie" dei nuovi kapò, ha interrogato magistrati, avvocati, medici, sindacalisti che hanno provato a opporsi allo sfruttamento. Racconta un Sud in bilico tra arretratezza e modernità, all'avanguardia nella gestione del nuovo mercato delle braccia. Un Sud dinamico e al contempo immutabile, in cui la terra si lavora come cento anni fa quando a essere sterminati nelle campagne erano i braccianti pugliesi.
Alessandro Leogrande
“Uomini e caporali”
Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del sud.
Mondadori Editore
“Uomini e caporali”
Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del sud.
Mondadori Editore
domenica 23 novembre 2008
Gli assassini della memoria
La vicenda del professor Roberto Valvo, sospeso dall’Ufficio scolastico del Lazio per le sue affermazioni negazioniste, invita a riprendere in mano un vecchio testo di Pierre Vidal-Naquet (“Gli Assassini della memoria”, ora riproposto dalle edizioni Viella con un’introduzione di Giovanni Miccoli).“Curiosi storici, in verità questi che invece di impegnarsi a ‘conoscere lo sviluppo preciso degli avvenimenti’ si ergono a giudici delle ‘prove di colpevolezza’ in un processo che ha luogo soltanto perché essi negano l’esistenza della materia del contendere e che, al momento del verdetto, saranno dunque necessariamente portati a dichiarare false tutte le prove contrarie all’a-priori da cui non recedono”.
David Bidussa
storico sociale delle idee
David Bidussa
storico sociale delle idee
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