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mercoledì 20 giugno 2012
Emma Bonino, forza e dignità
domenica 3 luglio 2011
lunedì 6 giugno 2011
Le ragioni di un Satyagraha
Sintesi della conversazione domenicale di Marco Pannella a “Radio “Radicale” - Introduzione
Le code del voto per le amministrative, il referendum, la situazione mediorientale, l'iniziativa nonviolenta di Marco Pannella, giunto quasi al cinquantesimo giorno di sciopero della fame.
Le code del voto per le amministrative, il referendum, la situazione mediorientale, l'iniziativa nonviolenta di Marco Pannella, giunto quasi al cinquantesimo giorno di sciopero della fame.
Pannella: “Senza democrazia, il primo a non sapere – come noto – è proprio il migliore, il più importante, il Presidente della Repubblica”. L'attività di “studio per meglio conoscere” dei Radicali e il dossier del Centro d'Ascolto radio-televisivo sulle presenze di 1.030 politici nei principali talk-show italiani: “Il caso vuole, il caso, che io – alla mia veneranda età, onusto di onori – non sono nemmeno tra i 1.030. Ed è una regola”.
Il comunicato di sabato di Marco Pannella così recitava: “Nella nondemocrazia e nello stato non-di diritto i cittadini, a cominciare anche da quelli fra loro che sono i massimi rappresentanti, hanno diritto di conoscere per responsabilmente deliberare. quindi assolverò sempre più il dovere di cittadino leale di informare, perché conosca innanzitutto il Presidente della Repubblica, in quanto tale e anche per stima e affetto carissimo a tutti noi, perché conosca almeno lui. e comincerò fra alcune ore da radio radicale, domenica alle 17”. Pannella: “Cominciamo con questo. Storicamente, e sul piano dell'anti-democrazia e dell'anti-legalità, noi siamo in una situazione molto peggiore di quanto non fossimo in passato. Possiamo mostrarlo, non abbiamo bisogno di dimostrarlo. Senza democrazia, il primo a non sapere – come noto – è proprio il migliore, il più importante, il Presidente della Repubblica, quello che meno può vivere tra la gente, nel popolo”. “Soprattutto essendo, come è l'attuale presidente, un ottimo presidente nelle condizioni date, e in più da parte nostra c'è semplicemente davvero caro affetto per la persona che è, e che avevo previsto, e che sta affrontando una situazione nella quale lui stesso dice non immaginava avrebbe dovuto svolgere il suo mandato. Parliamo in termini chiari: una lotta rivoluzionaria e di alternativa di lungo periodo, in un regime non democratico e che non rispetta la propria legalità. Il fascismo era infame perché la sua propria legalità era fascista”. “Mentre oggi noi ci troviamo con un regime che sul piano dei diritti umani, fra quali c'è quello della conoscenza, è contro la propria Costituzione. È un regime di quotidiano assassinio della 'più bella Costituzione del mondo', per citare l'idea fissa, dolcissima, di Pier Luigi Bersani; solo che lui, se pensa un po' alla sua storia, può darsi che fosse bella, ma loro si sono preoccupati per una generazione di ammazzarla, e quindi oggi parliamo dei resti, dei rifiuti, di quella roba che loro dicono di trovare molto bella”.
Il comunicato di sabato di Marco Pannella così recitava: “Nella nondemocrazia e nello stato non-di diritto i cittadini, a cominciare anche da quelli fra loro che sono i massimi rappresentanti, hanno diritto di conoscere per responsabilmente deliberare. quindi assolverò sempre più il dovere di cittadino leale di informare, perché conosca innanzitutto il Presidente della Repubblica, in quanto tale e anche per stima e affetto carissimo a tutti noi, perché conosca almeno lui. e comincerò fra alcune ore da radio radicale, domenica alle 17”. Pannella: “Cominciamo con questo. Storicamente, e sul piano dell'anti-democrazia e dell'anti-legalità, noi siamo in una situazione molto peggiore di quanto non fossimo in passato. Possiamo mostrarlo, non abbiamo bisogno di dimostrarlo. Senza democrazia, il primo a non sapere – come noto – è proprio il migliore, il più importante, il Presidente della Repubblica, quello che meno può vivere tra la gente, nel popolo”. “Soprattutto essendo, come è l'attuale presidente, un ottimo presidente nelle condizioni date, e in più da parte nostra c'è semplicemente davvero caro affetto per la persona che è, e che avevo previsto, e che sta affrontando una situazione nella quale lui stesso dice non immaginava avrebbe dovuto svolgere il suo mandato. Parliamo in termini chiari: una lotta rivoluzionaria e di alternativa di lungo periodo, in un regime non democratico e che non rispetta la propria legalità. Il fascismo era infame perché la sua propria legalità era fascista”. “Mentre oggi noi ci troviamo con un regime che sul piano dei diritti umani, fra quali c'è quello della conoscenza, è contro la propria Costituzione. È un regime di quotidiano assassinio della 'più bella Costituzione del mondo', per citare l'idea fissa, dolcissima, di Pier Luigi Bersani; solo che lui, se pensa un po' alla sua storia, può darsi che fosse bella, ma loro si sono preoccupati per una generazione di ammazzarla, e quindi oggi parliamo dei resti, dei rifiuti, di quella roba che loro dicono di trovare molto bella”.
L'attività di “studio per meglio conoscere” dei Radicali: “Oggi la situazione è questa. Per 20-30 anni, con un contribuito egregio e da tutti conosciuto del Centro d'ascolto radio-televisivo radicale, l'attività conoscitiva aveva la forma di calcolare quanti secondi-minuti avessero a disposizione le varie forze politiche. Ma in realtà questo non riguardava il popolo italiano. La verità è un'altra: si tratta di capire quanto le italiane e gli italiani ricevano di informazione, di propaganda, etc. Questo non era mai stato fatto, e invece lo stiamo facendo. Con i mezzi dell'unico partito non ladro di danaro, di legalità, di diritti, l'unico partito che il regime stesso ha subito riconosciuto e combattuto – spesso con l'acqua alla gola – per 30 anni, e continua a farlo”. “Quindi noi abbiamo stabilito questo metodo di lavoro e studio: posti i soliti settimanali di scatenato regime – quindi Porta a Porta, Annozero, Ballarò e alcuni altri –, si sono individuati in un anno 2 miliardi e rotti di 'ascolti'”. “E' quanto ai viventi italianofoni che sono ascoltatori, quanto di loro complessivamente in ascolto possono avere di input, di conoscenza. Abbiamo stabilito che sono 2 miliardi e rotti. A questo punto si è iniziato a vedere come sono composti questi due miliardi di ascolti. E siamo arrivati al punto di poter fornire dei dati che fanno parte di un dossier di grande eloquenza. Possiamo per esempio stabilire che di personalità politiche ne abbiamo individuate 1.030, partendo da quelle che magari sono state ascoltate almeno per un minuto. Colui che gli italiani hanno potuto di più ascoltare ha 140 milioni di ascolti nell'anno, ed è Tonino Di Pietro”. “Il Presidente della Repubblica lo abbiamo informato sul fatto che per il Centro d'ascolto è stato fatto l'impossibile da parte del regime, cioè dalla Camera dei Deputati, dal Senato, dalla Presidenza della Repubblica, dalla Autorità garante, per farlo chiudere”. La visita di Sandro Curzi al Centro d'Ascolto: “Non credeva ai suoi occhi: 'Ma che cosa enorme!'. Eppure noi stavamo chiudendo”.
“Però risorgiamo, dicendo che noi possiamo informare il Presidente della Repubblica che questa traccia dell'anno degli italiani, attraverso queste trasmissioni dei massa che ci sono, sono estremamente indicative. Ma tra tre giorni daremo un aggiornamento perché gli ultimi due mesi sono ancora più chiari. Dev'essere chiaro al Presidente della Repubblica, che è il mio presidente, che lui presiede una Repubblica anti-democratica”. La storia di Napolitano non è la stessa storia di quei comunisti – come Ignazio Silone e Arthur Koestler - “che avevano una caratteristica: si erano accorti, non proprio in tempo perché fosse possibile batterla, che l'utopia comunista, le speranze per cui erano stati comunisti, si stavano traducendo nel 'socialismo reale', cioè in qualcosa che ha assommato nella storia dell'umanità molti più assassinati di quanto non abbia fatto il nazismo”. “Sui 1.030 politici c'è – figuratevi un po' - una Radicale che figura al 50esimo posto, con 5 milioni di ascolti su 2 miliardi e rotti di ascolti totali”. “Poi vi sono altri radicali: Rita Bernardini, Mario Staderini, che assieme vanno verso il 250esimo, 280esimo posto. In totale i Radicali hanno 10 milioni di ascolti su oltre 2 miliardi”. “Si individuano 1.030 politici in quest'anno. Il caso vuole, il caso, che io – alla mia veneranda età, onusto di onori – non sono nemmeno tra i 1.030. Ed è una regola. L'Autorità Garante, con rispetto parlando, per 49 volte in 10 anni ha sanzionato Rai-Mediaset, dando ragione ai nostri ricorsi. Un'Autorità Garante che in 10 anni cumula 49 interventi dandoci ragione, e però questi continuano, è semplicemente un'Autorità che garantisce che tutto questo continui”.
Pannella: “Qualcuno dirà: 'Ma come potete pensare che verso voi Radicali, così piccolini, ci sia tale persecuzione?' Allora c'è un'altra cosa che viene fuori: è chiaro, chiarissimo, che negli ultimi 40 anni uno solo è stato il nemico per tutte le componenti del regime partitocratico; siamo stati noi del Partito Radicale costituito tra il 5 e il 10 dicembre del 1955”.
Pannella: “Ma è possibile che ci sia questa necessità” di cancellare i Radicali? “Sì, è un riflesso da Terza Internazionale”. “Non c'è più bisogno dell'esorcista. Con questa situazione rispetto a due miliardi e mezzo di ascolti, nessuno – anche lo volesse – può avere sentito nemmeno per un istante la mia voce, se non quando carpita a un telegiornale dove mi fanno vedere con la faccia da vecchio rimbambito, e poi dicendo due parole come un vecchio rimbambito”. “Qualcuno dirà: ma come potete pensare che verso voi Radicali, così piccolini, ci sia tale persecuzione? Allora c'è un'altra cosa che viene fuori: è chiaro, chiarissimo, che negli ultimi 40 anni uno solo è stato il nemico per tutte le componenti del regime partitocratico; siamo stati noi del Partito Radicale costituito tra il 5 e il 10 dicembre del 1955”. La figura di Elio Vittorini, comunista e presidente del Pr, e le sue motivazioni per mettersi alla testa di pochi Radicali: “Perché voi siete gli unici copernicani in questo mondo che è totalmente tolemaico”. “Ricordo che raccontai questo andando a casa di Luca Boneschi, o meglio di sua moglie; quando lei mi ri-presentò un giovane comunista che aveva voluto confluire nell'Unione Goliardica italiana, ed era Achille Occhetto, e a quello raccontai questa storia. Venti anni dopo lui me ne ha parlato del Pds che stava nascendo. Le cose sono divertenti per chi ha memoria e può avere memoria. 'Se il futuro avrà una memoria', diceva Leonardo (Sciascia, ndr). Ma si può avere memoria soltanto di qualcosa che si conosce”.
Il dossier del Centro d'Ascolto già consegnato al Presidente della Repubblica: “Non lo do a te perché è un malloppo, ma lo do ai tuoi collaboratori che lo studieranno e poi ne trarranno l'importanza – ha detto Pannella al Presidente Napolitano – La mia sensazione è che questo non sia avvenuto. Io sono stato il primo a dire che le scelte compiute dal Presidente che avevamo concorso a eleggere gli avrebbero creato una vita impossibile, posto che lui con naturalezza e moralità si è trovato benissimo e capacissimo a fare il Presidente come lo erano stati per 21 anni – seppure a mio avviso contro la Costituzione - i suoi predecessori. Scalfaro, Cossiga e Ciampi tutti i giorni si rivolgevano al popolo, e a questo punto lui dal primo giorno si è sottoposto a una fatica straordinaria e le fatiche straordinarie dovute a moralità e compattezza, a convinzione profonda, mettono alla prova e irrobustiscono. E' quello che credo di avere appreso e confermato con la mia vita. Tra tutti quelli che hanno visto Napolitano al Parlamento europeo anni fa, tutti sono d'accordo nel dire che lui è ringiovanito, e non appaia semplicemente più giovane, pure a fronte di una attività che è dieci volte più pesante di quella che già assicurava al Parlamento europeo. Ma non si rende conto di cosa voglia dire l'anti-democrazia. Adesso abbiamo però dato le carte. Mi auguro che Macaluso, mi auguro che qualche giornale voglia apprendere qualcosa, scrivere qualcosa, conoscere queste carte”.
Pannella: “Ma è possibile che ci sia questa necessità” di cancellare i Radicali? “Sì, è un riflesso da Terza Internazionale”. “Non c'è più bisogno dell'esorcista. Con questa situazione rispetto a due miliardi e mezzo di ascolti, nessuno – anche lo volesse – può avere sentito nemmeno per un istante la mia voce, se non quando carpita a un telegiornale dove mi fanno vedere con la faccia da vecchio rimbambito, e poi dicendo due parole come un vecchio rimbambito”. “Qualcuno dirà: ma come potete pensare che verso voi Radicali, così piccolini, ci sia tale persecuzione? Allora c'è un'altra cosa che viene fuori: è chiaro, chiarissimo, che negli ultimi 40 anni uno solo è stato il nemico per tutte le componenti del regime partitocratico; siamo stati noi del Partito Radicale costituito tra il 5 e il 10 dicembre del 1955”. La figura di Elio Vittorini, comunista e presidente del Pr, e le sue motivazioni per mettersi alla testa di pochi Radicali: “Perché voi siete gli unici copernicani in questo mondo che è totalmente tolemaico”. “Ricordo che raccontai questo andando a casa di Luca Boneschi, o meglio di sua moglie; quando lei mi ri-presentò un giovane comunista che aveva voluto confluire nell'Unione Goliardica italiana, ed era Achille Occhetto, e a quello raccontai questa storia. Venti anni dopo lui me ne ha parlato del Pds che stava nascendo. Le cose sono divertenti per chi ha memoria e può avere memoria. 'Se il futuro avrà una memoria', diceva Leonardo (Sciascia, ndr). Ma si può avere memoria soltanto di qualcosa che si conosce”.
Il dossier del Centro d'Ascolto già consegnato al Presidente della Repubblica: “Non lo do a te perché è un malloppo, ma lo do ai tuoi collaboratori che lo studieranno e poi ne trarranno l'importanza – ha detto Pannella al Presidente Napolitano – La mia sensazione è che questo non sia avvenuto. Io sono stato il primo a dire che le scelte compiute dal Presidente che avevamo concorso a eleggere gli avrebbero creato una vita impossibile, posto che lui con naturalezza e moralità si è trovato benissimo e capacissimo a fare il Presidente come lo erano stati per 21 anni – seppure a mio avviso contro la Costituzione - i suoi predecessori. Scalfaro, Cossiga e Ciampi tutti i giorni si rivolgevano al popolo, e a questo punto lui dal primo giorno si è sottoposto a una fatica straordinaria e le fatiche straordinarie dovute a moralità e compattezza, a convinzione profonda, mettono alla prova e irrobustiscono. E' quello che credo di avere appreso e confermato con la mia vita. Tra tutti quelli che hanno visto Napolitano al Parlamento europeo anni fa, tutti sono d'accordo nel dire che lui è ringiovanito, e non appaia semplicemente più giovane, pure a fronte di una attività che è dieci volte più pesante di quella che già assicurava al Parlamento europeo. Ma non si rende conto di cosa voglia dire l'anti-democrazia. Adesso abbiamo però dato le carte. Mi auguro che Macaluso, mi auguro che qualche giornale voglia apprendere qualcosa, scrivere qualcosa, conoscere queste carte”.
L'ingresso dei Radicali in Parlamento nel 1976, esito anche di una campagna nonviolenta e poi di un appello pubblicato a pagamento su Repubblica e sottoscritto da 170 personalità: “Fu che anche grazie a questo appello il principio che si affermò non fu quello della compensazione su censura, ma quello della riparazione al popolo, al Paese; ciò venne stabilito dall'immediato antecedente di quella che oggi è la Commissione di vigilanza”. I Radicali ottennero un'ora e un quarto di trasmissione ed entrarono alla Camera per 400 voti.
La situazione dell'informazione in Italia, secondo Pannella, va considerata assieme al prolungato tradimento della Costituzione, a partire dagli istituti originariamente previsti come le Regioni e i referendum, “negati per una generazione a tutti gli italiani”.
Il caso della scheda referendaria: “Oggi sui referendum si evocano ancora grandi paure del regime. Ma chi ha colpito il referendum è stata proprio la maggioranza dei partiti usciti dalla Costituzione”. Il referendum non è esistito “fino a quando non gli si è dovuto dare al Vaticano il referendum, per compensare il fatto che nel Parlamento repubblicano, con maggioranza repubblicana e monopolio dell'opposizione praticamente al frontismo comunista, eravamo riusciti a far approvare una legge sul divorzio; non con l'aiuto del Mondo o dell'Espresso – nota Pannella - ma di Abc e dell'editore lombardo, e innanzitutto stampatore, Enzo Sabato”.
La differenza tra la storia personale del Presidente della Repubblica e quella di Pannella contribuisce a spiegare la diversa percezione del momento attuale: “Io da ragazzo – ricorda Pannella - ho vissuto in mezzo a coloro che sentivano in senso anti-positivistico il fatto che la storia è corsi e ricorsi del bene e del male; io ho vissuto con chi si era accorto – nel momento del trionfo dell'impero – che il loro ideale stava donando al mondo il massimo di barbarie della sua storia. Ed erano Ignazio Silone e gli altri; adesso purtroppo mi accorgo che a una storia comunista pulita, nobile, come quella di Giorgio Napolitano, che noi che siamo stati attenti al socialismo reale per amore del socialismo reale, oggi lui per amore della democrazia non si accorge che la sua Repubblica è una Repubblica anti-democratica. Non ha i parametri, non ha la sensibilità”.
Il manifesto-appello del 1976 su un'iniziativa nonviolenta di allora di Marco Pannella: “Ho mandato in giro questo documento, l'ho mandato anche al Presidente, dicendogli che era uno scoop. Quando l'ho mandato, ho tolto le indicazioni della data. Il manifesto-appello dice: 'Indipendentemente dalle posizioni e dai programmi del Partito radicale, che si possono condividere o non condividere, rifiutare o anche osteggiare, i motivi che hanno determinato Marco Pannella a minacciare prima e a intraprendere ora un digiuno questa volta totale non possono non essere condivisi; le sue richieste sono giuste e legittime, nella loro immediatezza oltre che nel loro contenuto. Fondamento di ogni democrazia politica è il libero concorso di tutte le forze politiche alla formazione della volontà popolare. L'accesso ai mezzi di comunicazione di massa è essenziale perché questa libertà di partecipazione alla lotta politica non sia soltanto formale e negata nei fatti, e perché sia assicurato il diritto di tutti i cittadini a conoscere per deliberare. E' assurdo e scandaloso – si diceva il 29 aprile 1976, in un annuncio apparso a pagamento su Repubblica. Oggi ringrazio Pisapia che ha detto di ritenere 'scandaloso' il silenzio sulla mia iniziativa”. “Rivolgiamo perciò un appello ai presidenti della Camera e del Senato – continuava l'appello – ai segretari dei partiti politici rappresentanti in Parlamento, perché queste richieste siano accolte”. Tra i firmatari: “Pietro Nenni, Elena Croce, Arrigo Benedetti – diciamo il gemello di Pannunzio - Guido Calogero, Aldo Visalberghi, Loris Fortuna, Tullio Pericoli, Alessandro Galante Garrone, Ingazio Silone, Giuliano Amato, Giuseppe Caputo, Vera Bertinetti, Giulia Borgese, Cesare Medail, Viviana Dominici, Alfonso Madeo, Valentino Bucchi, Umberto Eco, Gustavo Comba – mi è molto caro questo perché era un nostro vecchio compagno radicale valdese tra i primissimi quando prendemmo in mano quello che 'non restava' del Partito radicale precedente -, Francesco Alberoni, Giorgio Galli, Stefano Rodotà, etc.”. “Questi sono alcuni dei 170 del primo appello, poi si raccolsero 2.000 firme”. “Quale fu l'esito di questo? L'esito fu che anche grazie a questo appello il principio che si affermò non fu quello della compensazione su censura, ma quello della riparazione al popolo, al Paese; ciò venne stabilito dall'immediato antecedente di quella che oggi è la Commissione di vigilanza. Umberto Della Fava, Michele Principe della Rai, a questo punto dettero quello che chiedevo: un'ora e un quarto di riparazione alla Lid – dopo che la gente aveva già votato il divorzio - e un'ora e un quarto al Partito Radicale. Allora le reti erano soltanto due, e andammo in orari di buon medio ascolto, quindi quell'ora e un quarto arrivò a 10-15 milioni su 50 milioni di cittadini. Si ottenne questo, e questo cosa provocò?”. Grazie anche al contributo della radio appena ottenuta, “per 400 voti entrammo in Parlamento. Questo ha significato, in termini proprio da piccolo Bignami o da iper accademica storia d'Italia, il confronto, lo scontro, la lotta ufficiale, con tutti i grandi eventi istituzionali rappresentati dallo scontro aperto tra il regime e tutte le sue parti – questo è vero anche nel periodo del sequestro e del voluto assassinio di Aldo Moro – e i Radicali organizzati dall'altra”.
La situazione dell'informazione in Italia, secondo Pannella, va considerata assieme al prolungato tradimento della Costituzione, a partire dagli istituti originariamente previsti come le Regioni e i referendum, “negati per una generazione a tutti gli italiani”.
Il caso della scheda referendaria: “Oggi sui referendum si evocano ancora grandi paure del regime. Ma chi ha colpito il referendum è stata proprio la maggioranza dei partiti usciti dalla Costituzione”. Il referendum non è esistito “fino a quando non gli si è dovuto dare al Vaticano il referendum, per compensare il fatto che nel Parlamento repubblicano, con maggioranza repubblicana e monopolio dell'opposizione praticamente al frontismo comunista, eravamo riusciti a far approvare una legge sul divorzio; non con l'aiuto del Mondo o dell'Espresso – nota Pannella - ma di Abc e dell'editore lombardo, e innanzitutto stampatore, Enzo Sabato”.
La differenza tra la storia personale del Presidente della Repubblica e quella di Pannella contribuisce a spiegare la diversa percezione del momento attuale: “Io da ragazzo – ricorda Pannella - ho vissuto in mezzo a coloro che sentivano in senso anti-positivistico il fatto che la storia è corsi e ricorsi del bene e del male; io ho vissuto con chi si era accorto – nel momento del trionfo dell'impero – che il loro ideale stava donando al mondo il massimo di barbarie della sua storia. Ed erano Ignazio Silone e gli altri; adesso purtroppo mi accorgo che a una storia comunista pulita, nobile, come quella di Giorgio Napolitano, che noi che siamo stati attenti al socialismo reale per amore del socialismo reale, oggi lui per amore della democrazia non si accorge che la sua Repubblica è una Repubblica anti-democratica. Non ha i parametri, non ha la sensibilità”.
Il manifesto-appello del 1976 su un'iniziativa nonviolenta di allora di Marco Pannella: “Ho mandato in giro questo documento, l'ho mandato anche al Presidente, dicendogli che era uno scoop. Quando l'ho mandato, ho tolto le indicazioni della data. Il manifesto-appello dice: 'Indipendentemente dalle posizioni e dai programmi del Partito radicale, che si possono condividere o non condividere, rifiutare o anche osteggiare, i motivi che hanno determinato Marco Pannella a minacciare prima e a intraprendere ora un digiuno questa volta totale non possono non essere condivisi; le sue richieste sono giuste e legittime, nella loro immediatezza oltre che nel loro contenuto. Fondamento di ogni democrazia politica è il libero concorso di tutte le forze politiche alla formazione della volontà popolare. L'accesso ai mezzi di comunicazione di massa è essenziale perché questa libertà di partecipazione alla lotta politica non sia soltanto formale e negata nei fatti, e perché sia assicurato il diritto di tutti i cittadini a conoscere per deliberare. E' assurdo e scandaloso – si diceva il 29 aprile 1976, in un annuncio apparso a pagamento su Repubblica. Oggi ringrazio Pisapia che ha detto di ritenere 'scandaloso' il silenzio sulla mia iniziativa”. “Rivolgiamo perciò un appello ai presidenti della Camera e del Senato – continuava l'appello – ai segretari dei partiti politici rappresentanti in Parlamento, perché queste richieste siano accolte”. Tra i firmatari: “Pietro Nenni, Elena Croce, Arrigo Benedetti – diciamo il gemello di Pannunzio - Guido Calogero, Aldo Visalberghi, Loris Fortuna, Tullio Pericoli, Alessandro Galante Garrone, Ingazio Silone, Giuliano Amato, Giuseppe Caputo, Vera Bertinetti, Giulia Borgese, Cesare Medail, Viviana Dominici, Alfonso Madeo, Valentino Bucchi, Umberto Eco, Gustavo Comba – mi è molto caro questo perché era un nostro vecchio compagno radicale valdese tra i primissimi quando prendemmo in mano quello che 'non restava' del Partito radicale precedente -, Francesco Alberoni, Giorgio Galli, Stefano Rodotà, etc.”. “Questi sono alcuni dei 170 del primo appello, poi si raccolsero 2.000 firme”. “Quale fu l'esito di questo? L'esito fu che anche grazie a questo appello il principio che si affermò non fu quello della compensazione su censura, ma quello della riparazione al popolo, al Paese; ciò venne stabilito dall'immediato antecedente di quella che oggi è la Commissione di vigilanza. Umberto Della Fava, Michele Principe della Rai, a questo punto dettero quello che chiedevo: un'ora e un quarto di riparazione alla Lid – dopo che la gente aveva già votato il divorzio - e un'ora e un quarto al Partito Radicale. Allora le reti erano soltanto due, e andammo in orari di buon medio ascolto, quindi quell'ora e un quarto arrivò a 10-15 milioni su 50 milioni di cittadini. Si ottenne questo, e questo cosa provocò?”. Grazie anche al contributo della radio appena ottenuta, “per 400 voti entrammo in Parlamento. Questo ha significato, in termini proprio da piccolo Bignami o da iper accademica storia d'Italia, il confronto, lo scontro, la lotta ufficiale, con tutti i grandi eventi istituzionali rappresentati dallo scontro aperto tra il regime e tutte le sue parti – questo è vero anche nel periodo del sequestro e del voluto assassinio di Aldo Moro – e i Radicali organizzati dall'altra”.
La “concessione” del referendum da parte del regime al popolo italiano nel 1974, la campagna elettorale dei Radicali per il 1976 e i primi due mesi di iniziativa parlamentare radicale sulla vicenda del giudice Occorsio e sulla figura di Gelli.
Pannella: “Si vince il referendum nel 1974, il referendum sulla Legge Fortuna che comunisti, Dc, liberali con il più potente tra loro come Bozzi, erano tutti mobilitati per superare. Quel referendum che fu definito 'iattura' perfino dal segretario del Pci, Luigi Longo”. “Prima cos'era accaduto? Questo referendum il regime lo aveva concesso in cambio della firma da parte del Presidente del Consiglio democristiano della legge Fortuna-Baslini sul divorzio. Va bene la legge, però allora si dà agli italiani quel diritto che gli è stato negato per una generazione”, quello di abrogare la legge tramite referendum. “Ma a questo punto si rimandava il referendum al 1974 se nel 1972 c'era crisi di governo e nuove elezioni. Noi subito gridammo: 'Voi avete preferito perdere le elezioni che vincere il referendum! Felloni laici, gente di regime!'. Tanto è vero che a questo punto vinse in quelle occasioni non il centro-sinistra ma il centro-destra, perché vi fu il governo Andreotti-Malagodi, con tre ministri liberali che prima avevano detto invece che non sarebbero entrati in quel governo”. “Siccome noi nel frattempo raccogliamo firme per altri otto referendum, il cui slogan era: 'Fermali con una firma'. Si raccoglievano per aborto, etc”. La posizione di Rossana Rossanda e del Manifesto. “Non appena entriamo in 4 in Parlamento, grazie a questo appello su Repubblica...”. E forse anche a dei ceffoni presi da Pannella durante la campagna elettorale, ricorda Valter Vecellio: “Certo, ma lì era tutto, perché noi contestavamo tutto, compresa l'abitudine che sembrava assegnare al Pci il diritto acquisito di essere sempre il primo su tutte le schede elettorali; e allora fummo picchiati perché ci mettevamo in fila quattro giorni prima per contendere il primo posto ed arrivavano anche Giancarlo Pajetta, con dei compagni robusti, che sbattevano via i Radicali. Allora andammo sotto Botteghe Oscure chiedendo: 'Perché, compagni comunisti, non sorteggiare la posizione sulla scheda?'. Allora venne fuori il vecchio portiere di Botteghe Oscure e mi ammolla uno sganassone; avevo portato con me i giornalisti, ma il giornalismo italiano era già quello che era, e quindi non avevano ripreso nemmeno una foto. Allora ho continuato, e lui per la seconda volta mi dà una sberla; e questa volta la sberla tentata venne fuori. Però non distraiamoci. A questo punto noi dunque entriamo in Parlamento in questo modo e dopo due mesi che siamo eletti, facciamo due cose: uno, chiediamo un dibattito sull'assassinio del giudice Vittorio Occorsio, ma soprattutto chiediamo subito al Presidente del Consiglio Andreotti di darci conto del perché lui riceva abitualmente un preteso rappresentante di una repubblica sudamericana e noto come il massimo esponente di una presunta loggia massonica, la P2 di Gelli. Alla fine della legislatura, il Pci aveva fatto due interventi su quest'ultimo punto, noi sette”.
Pannella: “Si vince il referendum nel 1974, il referendum sulla Legge Fortuna che comunisti, Dc, liberali con il più potente tra loro come Bozzi, erano tutti mobilitati per superare. Quel referendum che fu definito 'iattura' perfino dal segretario del Pci, Luigi Longo”. “Prima cos'era accaduto? Questo referendum il regime lo aveva concesso in cambio della firma da parte del Presidente del Consiglio democristiano della legge Fortuna-Baslini sul divorzio. Va bene la legge, però allora si dà agli italiani quel diritto che gli è stato negato per una generazione”, quello di abrogare la legge tramite referendum. “Ma a questo punto si rimandava il referendum al 1974 se nel 1972 c'era crisi di governo e nuove elezioni. Noi subito gridammo: 'Voi avete preferito perdere le elezioni che vincere il referendum! Felloni laici, gente di regime!'. Tanto è vero che a questo punto vinse in quelle occasioni non il centro-sinistra ma il centro-destra, perché vi fu il governo Andreotti-Malagodi, con tre ministri liberali che prima avevano detto invece che non sarebbero entrati in quel governo”. “Siccome noi nel frattempo raccogliamo firme per altri otto referendum, il cui slogan era: 'Fermali con una firma'. Si raccoglievano per aborto, etc”. La posizione di Rossana Rossanda e del Manifesto. “Non appena entriamo in 4 in Parlamento, grazie a questo appello su Repubblica...”. E forse anche a dei ceffoni presi da Pannella durante la campagna elettorale, ricorda Valter Vecellio: “Certo, ma lì era tutto, perché noi contestavamo tutto, compresa l'abitudine che sembrava assegnare al Pci il diritto acquisito di essere sempre il primo su tutte le schede elettorali; e allora fummo picchiati perché ci mettevamo in fila quattro giorni prima per contendere il primo posto ed arrivavano anche Giancarlo Pajetta, con dei compagni robusti, che sbattevano via i Radicali. Allora andammo sotto Botteghe Oscure chiedendo: 'Perché, compagni comunisti, non sorteggiare la posizione sulla scheda?'. Allora venne fuori il vecchio portiere di Botteghe Oscure e mi ammolla uno sganassone; avevo portato con me i giornalisti, ma il giornalismo italiano era già quello che era, e quindi non avevano ripreso nemmeno una foto. Allora ho continuato, e lui per la seconda volta mi dà una sberla; e questa volta la sberla tentata venne fuori. Però non distraiamoci. A questo punto noi dunque entriamo in Parlamento in questo modo e dopo due mesi che siamo eletti, facciamo due cose: uno, chiediamo un dibattito sull'assassinio del giudice Vittorio Occorsio, ma soprattutto chiediamo subito al Presidente del Consiglio Andreotti di darci conto del perché lui riceva abitualmente un preteso rappresentante di una repubblica sudamericana e noto come il massimo esponente di una presunta loggia massonica, la P2 di Gelli. Alla fine della legislatura, il Pci aveva fatto due interventi su quest'ultimo punto, noi sette”.
L'ostruzionismo radicale secondo i regolamenti, il cambiamento dell'agenda parlamentare di Dc e Pci dopo l'elezione dei Radicali, il ruolo della Corte Costituzionale sui referendum del 1978 e l'assassinio di Aldo Moro.
Pannella: “Noi immediatamente iniziamo a chiedere i regolamenti. Anche perché, essendoci tra questi altri nostri referendum uno sull'abrogazione del Concordato, del Codice Rocco, in corso di presentazione, per cui si sarebbero dovuti tenere nel 1978, a questo punto per evitare i referendum cosa fanno? La Dc e il Pci si mettono d'accordo e sapendo che sull'aborto non si poteva andare perché avremmo vinto noi Radicali solamente, con il popolo cattolico e il popolo comunista. Allora ce lo votano loro, e noi votiamo contro. Il gioco era: approvare leggi su tutto, sui manicomi per esempio, in fretta perché senno scattavano i referendum”. Tutto contro “il nostro ostruzionismo che era per la prima volta la semplice applicazione rigorosa dei regolamenti della Camera”. “Approvano, loro, la Dc e il Pci, la legge sull'aborto, per evitare il referendum, perché il nostro referendum rinviava in modo preciso a una normativa che era diversa dalla loro che invece creava l'aborto di Stato, pure con l'obiezione di coscienza”. “Noi da soli qui dentro facciamo questo e loro a questo punto si preparano, perché ci hanno già mollato – a me, a noi - la riforma del diritto di famiglia nel 1975, ovvero alla vigilia delle elezioni che seguivano la nostra vittoria sul divorzio, e anche la prima depenalizzazione del consumo della droga, e anche il voto ai diciottenni. Si tenga presente che stiamo discutendo di come mai ci trattano in questo modo, o di perché trattano il popolo in questo modo, e di perché noi siamo i nemici principali. Allora a questo punto comincia il comportamento da suprema cupola della mafiosità partitocratica, di una partitocrazia letteralmente – non moralmente - criminale e di delinquenza abituale”: “noi non esistiamo nei media perché esistiamo nel popolo, esistiamo nei loro familiari, nei loro nonni e nei loro nipoti. Allora nel 1978 loro fanno fuori i due referendum che sarebbero stati rivoluzionari. Dopo il referendum sul divorzio e la legge del Parlamento sull'aborto, si andava a votare, con il 70 per cento degli italiani d'accordo, l'abolizione del Concordato fascista. Fanno fuori quel referendum con delle motivazioni che il relatore Livio Paladin, per una notte, cercò di impedire. I colonnelli sono già mobilitati a difesa della partitocrazia, e sono gli uomini del jure italiano”. L'articolo di Francesco Paolo Bonifacio, sul Corriere della Sera, sulla Corte Costituzionale e l'appoggio dei Radicali.
Ancora: “Moro fu assassinato anche perché la linea che il Bottegone ebbe la forza di imporre a Piazza del Gesù fu che per il bene del Paese bisognava lasciar morire Moro. Tanto è vero che nel momento in cui si ha la notizia della strage di Via Fani, la partitocrazia abolisce la democrazia”. “E comincia: caso Moro, poi la replica, gli stessi autori sono dietro il caso Cirillo perché vogliono liquidare la Dc”.
Pannella: “Noi immediatamente iniziamo a chiedere i regolamenti. Anche perché, essendoci tra questi altri nostri referendum uno sull'abrogazione del Concordato, del Codice Rocco, in corso di presentazione, per cui si sarebbero dovuti tenere nel 1978, a questo punto per evitare i referendum cosa fanno? La Dc e il Pci si mettono d'accordo e sapendo che sull'aborto non si poteva andare perché avremmo vinto noi Radicali solamente, con il popolo cattolico e il popolo comunista. Allora ce lo votano loro, e noi votiamo contro. Il gioco era: approvare leggi su tutto, sui manicomi per esempio, in fretta perché senno scattavano i referendum”. Tutto contro “il nostro ostruzionismo che era per la prima volta la semplice applicazione rigorosa dei regolamenti della Camera”. “Approvano, loro, la Dc e il Pci, la legge sull'aborto, per evitare il referendum, perché il nostro referendum rinviava in modo preciso a una normativa che era diversa dalla loro che invece creava l'aborto di Stato, pure con l'obiezione di coscienza”. “Noi da soli qui dentro facciamo questo e loro a questo punto si preparano, perché ci hanno già mollato – a me, a noi - la riforma del diritto di famiglia nel 1975, ovvero alla vigilia delle elezioni che seguivano la nostra vittoria sul divorzio, e anche la prima depenalizzazione del consumo della droga, e anche il voto ai diciottenni. Si tenga presente che stiamo discutendo di come mai ci trattano in questo modo, o di perché trattano il popolo in questo modo, e di perché noi siamo i nemici principali. Allora a questo punto comincia il comportamento da suprema cupola della mafiosità partitocratica, di una partitocrazia letteralmente – non moralmente - criminale e di delinquenza abituale”: “noi non esistiamo nei media perché esistiamo nel popolo, esistiamo nei loro familiari, nei loro nonni e nei loro nipoti. Allora nel 1978 loro fanno fuori i due referendum che sarebbero stati rivoluzionari. Dopo il referendum sul divorzio e la legge del Parlamento sull'aborto, si andava a votare, con il 70 per cento degli italiani d'accordo, l'abolizione del Concordato fascista. Fanno fuori quel referendum con delle motivazioni che il relatore Livio Paladin, per una notte, cercò di impedire. I colonnelli sono già mobilitati a difesa della partitocrazia, e sono gli uomini del jure italiano”. L'articolo di Francesco Paolo Bonifacio, sul Corriere della Sera, sulla Corte Costituzionale e l'appoggio dei Radicali.
Ancora: “Moro fu assassinato anche perché la linea che il Bottegone ebbe la forza di imporre a Piazza del Gesù fu che per il bene del Paese bisognava lasciar morire Moro. Tanto è vero che nel momento in cui si ha la notizia della strage di Via Fani, la partitocrazia abolisce la democrazia”. “E comincia: caso Moro, poi la replica, gli stessi autori sono dietro il caso Cirillo perché vogliono liquidare la Dc”.
Il caso delle legislature che “cadono soltanto per impedire i referendum radicali”.
E inizia un'altra tendenza, quella delle legislature che “cadono soltanto per impedire i referendum radicali”. Il ruolo della Corte Costituzionale dal 1978 alla fine degli anni 90. “Ma perché tutto questo non viene raccontato? Quante tesi sono state assegnate su qualcosa di così incredibile? A un certo punto, siccome ci sono di nuovo i referendum radicali sulla giustizia e su tutte le altre cose, stabiliscono che non si possono fare, perché avremmo stravinto di nuovo”. “Cosa escogita un Presidente della Repubblica? Non si possono fare i referendum. Eppure in Parlamento c'è una stragrande maggioranza del penta-partito, quindi il Presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere in queste condizioni. Ma così – è il ragionamento – tengono il referendum. Allora dice: qui bisogna che la Dc non dia essa stessa la fiducia. Allora la prima volta chiamano Fanfani, ma lui si rifiuta. Anche perché se uno prende l'incarico per fare il governo e poi opera per non farlo, anche il Presidente della Repubblica che sta a questo gioco, in un paese serio, sarebbe accusato di tradimento della Costituzione e di sovversione. Poi si chiama Andreotti; poi di nuovo Fanfani che questa volta, sacrificandosi per il partito, accetta. Io convinco Bettino e noi facciamo contro la campagna contro ma, insieme ai socialisti, votiamo per il governo Fanfani; i comunisti, figurati, per far vedere che loro sono quelli 'contro la Dc', votano contro, mentre Dc e partiti laici si astengono per fare le elezioni – nonostante il Parlamento avesse una maggioranza ampia che avrebbe garantito due anni di governo. Ma qualcuno ha mai raccontato questo? Ma quante tesi sono state date su questo argomento?”.
Il caso del referendum sulla smilitarizzazione della Guardia di Finanza e lo scoop di Maurizio Belpietro sul Tempo di allora.
E inizia un'altra tendenza, quella delle legislature che “cadono soltanto per impedire i referendum radicali”. Il ruolo della Corte Costituzionale dal 1978 alla fine degli anni 90. “Ma perché tutto questo non viene raccontato? Quante tesi sono state assegnate su qualcosa di così incredibile? A un certo punto, siccome ci sono di nuovo i referendum radicali sulla giustizia e su tutte le altre cose, stabiliscono che non si possono fare, perché avremmo stravinto di nuovo”. “Cosa escogita un Presidente della Repubblica? Non si possono fare i referendum. Eppure in Parlamento c'è una stragrande maggioranza del penta-partito, quindi il Presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere in queste condizioni. Ma così – è il ragionamento – tengono il referendum. Allora dice: qui bisogna che la Dc non dia essa stessa la fiducia. Allora la prima volta chiamano Fanfani, ma lui si rifiuta. Anche perché se uno prende l'incarico per fare il governo e poi opera per non farlo, anche il Presidente della Repubblica che sta a questo gioco, in un paese serio, sarebbe accusato di tradimento della Costituzione e di sovversione. Poi si chiama Andreotti; poi di nuovo Fanfani che questa volta, sacrificandosi per il partito, accetta. Io convinco Bettino e noi facciamo contro la campagna contro ma, insieme ai socialisti, votiamo per il governo Fanfani; i comunisti, figurati, per far vedere che loro sono quelli 'contro la Dc', votano contro, mentre Dc e partiti laici si astengono per fare le elezioni – nonostante il Parlamento avesse una maggioranza ampia che avrebbe garantito due anni di governo. Ma qualcuno ha mai raccontato questo? Ma quante tesi sono state date su questo argomento?”.
Il caso del referendum sulla smilitarizzazione della Guardia di Finanza e lo scoop di Maurizio Belpietro sul Tempo di allora.
Pannella: “Siamo il nemico perché abbiamo una perfetta capacità di resistenza, mentre loro oggi rappresentano oltre due milioni di persone che vivono di politica, la categoria più forte e potente”. I rapporti tra Radicali e Silvio Berlusconi: “Noi non siamo mai stati con Silvio Berlusconi. Silvio Berlusconi, clamorosamente e ufficialmente, è stato lui con noi”.
Pannella: “Sono ladri di denaro e di vite. Hanno creato due milioni e più di persone che vivono di politica, quindi hanno bisogno” di cancellare i Radicali. La battaglia radicale contro il debito pubblico. “Oggi il popolo italiano si trova ad essere bombardato, in un modo nemmeno lontanamente equiparabile a quanto avveniva con le radio di Goebbels e Mussolini”. Il tradimento degli esiti referendari da parte del Parlamento. Le leggi Fini-Bossi e Fini-Giovanardi “riempiono in larga parte le nostre carceri”. “Siamo il nemico perché abbiamo una perfetta capacità di resistenza, perché loro oggi rappresentano oltre due milioni di persone che vivono di politica, la categoria più forte e potente. E quindi hanno bisogno che Emma Bonino” sia cancellata: “Ricordo che anche il povero Fabris, sicuramente il più autorevole dei sondaggisti italiani, che faceva lezioni alla Bocconi dicendo: 'Non ho ma visto quello che accade adesso. Loro non vanno mai in televisione, eppure due terzi degli italiani vogliono Emma Bonino Presidente della Repubblica'. Ma quelli sono stati percepiti subito come momenti di pericolo, pericolo di morte per il regime: i momenti dei referendum, in cui si esprimeva il popolo italiano che loro ingannavano. Figurarsi adesso, con questa realtà internazionale, sporchi come sono diventati i loro dirigenti massimi! Capisco perché Massimo D'Alema se ne vuole andare in yacht: perché il territorio, grazie a lui, è merda pura!”.
“Un'altra pagina di storia: noi non siamo mai stati con Silvio Berlusconi. Silvio Berlusconi, clamorosamente e ufficialmente, è stato lui con noi. Quando lui ha smesso di essere di parola con lui stesso e con noi, a quel punto siamo andati anche in tribunale,perché ci ha imbrogliato anche su un accordo che avevamo fatto”. Ciò non toglie che si debba “rivendicare che noi tra la 'gioiosa macchina da guerra' che contro di noi aveva scelto la Rete di Leoluca Orlando, l'equivalente dell'odierno Di Pietro” e gli altri, “noi a questo punto scegliemmo in coerenza. Dicemmo: 'No, c'è questo, le cui televisioni non erano Mediaset battezzate da D'Alema, erano Fininvest, e nei suoi grandi talk show c'erano c'era Mike Buongiorno, ed ero andato tre volte da lui, e certo non chiedeva l'autorizzazione a Fedele Confalonieri; ero andato poi due volte da Gigi Sabani; poi da Drive-In. Quindi, lì andavo. E non perché gli chiedevo questo”. La rivoluzione liberale annunciata in quel momento da Berlusconi e il linguaggio radicale utilizzato. La firma di Berlusconi in calce ai referendum radicali.
Pannella: “Sono ladri di denaro e di vite. Hanno creato due milioni e più di persone che vivono di politica, quindi hanno bisogno” di cancellare i Radicali. La battaglia radicale contro il debito pubblico. “Oggi il popolo italiano si trova ad essere bombardato, in un modo nemmeno lontanamente equiparabile a quanto avveniva con le radio di Goebbels e Mussolini”. Il tradimento degli esiti referendari da parte del Parlamento. Le leggi Fini-Bossi e Fini-Giovanardi “riempiono in larga parte le nostre carceri”. “Siamo il nemico perché abbiamo una perfetta capacità di resistenza, perché loro oggi rappresentano oltre due milioni di persone che vivono di politica, la categoria più forte e potente. E quindi hanno bisogno che Emma Bonino” sia cancellata: “Ricordo che anche il povero Fabris, sicuramente il più autorevole dei sondaggisti italiani, che faceva lezioni alla Bocconi dicendo: 'Non ho ma visto quello che accade adesso. Loro non vanno mai in televisione, eppure due terzi degli italiani vogliono Emma Bonino Presidente della Repubblica'. Ma quelli sono stati percepiti subito come momenti di pericolo, pericolo di morte per il regime: i momenti dei referendum, in cui si esprimeva il popolo italiano che loro ingannavano. Figurarsi adesso, con questa realtà internazionale, sporchi come sono diventati i loro dirigenti massimi! Capisco perché Massimo D'Alema se ne vuole andare in yacht: perché il territorio, grazie a lui, è merda pura!”.
“Un'altra pagina di storia: noi non siamo mai stati con Silvio Berlusconi. Silvio Berlusconi, clamorosamente e ufficialmente, è stato lui con noi. Quando lui ha smesso di essere di parola con lui stesso e con noi, a quel punto siamo andati anche in tribunale,perché ci ha imbrogliato anche su un accordo che avevamo fatto”. Ciò non toglie che si debba “rivendicare che noi tra la 'gioiosa macchina da guerra' che contro di noi aveva scelto la Rete di Leoluca Orlando, l'equivalente dell'odierno Di Pietro” e gli altri, “noi a questo punto scegliemmo in coerenza. Dicemmo: 'No, c'è questo, le cui televisioni non erano Mediaset battezzate da D'Alema, erano Fininvest, e nei suoi grandi talk show c'erano c'era Mike Buongiorno, ed ero andato tre volte da lui, e certo non chiedeva l'autorizzazione a Fedele Confalonieri; ero andato poi due volte da Gigi Sabani; poi da Drive-In. Quindi, lì andavo. E non perché gli chiedevo questo”. La rivoluzione liberale annunciata in quel momento da Berlusconi e il linguaggio radicale utilizzato. La firma di Berlusconi in calce ai referendum radicali.
La riforma della giustizia e la soluzione dei problemi delle carceri: “Presidente Napolitano, la sua Repubblica, quella che lei ha ereditato, sempre peggio continua a essere criminale con delinquenza professionale su norme tassative dei diritti umani. Allora che si fa? Cosa fa uno che non voglia arrivare ad avere delle Mauthausen o delle Buchenwald?”.
Pannella: “Sul carcere, sulla giustizia, sta accadendo una cosa molto semplice: tutt'al più 'Pannella fa lo sciopero della fame'. Ma chissenefrega! Il problema è un altro, l'obiettivo! La realtà carceraria da 30 anni, il fatto che l'Unione delle camere penali ha deciso di fare lo sciopero della fame, all'obiettivo riforma della giustizia e dei problemi delle carceri...Su questo anche loro non esistono più. Non esiste più il fatto che nelle carceri abbiamo non so quante decine di detenuti che fanno lo sciopero della fame. E non possiamo parlargli...Il simbolo è: 'Amnistia per la repubblica'. Che può voler dire anche 'Amnistia per questa repubblica'. Presidente, la sua Repubblica, quella che lei ha ereditato, sempre peggio continua a essere criminale con delinquenza professionale su norme tassative dei diritti umani. Allora che si fa? Cosa fa uno che non voglia arrivare ad avere delle Mauthausen o delle Buchenwald?”. “Oggi come si reagisce in queste cose?”. Berlusconi e il suo rapporto con la partitocrazia italiana. “Grazie a Irene Testa e Radio Carcere; ci sono migliaia di detenuti in sciopero della fame: Rebibbia, 640 persone, carcere di Fuorni, 428, carcere di Rieti, 78, carcere Poggioreale e Torre del Greco, 142, carcere di Catania Piazza Lanza, 20, Ucciardone, 61, etc. Ma poi i detenuti di Roegina Coeli, tutti eccetto quelli con patologie gravi hanno interrotto l'alimentazione fino al 3 giugno”. “Però che cosa si dimostra qui: loro hanno deciso per l'obiettivo”. I Radicali e la loro azione trentennale nelle carceri: “Ma vi rendete che con questo sovraffollamento, non c'è stato un materasso cui si è dato fuoco?”. “Devono ammazzarci. E si ammazza l'immagine, non la si fa conoscere”.
Pannella: “Sul carcere, sulla giustizia, sta accadendo una cosa molto semplice: tutt'al più 'Pannella fa lo sciopero della fame'. Ma chissenefrega! Il problema è un altro, l'obiettivo! La realtà carceraria da 30 anni, il fatto che l'Unione delle camere penali ha deciso di fare lo sciopero della fame, all'obiettivo riforma della giustizia e dei problemi delle carceri...Su questo anche loro non esistono più. Non esiste più il fatto che nelle carceri abbiamo non so quante decine di detenuti che fanno lo sciopero della fame. E non possiamo parlargli...Il simbolo è: 'Amnistia per la repubblica'. Che può voler dire anche 'Amnistia per questa repubblica'. Presidente, la sua Repubblica, quella che lei ha ereditato, sempre peggio continua a essere criminale con delinquenza professionale su norme tassative dei diritti umani. Allora che si fa? Cosa fa uno che non voglia arrivare ad avere delle Mauthausen o delle Buchenwald?”. “Oggi come si reagisce in queste cose?”. Berlusconi e il suo rapporto con la partitocrazia italiana. “Grazie a Irene Testa e Radio Carcere; ci sono migliaia di detenuti in sciopero della fame: Rebibbia, 640 persone, carcere di Fuorni, 428, carcere di Rieti, 78, carcere Poggioreale e Torre del Greco, 142, carcere di Catania Piazza Lanza, 20, Ucciardone, 61, etc. Ma poi i detenuti di Roegina Coeli, tutti eccetto quelli con patologie gravi hanno interrotto l'alimentazione fino al 3 giugno”. “Però che cosa si dimostra qui: loro hanno deciso per l'obiettivo”. I Radicali e la loro azione trentennale nelle carceri: “Ma vi rendete che con questo sovraffollamento, non c'è stato un materasso cui si è dato fuoco?”. “Devono ammazzarci. E si ammazza l'immagine, non la si fa conoscere”.
Conclusioni
L'agenda della settimana? “Ho diverse cose, siamo in una situazione di mobilitazione. Ma c'è una cosa: si è respirata un'aria di gran sollievo, c'è questa sensazione nelle strade. Ma io temo molto. State attenti, che non sia illusione. Noi possiamo impedirlo. Vedete, la battaglia che c'è stata in Lombardia è stata, per 3 mesi, quella ottima di Giuliano Pisapia, ma è quella di Marco Cappato, di Lorenzo Lipparini e degli altri compagni rispetto alla corruzione formigoniana”. La figura di Roberto Formigoni in contrapposizione a quella di Berlusconi, l'accondiscendenza di certa magistratura nei suoi confronti: “Anche perché c'è il calcolo in base al quale bisogna fare fuori Berlusconi. 'Se adesso dimostriamo che lui è un puttaniere, e quest'altro è un casto, magari avremo l'erede casto...'. E' divenuto anche un dandy, nel senso buono e vero della parola,con la camicia e altro; non so se dipende dalla portavoce, che è anche portafiori, etc”.
“Allora: ho il problema di fare qualche altra prova. Al Presidente della Repubblica credo che lo solleciterò di nuovo a dedicarmi qualche parola”. “Il problema è l'assenza di democrazia, e lui non lo capisce”. “Non posso rischiare che questa azione, per interrompere un comportamento professionalmente criminale della Repubblica e dello stato italiano contro la propria legalità... Non è sopportabile, altrimenti vediamo che dove c'è strage di legalità, segue strage di popoli”. “Non è possibile continuare a piangere sul fatto che le cose vanno male in Italia. Ce n'è una di cosa nella quale la nostra Repubblica è contro la propria legalità, ed è quella della riforma della giustizia e delle carceri. Sono in sciopero della fame da 45 giorni, spero di durare altri 450 giorni se necessario, ma siccome è improbabile, vorrei che di questo se ne accorga anche il Presidente della Repuibblica, alla cui elezione sono fiero di avere contribuito. Presidente, oggi l'unico omaggio vero che posso farti, è del convergere verso di te, perché tu sia all'altezza e tu accolga il contributo della grande storia non comunista, non fascista, non clericale e non autoritaria di – chessòio – di Ignazio Silone, di Luigi Einaudi, di Ernesto Rossi e, se permetti, anche di Valter Vecellio che è qua, di Marco Pannella e di noi altri”.
L'agenda della settimana? “Ho diverse cose, siamo in una situazione di mobilitazione. Ma c'è una cosa: si è respirata un'aria di gran sollievo, c'è questa sensazione nelle strade. Ma io temo molto. State attenti, che non sia illusione. Noi possiamo impedirlo. Vedete, la battaglia che c'è stata in Lombardia è stata, per 3 mesi, quella ottima di Giuliano Pisapia, ma è quella di Marco Cappato, di Lorenzo Lipparini e degli altri compagni rispetto alla corruzione formigoniana”. La figura di Roberto Formigoni in contrapposizione a quella di Berlusconi, l'accondiscendenza di certa magistratura nei suoi confronti: “Anche perché c'è il calcolo in base al quale bisogna fare fuori Berlusconi. 'Se adesso dimostriamo che lui è un puttaniere, e quest'altro è un casto, magari avremo l'erede casto...'. E' divenuto anche un dandy, nel senso buono e vero della parola,con la camicia e altro; non so se dipende dalla portavoce, che è anche portafiori, etc”.
“Allora: ho il problema di fare qualche altra prova. Al Presidente della Repubblica credo che lo solleciterò di nuovo a dedicarmi qualche parola”. “Il problema è l'assenza di democrazia, e lui non lo capisce”. “Non posso rischiare che questa azione, per interrompere un comportamento professionalmente criminale della Repubblica e dello stato italiano contro la propria legalità... Non è sopportabile, altrimenti vediamo che dove c'è strage di legalità, segue strage di popoli”. “Non è possibile continuare a piangere sul fatto che le cose vanno male in Italia. Ce n'è una di cosa nella quale la nostra Repubblica è contro la propria legalità, ed è quella della riforma della giustizia e delle carceri. Sono in sciopero della fame da 45 giorni, spero di durare altri 450 giorni se necessario, ma siccome è improbabile, vorrei che di questo se ne accorga anche il Presidente della Repuibblica, alla cui elezione sono fiero di avere contribuito. Presidente, oggi l'unico omaggio vero che posso farti, è del convergere verso di te, perché tu sia all'altezza e tu accolga il contributo della grande storia non comunista, non fascista, non clericale e non autoritaria di – chessòio – di Ignazio Silone, di Luigi Einaudi, di Ernesto Rossi e, se permetti, anche di Valter Vecellio che è qua, di Marco Pannella e di noi altri”.
*trascrizione a cura di Marco Valerio Loprete
lunedì 14 marzo 2011
Quale riforma della giustizia
di Gianfranco Spadaccia
Ci sono diversi aspetti della crisi della Giustizia che, strettamente connessi tra loro, vanno tuttavia tenuti distinti per parlare di una sua possibile riforma: di qualsiasi ipotesi di riforma e, a maggior ragione, di quella che è stata elaborata dal Governo Berlusconi.
Il primo aspetto è quello della riforma dell’ordinamento (separazione delle carriere fra pubblica accusa e magistratura giudicante, responsabilità civile dei magistrati, eventuale riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e del suo sistema di elezione, eventuali norme che regolino la scelta delle priorità nell’esercizio dell’azione penale, eventuali interventi sul sistema delle impugnazioni) ed è lo stesso sul quale si accentrano le attenzioni e le preoccupazioni dell’attuale Governo.
C’è poi l’altro aspetto consistente nell’impianto complessivo del nostro diritto penale, caratterizzato dalla sopravvivenza dopo il fascismo del Codice Rocco: un codice autoritario, coerente con i principi ispiratori di uno Stato totalitario, che era tuttavia concepito con forte rigore giuridico dalla dottrina di un grande giurista. In oltre sessanta anni di storia repubblicana nessun governo e nessuna maggioranza è stato in grado di riformarlo. Fra gli ultimi ad averci provato Pisapia padre e figlio per il centrosinistra e il giudice Carlo Nordio per il centrodestra. Quel codice, per altro, regolava il diritto penale di una società prevalentemente agraria, che ha subito una profonda trasformazione industriale e urbana nei primi due decenni del dopoguerra. Mutarono di conseguenza anche i problemi della sicurezza e la gerarchia dei beni e degli interessi da tutelare penalmente. Per far fronte a questi mutamenti, il Parlamento e le sue maggioranze sono di volta in volta ricorsi a una produzione novellistica, fatta di leggi e leggine di scadente qualità giuridica e normativa, di norme speciali e poteri straordinari, che travolgevano la logica complessiva del Codice Rocco.
Di intervenire su questo impianto normativo, che va riformato con la riforma del Codice, con una vasta azione di depenalizzazione e con l’introduzione di pene alternative al carcere come avviene in tutti gli altri paesi europei, la maggioranza berlusconiana neppure ci pensa così come si guarda bene dal prendere in considerazione qualsiasi ipotesi di amnistia, condizione necessaria anche se non sufficiente per porre termine alla vergogna incivile della nostra situazione penitenziaria, eliminare l’enorme arretrato e consentire una diversa programmazione e riorganizzazione del lavoro giudiziario. L’unico garantismo che sta a cuore a questa maggioranza è quello che salvaguarda gli uomini della e delle caste, i ricchi, i potenti, i colletti bianchi e naturalmente in primo luogo Berlusconi. Gli altri possono pure morire di carcere. Mai come oggi La Giustizia è stata così chiaramente e scandalosamente una Giustizia di classe.
Negli anni ’80 e ’90, non esistendo le condizioni di uno schieramento parlamentare a favore di una riforma complessiva del diritto penale, riuscimmo ad influenzare il parlamento a favore di una significativa riforma penitenziaria e mettemmo in atto una serie di iniziative referendarie. Insieme a socialisti e a liberali, negli anni ’80 raccogliemmo le firme per un referendum sul sistema di elezione del CSM (l’intenzione era quella di passare dal sistema proporzionale, che favoriva la formazione delle correnti trasformandole in organismi permanenti di potere con logiche assai simili a quelle partitocratiche, a un sistema di tipo uninominale). Un altro referendum estendeva la responsabilità civile dei magistrati anche alla colpa oltre che al dolo. Il primo fu bocciato dalla Corte Costituzionale, il secondo giunse al voto e fu approvato dalla grande maggioranza degli elettori. Purtroppo Bettino Craxi e il ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, preoccupati (soprattutto il primo) di evitare scontri diretti con l’Associazione Nazionale dei Magistrati, vanificarono con una legge di attuazione quel voto popolare. Negli anni ’90 raccogliemmo le firme sul referendum che avrebbe introdotto la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistrati giudicanti. Anch’esso ottenne una grande maggioranza. Peccato che non raggiunse il quorum per la campagna astensionista condotta in prima persona proprio da Berlusconi contro i “referendum comunisti”.
Non c’è alcun dubbio che almeno alcuni dei mutamenti proposti dalla riforma Alfano (separazione delle carriere e responsabilità civile dei magistrati) facciano parte del nostro bagaglio programmatico e dei nostri obiettivi riformatori, anzi sono entrati nel dibattito politico proprio grazie alle nostre lotte. Qualche dubbio invece potrebbe riguardare la scelta di procedere attraverso una revisione costituzionale dal momento che almeno queste due riforme sembravano perfettamente compatibili con la costituzione vigente e quindi realizzabili per legge ordinaria. Diverso il discorso per la questione riguardante l’obbligatorietà dell’azione penale, che è espressamente prevista dalla Costituzione. Anche su questo i radicali sono stati i primi a squarciare il velo dell’ipocrisia che circondava questa norma costituzionale: poiché è praticamente impossibile attivare l’azione penale per tutte le notitiae criminis, la pretesa obbligatorietà investe l’ufficio del Pubblico Ministero di una discrezionalità praticamente assoluta e incontrollata sulle inchieste da aprire e le ipotesi di reato da perseguire.
Naturalmente è profondamente mutato il contesto nel quale si inseriscono oggi queste proposte di riforma rispetto a quello nel quale si sviluppavano le nostre lotte negli anni ’80 e ’90. Allora le leggi speciali contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata, la legge sul pentitismo, le modifiche introdotte nella durata di quella che prima si chiamava carcerazione preventiva ed ora custodia cautelare avevano concentrato un enorme potere nelle mani delle Procure, spostando nettamente a favore di queste ultime gli equilibri interni alla magistratura. Basta pensare ai due casi emblematici del Processo 7 aprile e del caso Tortora, che ci videro protagonisti di diretti e duri scontri politici anche condotti con le candidature di Toni Negri alle elezioni politiche del 1983 e dello stesso Tortora alle europee del 1984. Allora la carcerazione preventiva poteva per determinati reati arrivare a cinque anni. Una incriminazione equivaleva in quei casi in pratica a una vera e propria forma di giustizia sommaria. Emilio Vesce, uno degli imputati del processo 7 aprile, che divenne poi deputato radicale, si fece cinque anni di carcere preventivo per essere infine assolto dai reati che gli erano stati contestati dal Procuratore di Padova Calogero. Poi questi poteri e questi metodi si estesero a Mani Pulite, una campagna di inchieste giudiziarie ampiamente giustificata dalla corruzione di cui la politica si era resa responsabile ma che fu fortemente inquinata dall’uso spregiudicato che si fece proprio della discrezionalità dell’azione penale e della carcerazione preventiva. La chiamata di correità che Craxi aveva fatto nei confronti degli altri partiti rimase senza seguito anche se sarebbe bastato indagare sui criteri di rigorosa lottizzazione che avevano presieduto nel decennio precedente alla assegnazione degli appalti pubblici e che avevano coinvolto i diversi settori del mondo industriale e cooperativo e l’intero schieramento partitico (esclusi ancora una volta i soli radicali). Questo uso spregiudicato e parziale della giustizia ebbe profonde influenze sugli assetti politici della Repubblica, punì alcuni (il PSI, i partiti laici, una parte della DC) e preservò altri (postcomunisti e una parte della DC) ma non favorì in alcun modo la riforma e la moralizzazione della politica. L’ondata giustizialista che si è sempre considerata sufficiente a sé stessa, lungi dal concorrere alla riconquista della legalità ha finito per creare due aree contrapposte di illegalità, quella di una politica non riformata e quella di una giustizia priva di limiti e di controlli.
La mancanza di capacità e volontà riformatrici ha creato un vuoto che è stato riempito da Berlusconi e dalla sua discesa in campo. E’ cominciata da allora la lunga stagione di una transizione infinita che invece di preludere a una Riforma ha impantanato la politica e le istituzioni in tante piccole e mediocri controriforme. Alle lottizzazioni, alla corruzione, al rapporto incestuoso fra economia e politica, al finanziamento illecito dei partiti che caratterizzavano la cosiddetta Prima Repubblica è seguita la creazione di sacche di illegalità sempre più diffusa in cui hanno prosperato cricche affaristiche, assalto ai pubblici appalti, deroghe sistematiche alle leggi della contabilità, affittopoli, parentopoli e sono prosperati naturalmente gli affari del titolare del più grande conflitto d’interessi che si sia mai visto in uno Stato che si proclama democratico, il nostro attuale presidente del Consiglio. Le sue dichiarazioni di oggi non depongono bene. Lui fa questa riforma perché i PM si presentino con il cappello in mano davanti ai giudici? E magari si aspetta che anche i giudici si presentino davanti a lui con il cappello in mano?
Noi siamo difensori delle istituzioni repubblicane o di ciò che resta di esse. Di conseguenza non possiamo non apprezzare il fatto che, dopo 16 anni di tradimenti e di leggi ad personam, il governo berlusconiano abbia finalmente imboccato la strada di una riforma. Opereremo perché il dibattito si allarghi e non si riduca all’ennesimo scontro fra falsi garantisti pelosi e feroci giustizialisti. Come ne discuteremo noi così ci auguriamo che si apra una riflessione e un dibattito “alto”, come lo ha definito Galan, all’interno della maggioranza (sperando che Galan non si riveli ancora una volta solo una felice eccezione dove la normalità è rappresentata da Stracquadanio, da Quagliariello, da Gasparri e La Russa) e che lo stesso accada all’interno del PD dove non è possibile che a prevalere siano sempre le posizioni dei Tenaglia e delle Ferranti (il responsabile della giustizia nominato da Bersani non ci aveva annunciato posizioni riformatrici? Che fine ha fatto?).
Entreremo nel merito, non contraddiremo le nostre posizioni di sempre, Affronteremo i problemi che si porranno. E’ proprio necessario modificare la composizione del (anzi dei) CSM, anziché operare come avevamo proposto noi sul sistema elettorale? Come deve avvenire l’indicazione delle priorità nell’esercizio della azione penale: basta affidarlo alla legge (una volta per tutte e sull’intero territorio nazionale?) o occorre creare e prevedere altri meccanismi o meccanismi integrativi magari di compartecipazione? Ci è assolutamente chiaro che l’indipendenza che conta è quella non di un astratto e anonimo ordine giudiziario ma quella del magistrato giudicante: indipendenza da tutti, indipendenza che deve valere anche nei confronti degli orientamenti prevalenti dettati dagli organismi della propria corporazione. Uscito dal fascismo il costituente si era preoccupato di garantirne l’indipendenza soprattutto dal potere politico ed aveva ritenuto che l’autonomia della magistratura fosse funzionale all’indipendenza del giudice. Lo squilibrio che poi si è verificato dopo gli anni di piombo non può e non deve tradursi ora in un nuovo squilibrio, uguale e contrario. Non dobbiamo passare da un prepotere dei PM ad un PM “col cappello in mano” (non nei confronti dei giudici ma del e dei poteri).
Nei discuteremo. Ne discuteranno i nostri parlamentari sicuramente, se ce ne saranno le condizioni, con spirito di apertura e intenti costruttivi. Senza dimenticare tuttavia che questa riforma è una parte, solo una parte della crisi della giustizia. Senza dimenticare dunque la congerie di leggi e leggine che hanno preteso di affrontare con l’aumento delle tipologie di reato e l’inasprimento delle pene ogni problema e ogni emergenza sociale e l’effetto criminogeno che si traduce nel massacro di umanità che si consuma ogni giorno nelle carceri e negli OPG.
I buoni a nulla hanno le loro responsabilità per aver perso l’occasione offerta dall’indulto del 2006. Ma le principali responsabilità sono dei capaci di tutto di questa maggioranza che quelle leggi infami hanno concepito, voluto e imposto.
(Fonte: Notizie Radicali)
Ci sono diversi aspetti della crisi della Giustizia che, strettamente connessi tra loro, vanno tuttavia tenuti distinti per parlare di una sua possibile riforma: di qualsiasi ipotesi di riforma e, a maggior ragione, di quella che è stata elaborata dal Governo Berlusconi.
Il primo aspetto è quello della riforma dell’ordinamento (separazione delle carriere fra pubblica accusa e magistratura giudicante, responsabilità civile dei magistrati, eventuale riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e del suo sistema di elezione, eventuali norme che regolino la scelta delle priorità nell’esercizio dell’azione penale, eventuali interventi sul sistema delle impugnazioni) ed è lo stesso sul quale si accentrano le attenzioni e le preoccupazioni dell’attuale Governo.
C’è poi l’altro aspetto consistente nell’impianto complessivo del nostro diritto penale, caratterizzato dalla sopravvivenza dopo il fascismo del Codice Rocco: un codice autoritario, coerente con i principi ispiratori di uno Stato totalitario, che era tuttavia concepito con forte rigore giuridico dalla dottrina di un grande giurista. In oltre sessanta anni di storia repubblicana nessun governo e nessuna maggioranza è stato in grado di riformarlo. Fra gli ultimi ad averci provato Pisapia padre e figlio per il centrosinistra e il giudice Carlo Nordio per il centrodestra. Quel codice, per altro, regolava il diritto penale di una società prevalentemente agraria, che ha subito una profonda trasformazione industriale e urbana nei primi due decenni del dopoguerra. Mutarono di conseguenza anche i problemi della sicurezza e la gerarchia dei beni e degli interessi da tutelare penalmente. Per far fronte a questi mutamenti, il Parlamento e le sue maggioranze sono di volta in volta ricorsi a una produzione novellistica, fatta di leggi e leggine di scadente qualità giuridica e normativa, di norme speciali e poteri straordinari, che travolgevano la logica complessiva del Codice Rocco.
Di intervenire su questo impianto normativo, che va riformato con la riforma del Codice, con una vasta azione di depenalizzazione e con l’introduzione di pene alternative al carcere come avviene in tutti gli altri paesi europei, la maggioranza berlusconiana neppure ci pensa così come si guarda bene dal prendere in considerazione qualsiasi ipotesi di amnistia, condizione necessaria anche se non sufficiente per porre termine alla vergogna incivile della nostra situazione penitenziaria, eliminare l’enorme arretrato e consentire una diversa programmazione e riorganizzazione del lavoro giudiziario. L’unico garantismo che sta a cuore a questa maggioranza è quello che salvaguarda gli uomini della e delle caste, i ricchi, i potenti, i colletti bianchi e naturalmente in primo luogo Berlusconi. Gli altri possono pure morire di carcere. Mai come oggi La Giustizia è stata così chiaramente e scandalosamente una Giustizia di classe.
Negli anni ’80 e ’90, non esistendo le condizioni di uno schieramento parlamentare a favore di una riforma complessiva del diritto penale, riuscimmo ad influenzare il parlamento a favore di una significativa riforma penitenziaria e mettemmo in atto una serie di iniziative referendarie. Insieme a socialisti e a liberali, negli anni ’80 raccogliemmo le firme per un referendum sul sistema di elezione del CSM (l’intenzione era quella di passare dal sistema proporzionale, che favoriva la formazione delle correnti trasformandole in organismi permanenti di potere con logiche assai simili a quelle partitocratiche, a un sistema di tipo uninominale). Un altro referendum estendeva la responsabilità civile dei magistrati anche alla colpa oltre che al dolo. Il primo fu bocciato dalla Corte Costituzionale, il secondo giunse al voto e fu approvato dalla grande maggioranza degli elettori. Purtroppo Bettino Craxi e il ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, preoccupati (soprattutto il primo) di evitare scontri diretti con l’Associazione Nazionale dei Magistrati, vanificarono con una legge di attuazione quel voto popolare. Negli anni ’90 raccogliemmo le firme sul referendum che avrebbe introdotto la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistrati giudicanti. Anch’esso ottenne una grande maggioranza. Peccato che non raggiunse il quorum per la campagna astensionista condotta in prima persona proprio da Berlusconi contro i “referendum comunisti”.
Non c’è alcun dubbio che almeno alcuni dei mutamenti proposti dalla riforma Alfano (separazione delle carriere e responsabilità civile dei magistrati) facciano parte del nostro bagaglio programmatico e dei nostri obiettivi riformatori, anzi sono entrati nel dibattito politico proprio grazie alle nostre lotte. Qualche dubbio invece potrebbe riguardare la scelta di procedere attraverso una revisione costituzionale dal momento che almeno queste due riforme sembravano perfettamente compatibili con la costituzione vigente e quindi realizzabili per legge ordinaria. Diverso il discorso per la questione riguardante l’obbligatorietà dell’azione penale, che è espressamente prevista dalla Costituzione. Anche su questo i radicali sono stati i primi a squarciare il velo dell’ipocrisia che circondava questa norma costituzionale: poiché è praticamente impossibile attivare l’azione penale per tutte le notitiae criminis, la pretesa obbligatorietà investe l’ufficio del Pubblico Ministero di una discrezionalità praticamente assoluta e incontrollata sulle inchieste da aprire e le ipotesi di reato da perseguire.
Naturalmente è profondamente mutato il contesto nel quale si inseriscono oggi queste proposte di riforma rispetto a quello nel quale si sviluppavano le nostre lotte negli anni ’80 e ’90. Allora le leggi speciali contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata, la legge sul pentitismo, le modifiche introdotte nella durata di quella che prima si chiamava carcerazione preventiva ed ora custodia cautelare avevano concentrato un enorme potere nelle mani delle Procure, spostando nettamente a favore di queste ultime gli equilibri interni alla magistratura. Basta pensare ai due casi emblematici del Processo 7 aprile e del caso Tortora, che ci videro protagonisti di diretti e duri scontri politici anche condotti con le candidature di Toni Negri alle elezioni politiche del 1983 e dello stesso Tortora alle europee del 1984. Allora la carcerazione preventiva poteva per determinati reati arrivare a cinque anni. Una incriminazione equivaleva in quei casi in pratica a una vera e propria forma di giustizia sommaria. Emilio Vesce, uno degli imputati del processo 7 aprile, che divenne poi deputato radicale, si fece cinque anni di carcere preventivo per essere infine assolto dai reati che gli erano stati contestati dal Procuratore di Padova Calogero. Poi questi poteri e questi metodi si estesero a Mani Pulite, una campagna di inchieste giudiziarie ampiamente giustificata dalla corruzione di cui la politica si era resa responsabile ma che fu fortemente inquinata dall’uso spregiudicato che si fece proprio della discrezionalità dell’azione penale e della carcerazione preventiva. La chiamata di correità che Craxi aveva fatto nei confronti degli altri partiti rimase senza seguito anche se sarebbe bastato indagare sui criteri di rigorosa lottizzazione che avevano presieduto nel decennio precedente alla assegnazione degli appalti pubblici e che avevano coinvolto i diversi settori del mondo industriale e cooperativo e l’intero schieramento partitico (esclusi ancora una volta i soli radicali). Questo uso spregiudicato e parziale della giustizia ebbe profonde influenze sugli assetti politici della Repubblica, punì alcuni (il PSI, i partiti laici, una parte della DC) e preservò altri (postcomunisti e una parte della DC) ma non favorì in alcun modo la riforma e la moralizzazione della politica. L’ondata giustizialista che si è sempre considerata sufficiente a sé stessa, lungi dal concorrere alla riconquista della legalità ha finito per creare due aree contrapposte di illegalità, quella di una politica non riformata e quella di una giustizia priva di limiti e di controlli.
La mancanza di capacità e volontà riformatrici ha creato un vuoto che è stato riempito da Berlusconi e dalla sua discesa in campo. E’ cominciata da allora la lunga stagione di una transizione infinita che invece di preludere a una Riforma ha impantanato la politica e le istituzioni in tante piccole e mediocri controriforme. Alle lottizzazioni, alla corruzione, al rapporto incestuoso fra economia e politica, al finanziamento illecito dei partiti che caratterizzavano la cosiddetta Prima Repubblica è seguita la creazione di sacche di illegalità sempre più diffusa in cui hanno prosperato cricche affaristiche, assalto ai pubblici appalti, deroghe sistematiche alle leggi della contabilità, affittopoli, parentopoli e sono prosperati naturalmente gli affari del titolare del più grande conflitto d’interessi che si sia mai visto in uno Stato che si proclama democratico, il nostro attuale presidente del Consiglio. Le sue dichiarazioni di oggi non depongono bene. Lui fa questa riforma perché i PM si presentino con il cappello in mano davanti ai giudici? E magari si aspetta che anche i giudici si presentino davanti a lui con il cappello in mano?
Noi siamo difensori delle istituzioni repubblicane o di ciò che resta di esse. Di conseguenza non possiamo non apprezzare il fatto che, dopo 16 anni di tradimenti e di leggi ad personam, il governo berlusconiano abbia finalmente imboccato la strada di una riforma. Opereremo perché il dibattito si allarghi e non si riduca all’ennesimo scontro fra falsi garantisti pelosi e feroci giustizialisti. Come ne discuteremo noi così ci auguriamo che si apra una riflessione e un dibattito “alto”, come lo ha definito Galan, all’interno della maggioranza (sperando che Galan non si riveli ancora una volta solo una felice eccezione dove la normalità è rappresentata da Stracquadanio, da Quagliariello, da Gasparri e La Russa) e che lo stesso accada all’interno del PD dove non è possibile che a prevalere siano sempre le posizioni dei Tenaglia e delle Ferranti (il responsabile della giustizia nominato da Bersani non ci aveva annunciato posizioni riformatrici? Che fine ha fatto?).
Entreremo nel merito, non contraddiremo le nostre posizioni di sempre, Affronteremo i problemi che si porranno. E’ proprio necessario modificare la composizione del (anzi dei) CSM, anziché operare come avevamo proposto noi sul sistema elettorale? Come deve avvenire l’indicazione delle priorità nell’esercizio della azione penale: basta affidarlo alla legge (una volta per tutte e sull’intero territorio nazionale?) o occorre creare e prevedere altri meccanismi o meccanismi integrativi magari di compartecipazione? Ci è assolutamente chiaro che l’indipendenza che conta è quella non di un astratto e anonimo ordine giudiziario ma quella del magistrato giudicante: indipendenza da tutti, indipendenza che deve valere anche nei confronti degli orientamenti prevalenti dettati dagli organismi della propria corporazione. Uscito dal fascismo il costituente si era preoccupato di garantirne l’indipendenza soprattutto dal potere politico ed aveva ritenuto che l’autonomia della magistratura fosse funzionale all’indipendenza del giudice. Lo squilibrio che poi si è verificato dopo gli anni di piombo non può e non deve tradursi ora in un nuovo squilibrio, uguale e contrario. Non dobbiamo passare da un prepotere dei PM ad un PM “col cappello in mano” (non nei confronti dei giudici ma del e dei poteri).
Nei discuteremo. Ne discuteranno i nostri parlamentari sicuramente, se ce ne saranno le condizioni, con spirito di apertura e intenti costruttivi. Senza dimenticare tuttavia che questa riforma è una parte, solo una parte della crisi della giustizia. Senza dimenticare dunque la congerie di leggi e leggine che hanno preteso di affrontare con l’aumento delle tipologie di reato e l’inasprimento delle pene ogni problema e ogni emergenza sociale e l’effetto criminogeno che si traduce nel massacro di umanità che si consuma ogni giorno nelle carceri e negli OPG.
I buoni a nulla hanno le loro responsabilità per aver perso l’occasione offerta dall’indulto del 2006. Ma le principali responsabilità sono dei capaci di tutto di questa maggioranza che quelle leggi infami hanno concepito, voluto e imposto.
(Fonte: Notizie Radicali)
mercoledì 15 dicembre 2010
Stampa e Regime, davvero
Si vergogni Stajano!
di Valter Vecellio
Qual è la forza della mafia? Ce lo spiega Corrado Stajano sul “Corriere della Sera” dell’11 dicembre scorso, recensendo “Mafia e politica nella seconda repubblica” del professor Nando Dalla Chiesa. Del professore, nonostante gli anni trascorsi, conserviamo freschissima memoria degli insulti scagliati contro Leonardo Sciascia; ne ricordiamo la prosa, e in particolare un libro; e sono state letture sufficienti, ad altre preferiamo dedicare il nostro tempo. Anche l’articolo di Stajano ci era sfuggito, e dobbiamo a un paio di compagni che ce l’hanno segnalato, se abbiamo infine letto il suo “La bandiera bianca dell’antimafia”; e segnatamente la perla che segue:
“…La forza della mafia, si sa, è fuori dalla mafia, sempre bisognosa di un puntello della politica che a sua volta se ne serve. La DC di Lima e di Andreotti (fino al 1980), il PSI e i radicali nell’86, poi, dopo la caduta del muro di Berlino dell’89 e l’inchiesta milanese di Mani Pulite”, la ricerca di una nuova alleanza…”.
Si vergogni, Stajano; e con lui, se sanno, si vergogni il direttore del “Corriere della Sera”, e il responsabile della pagina culturale che hanno pubblicato e lasciato pubblicare questa infamità. Dunque, i radicali nel 1986 sono stati un puntello che si è servita ed è servita alla mafia. Si vergognino. Facciano nomi, citino episodi, fatti, situazioni; ci dicano, se possono e se sanno, in che modo i radicali sono stati puntello della mafia e la mafia è stata puntello dei radicali. E’ lo stesso tipo di aggressione volgare e rivoltante che patì Leonardo Sciascia quando lo si accusò di essere un quaquaraquà, e poi si giunse a sostenere che “Il Giorno della civetta” è un romanzo che esalta la mafia; la stessa aggressione che subì Giovanni Falcone: accusato di essersi asservito a Claudio Martelli e ai socialisti, di tener chiusi nei cassetti la verità sui delitti eccellenti di mafia… Che schifo, davvero!
(Fonte: Notizie Radicali)
di Valter Vecellio
Qual è la forza della mafia? Ce lo spiega Corrado Stajano sul “Corriere della Sera” dell’11 dicembre scorso, recensendo “Mafia e politica nella seconda repubblica” del professor Nando Dalla Chiesa. Del professore, nonostante gli anni trascorsi, conserviamo freschissima memoria degli insulti scagliati contro Leonardo Sciascia; ne ricordiamo la prosa, e in particolare un libro; e sono state letture sufficienti, ad altre preferiamo dedicare il nostro tempo. Anche l’articolo di Stajano ci era sfuggito, e dobbiamo a un paio di compagni che ce l’hanno segnalato, se abbiamo infine letto il suo “La bandiera bianca dell’antimafia”; e segnatamente la perla che segue:
“…La forza della mafia, si sa, è fuori dalla mafia, sempre bisognosa di un puntello della politica che a sua volta se ne serve. La DC di Lima e di Andreotti (fino al 1980), il PSI e i radicali nell’86, poi, dopo la caduta del muro di Berlino dell’89 e l’inchiesta milanese di Mani Pulite”, la ricerca di una nuova alleanza…”.
Si vergogni, Stajano; e con lui, se sanno, si vergogni il direttore del “Corriere della Sera”, e il responsabile della pagina culturale che hanno pubblicato e lasciato pubblicare questa infamità. Dunque, i radicali nel 1986 sono stati un puntello che si è servita ed è servita alla mafia. Si vergognino. Facciano nomi, citino episodi, fatti, situazioni; ci dicano, se possono e se sanno, in che modo i radicali sono stati puntello della mafia e la mafia è stata puntello dei radicali. E’ lo stesso tipo di aggressione volgare e rivoltante che patì Leonardo Sciascia quando lo si accusò di essere un quaquaraquà, e poi si giunse a sostenere che “Il Giorno della civetta” è un romanzo che esalta la mafia; la stessa aggressione che subì Giovanni Falcone: accusato di essersi asservito a Claudio Martelli e ai socialisti, di tener chiusi nei cassetti la verità sui delitti eccellenti di mafia… Che schifo, davvero!
(Fonte: Notizie Radicali)
sabato 2 ottobre 2010
LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA
Governo Berlusconi: incultura istituzionale, insofferenza ai contropoteri e ai limiti che sono l'essenza di un sistema democratico 1 ottobre 2010
di Emma Bonino
Quello che segue è lo stenografico dell’intervento di Emma Bonino, al Senato, nel corso del dibattito sulla fiducia al governo di Berlusconi
Signor Presidente, Signor Presidente del Consiglio,
In questi ultimi mesi il Paese ha assistito attonito e forse nauseato - non a qualche sussulto all'interno della maggioranza che oggi si ricompatta in "nome del bene comune", come ho sentito dire - ma a una fase convulsa e spesso squallida di quella che a noi Radicali pare una vera e propria crisi di sistema che sta travolgendo le istituzioni, senza risparmiare alcuno. Una crisi di sistema che viene da lontano e la cui fase attuale è figlia di scelte nefaste, a cominciare dalla legge elettorale in vigore fino al cosiddetto rimborso elettorale multiplo. Scelte fatte in sfregio a vittorie referendarie tradite dai partiti che hanno legiferato in funzione loro e non della governabilità e del rapporto con i cittadini.
Che il sistema sia compromesso da decenni noi radicali lo diciamo inascoltati da tempo. I danni arrecati alla democrazia e allo stato di diritto da parte del sistema partitocratico non nascono con lei, onorevole Berlusconi. Lei non è la sola causa di quello che noi abbiamo chiamato "la peste italiana" ma ne è il prodotto e, contestualmente, un formidabile agente acceleratore del disfacimento istituzionale.
Penso che in questi primi due anni e mezzo di legislatura una maggioranza così schiacciante sia alla Camera che al Senato le avrebbe permesso di governare nell'interesse del paese, anzi in qualche modo glielo imponeva: perché, appunto, con il potere viene la responsabilità, che invece è drammaticamente mancata. Non metto in dubbio che si debbano modificare alcuni meccanismi per migliorare la fluidità del governo, ma quello a cui abbiamo assistito ultimamente - per esempio sul ddl intercettazioni o lodo vari - io non ho scrupoli a definire una maniera "demenziale" di legiferare. La verità è che lei, signor Presidente del Consiglio, non gradisce contrappesi, siano essi opposizione, Quirinale, Consulta, libera stampa.
E tutte le volte che si trova in difficoltà - e ormai le capita molto spesso, onorevole Berlusconi - lei cerca colpi ad effetto spesso con risultati per lo meno controproducenti: di volta in volta ecco allora affiorare la tesi del complotto, preferibilmente internazionale. Oppure la denuncia, in un crescendo senza fine, di regole, leggi e persino la Costituzione, che le renderebbero la vita "un inferno" nel senso che le impedirebbero di governare. Un crescendo davvero infelice in un misto di populismo, incultura istituzionale, e insofferenza ai contropoteri e a i limiti che, appunto, sono l'essenza di un sistema democratico.
Ma poiché al peggio non c'è mai fine, all'ombra di questa incultura, di questo populismo irresponsabile vengono poi celate iniziative oscure quando non torbide: non mi riferisco solo alle malefatte nostrane - dalla P3 alle cricche varie - ma anche all'indifferenza - per non dire insofferenza - per l'Europa, ai suoi rapporti con la Russia di quel "dono di dio" che è Putin, ai reali contorni del Trattato con la Libia e i rapporti con Gheddafi, non solo quelli affaristici ma anche a quelli relativi alla vicenda che vi ha visto coinvolti e corresponsabili del mancato - ma possibile, come ben sappiamo e abbiamo documentato - esilio di Saddam Hussein, che ha poi portato all'intervento in Iraq, oggi condannato dal nuovo governo inglese.
Non sono stati mesi esaltanti per il nostro Paese. Alla luce di questo stato di cose l'intervento programmatico di oggi è parso provenire da Marte: ma se lei non riesce a nominare neppure il ministro per lo sviluppo economico da 150 giorni! In realtà, con questo ennesimo passaggio della fiducia di oggi, il governo è obbligato d'ora in poi, a barcamenarsi, a vivacchiare alla giornata verso probabili quanto irresponsabili elezioni anticipate che saranno - e qui lo dico con forza - comunque non democratiche, grazie al sistema elettorale, e soprattutto al sistema chiuso dell'informazione, quella televisiva in primo luogo, pubblica come privata, temo proprio che il sistema partitocratico riuscirà ancora una volta a sopravvivere, cambiando pelle e colore come una camaleonte ma rimanendo identico a se stesso. Da Radicale penso indispensabile, in questo Paese, rompere la autoreferenzialità di una classe politica che vive, e sopravvive, al di sopra delle proprie possibilità, in un clima di irresponsabile cinismo di cui sono conseguenze la crisi della giustizia e lo sfacelo delle carceri così come lo spaventoso debito pubblico, lo sfascio idrogeologico e il declino culturale e delle istituzioni in tutti i suoi ordini e gradi. Siamo noi Radicali assertori tetragoni, cocciuti e determinati di quella alta ed antica cultura e prassi politica liberale che molti ritengono datata e d'altri tempi. Ma come dice il mio amico Pannella noi speriamo e lottiamo per l'affermazione della cultura e della politica nobile in tempi futuri.
sabato 18 settembre 2010
Carceri: ancora un suicidio

Otto righe. Otto righe di agenzia: tanto vale la vita di una persona. Certo: si trattava di un detenuto; un detenuto in libertà vigilata. Aveva cinquant’anni. Chissà, magari era pure un delinquente incallito. I carabinieri gli dovevano notificare un nuovo ordine di arresto, per una rapina nell’astigiano. Colpevole o no che fosse, quest’uomo, di cui l’agenzia non fornisce neppure le iniziali, in carcere proprio non ci voleva proprio tornare. Prima ha minacciato di far saltare per aria il condominio in cui viveva, a Torino. Poi, dopo una lunga trattativa per farlo desistere, ha pensato bene di farla finita tagliandosi le vene dei polsi. Nella sua abitazione i carabinieri hanno trovato alcune lettere, in cui l’uomo spiegava che preferiva farla finita, piuttosto che tornare in cella.
Quanti sono i detenuti che si sono tolti la vita, solo quest’anno? Quarantaquattro in cella; ma sono di più: il suicida di Torino non viene messo in conto, perché non si è suicidato all’interno di una struttura carceraria; dunque non viene censito; non sono censiti neppure quei detenuti che tentano di suicidarsi, ma non ce la fanno subito, e muoiono dopo essere stati portati in ospedale. Ma quand’anche fossero “solo” quarantaquattro, sono sempre una cifra enorme.
Non ci si stancherà mai di sostenere che anche quando il detenuto si toglie la vita, si tratta comunque di omicidio: perché quando un cittadino, non importa per quale ragione, si trova dentro una struttura dello Stato, sia esso un carcere o una cella di sicurezza dei carabinieri o della polizia, e viene privato della sua libertà, proprio per questo lo Stato si fa massimamente garante della sua incolumità fisica e psichica. Poi ci sono i tentati suicidi, sventati per la pronta reazione degli agenti di polizia penitenziaria. Sono centinaia; e ci sono anche molti suicidi tra gli stessi agenti, che vivono la stessa vita di chi hanno il compito di sorvegliare, e anche loro patiscono le stesse frustrazioni, gli stessi logoramenti. Drammi, tragedie quotidiane, che si consumano tra l’indifferenza di chi può e deve, e non fa nulla; e quando fa qualcosa fa male, e peggiora la situazione. Ogni riferimento al ministero della Giustizia è voluto.
Da Firenze un’iniziativa che piace segnalare, perché può costituire una preziosa e utile indicazione anche per altri sindaci; e magari sarà un’iniziativa simbolica, ma anche i simboli, i gesti contano e possono incidere. Si parte da una premessa: che il sindaco di una città rappresenta tutti gli abitanti del suo territorio: anche e soprattutto quelli che, come i detenuti, non hanno il diritto di scegliere dove risiedere; e che tra i compiti del sindaco c’è anche quello di assicurare e tutelare la salute e l’igiene pubblica; proprio per questo il sindaco ha il potere di emanare ordinanze “contingibili ed urgenti” – così pare siano definite – in caso di pericolo imminente. Facendosi forte di questa facoltà, l’ufficio preposto del gabinetto del sindaco di Firenze Matteo Renzi ha preso carta e penna e scritto all’amministrazione penitenziaria del locale carcere di Sollicciano: intimando a porre fine ai gravi problemi che rendono il penitenziario invivibile per agenti di custodia e detenuti: trenta giorni di tempo per intervenire e risolvere la questione. Poi il comune procederà a termini di legge. Trattandosi di Sollicciano, che non è esagerato definire un luogo di tortura di massa e permanente, a rigor di logica l’unico provvedimento possibile e coerente con quello che prevede la legge, dovrebbe essere il sequestro e la chiusura della struttura.
Naturalmente proprio perché è una cosa giusta, non se ne farà nulla. Però è comunque importante che il comune di Firenze abbia preso questa iniziativa. E sarebbe importante che molti altri sindaci nel cui territorio sorgono carceri in condizioni inaccettabili, assumessero e facessero loro questa iniziativa. Ancora più importante se fosse l’ANCI, l’associazione dei comuni d’Italia, a patrocinare la cosa.
Ci sono state già in passato analoghe iniziative, a Bologna, per esempio; ma prese in modo scoordinato, episodico; e per quanto riguarda il caso di Firenze-Sollicciano, c’è il precedente di un’ordinanza firmata dall’assessore Graziano Cioni e dal predecessore di Renzi, Leonardo Dominaci; un’ordinanza che, parola più parola meno sembra quella firmata ora da Renzi. Solo che è di quattro anni fa, il che sta a significare che nel frattempo non è cambiato nulla, e forse, anzi, è peggiorato qualcosa.
va.vecellio@gmail.com
mercoledì 15 settembre 2010
LIBIA: INTERVENTO DEL DEPUTATO MATTEO MECACCI SU AGGRESSIONE A PESCHERECCIO ITALIANO
Nella giornata di oggi il deputato Radicale Matteo Mecacci è intervenuto nel question time alla Camera dei Deputati per chiedere al Governo di rivedere il trattato di "Amicizia" con la Libia che viene usato da Gheddafi per mitragliare i pescherecci italiani in acque internazionale e per respingere i migranti in Libia al di fuori di qualsiasi rispetto dei più fondamentali Diritti Umani.
mercoledì 28 luglio 2010
Cattiveria e imbecillità
Anche oggi, notizie che probabilmente rientrano in quella amplificazione mediatica ingiustificata che ingenera sfiducia, come dice la recente circolare che il capo del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta ha diffuso.
Perché i detenuti sono davvero indelicati. Non si rendono conto che loro per primi, con il loro comportamento, contribuiscono a questa amplificazione mediatica, e ci rendono tutti sfiduciati. Non se ne rendono conto, perché ormai a cadenza quotidiana continuano a togliersi la vita. Come ha fatto Corrado a Siracusa. Era in attesa di giudizio, ha tolto il disturbo definitivamente impiccandosi. Da inizio anno salgono così a 39 i detenuti suicidi nelle carceri italiane; il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 109.
La situazione è davvero insostenibile ed il tutto avviene nel silenzio degli organi preposti, dice il garante dei detenuti della Sicilia Salvo Fleres, che è anche senatore; non dell’opposizione, del PdL. E significherà qualcosa che comincino a dirlo anche dalla maggioranza, che il ministero della Giustizia e il DAP sono silenti, indifferenti e impotenti.
Fleres annuncia che l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti si costituirà parte civile per l’individuazione di eventuali responsabili di omissioni, abusi e violazioni dei diritti dei detenuti. In effetti, come si è detto in più di un’occasione, nel momento in cui lo Stato priva un cittadino della sua libertà e lo rinchiude in una cella, si fa massimamente garante della sua incolumità fisica e psichica. Dunque, ne è responsabile, e quando un detenuto muore, anche per suicidio, ne dovrebbe essere chiamato a risponderne. E’ cosa che forse bisognerà cominciare a studiare.
A denunciare indifferenza e incapacità di governare la situazione sono pressoché tutti i sindacati della polizia penitenziaria. Eugenio Sarno della Uil Penitenziaria parla di “una strage senza fine che si consuma ogni giorno dietro le sbarre delle nostre degradate e sudice galere. Suicidi ed evasioni certificano il fallimento del sistema penitenziario sempre più abbandonato al proprio, ineluttabile, destino. Nell’indifferenza della politica, della società e della stampa”. Ecco, magari Sarno quando parla di indifferenza della politica dovrebbe dire di quasi tutta la politica, perché non risulta che davvero tutti siano indifferenti, ma per il resto ha ragione: “Altro che governo della sicurezza. Questo è il governo dei record abbattuti: evasioni e suicidi”.
Donato Capece, segretario generale del Sappe si chiede: “Come può un agente, da solo, controllare 80-100 detenuti? Come si può lavorare in un carcere in cui vi sono 567 detenuti per 309 posti letto regolari come a Siracusa? Con un sovraffollamento di quasi 69mila detenuti in carceri che ne possono contenere a mala pena 43mila, accadono purtroppo anche questi tragici episodi. E se la situazione non si aggrava ulteriormente è grazie alle donne e agli uomini del Corpo che, in media, sventano ogni mese 10 tentativi di suicidio di detenuti”.
Adriano Sofri, che alla questione del carcere dedica da sempre particolare attenzione, all’“Espresso” dice cose giuste e ragionevoli: per capire cosa significa vivere in una cella con questo caldo torrido si pensi a un autobus nell’ora di punta. Al massimo puoi sederti, ma non sempre è possibile, perché non c'è lo spazio. Puoi stare in piedi per ore, oppure sdraiato su una squallida branda, a giacere su materassi vecchi, impropriamente chiamati di gommapiuma e imbevuti del sudore di generazioni di detenuti che ci marciscono sopra.
Per quel che riguarda i suicidi, Sofri, se così si può dire, rovescia la questione. La domanda che pone è come mai, in queste condizioni, non ce ne siano molti di più, visto che le carceri sono strutture che non portano alla rieducazione, ma istigano a farla finita, all'incubo ottocentesco di essere sepolti vivi. Poi dice che nelle carceri italiane c'è la tortura, non in senso generico o metaforico, proprio in senso tecnico. Queste condizioni, anche senza botte o provocazioni volontarie, si configurano come una tortura di Stato. Per cui, se esiste un torturato esiste anche un torturatore. Non gli agenti penitenziari che sono a loro volta, in senso lato, dei semi-detenuti, ma delle autorità che hanno a che fare con questo sistema. Gente che per cattiveria, imbecillità o peggio fa leggi che spediscono in carcere persone che non ci dovrebbero andare. E che non prende alcuna misura per evitare la situazione tragica a cui le condanna.
Cattiveria e imbecillità. Una davvero letale miscela. E non manca un giudizio molto severo sui magistrati: quando non hanno una vocazione almeno iniziale a occuparsi delle carceri credendoci davvero, e sono la minoranza, molti più fra le donne, sono persone che cercano di smaltire con il minimo danno la gestione di una discarica, a loro affidata, con istruzioni che dicono di fare il meno possibile e di girarsi dall'altra parte. Spesso quello che sentenziano è un voto a fine scrutinio: 10, oppure 18. Ma nessuno pensa che quel 10 significa 10 anni moltiplicati per 365 giorni e ancora per 24 ore, per due metri quadrati e per tre file di sbarre. Su questo i magistrati sembrano non porsi nemmeno il problema.
Abbiamo ripreso praticamente tutta l’intervista di Sofri perché dice cose giuste e condivisibili. Ed è il nostro modo di dirgli grazie per non stancarsi di dircele.
(di Valter Vecellio - tratto da: Notizie Radicali)
Perché i detenuti sono davvero indelicati. Non si rendono conto che loro per primi, con il loro comportamento, contribuiscono a questa amplificazione mediatica, e ci rendono tutti sfiduciati. Non se ne rendono conto, perché ormai a cadenza quotidiana continuano a togliersi la vita. Come ha fatto Corrado a Siracusa. Era in attesa di giudizio, ha tolto il disturbo definitivamente impiccandosi. Da inizio anno salgono così a 39 i detenuti suicidi nelle carceri italiane; il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 109.
La situazione è davvero insostenibile ed il tutto avviene nel silenzio degli organi preposti, dice il garante dei detenuti della Sicilia Salvo Fleres, che è anche senatore; non dell’opposizione, del PdL. E significherà qualcosa che comincino a dirlo anche dalla maggioranza, che il ministero della Giustizia e il DAP sono silenti, indifferenti e impotenti.
Fleres annuncia che l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti si costituirà parte civile per l’individuazione di eventuali responsabili di omissioni, abusi e violazioni dei diritti dei detenuti. In effetti, come si è detto in più di un’occasione, nel momento in cui lo Stato priva un cittadino della sua libertà e lo rinchiude in una cella, si fa massimamente garante della sua incolumità fisica e psichica. Dunque, ne è responsabile, e quando un detenuto muore, anche per suicidio, ne dovrebbe essere chiamato a risponderne. E’ cosa che forse bisognerà cominciare a studiare.
A denunciare indifferenza e incapacità di governare la situazione sono pressoché tutti i sindacati della polizia penitenziaria. Eugenio Sarno della Uil Penitenziaria parla di “una strage senza fine che si consuma ogni giorno dietro le sbarre delle nostre degradate e sudice galere. Suicidi ed evasioni certificano il fallimento del sistema penitenziario sempre più abbandonato al proprio, ineluttabile, destino. Nell’indifferenza della politica, della società e della stampa”. Ecco, magari Sarno quando parla di indifferenza della politica dovrebbe dire di quasi tutta la politica, perché non risulta che davvero tutti siano indifferenti, ma per il resto ha ragione: “Altro che governo della sicurezza. Questo è il governo dei record abbattuti: evasioni e suicidi”.
Donato Capece, segretario generale del Sappe si chiede: “Come può un agente, da solo, controllare 80-100 detenuti? Come si può lavorare in un carcere in cui vi sono 567 detenuti per 309 posti letto regolari come a Siracusa? Con un sovraffollamento di quasi 69mila detenuti in carceri che ne possono contenere a mala pena 43mila, accadono purtroppo anche questi tragici episodi. E se la situazione non si aggrava ulteriormente è grazie alle donne e agli uomini del Corpo che, in media, sventano ogni mese 10 tentativi di suicidio di detenuti”.
Adriano Sofri, che alla questione del carcere dedica da sempre particolare attenzione, all’“Espresso” dice cose giuste e ragionevoli: per capire cosa significa vivere in una cella con questo caldo torrido si pensi a un autobus nell’ora di punta. Al massimo puoi sederti, ma non sempre è possibile, perché non c'è lo spazio. Puoi stare in piedi per ore, oppure sdraiato su una squallida branda, a giacere su materassi vecchi, impropriamente chiamati di gommapiuma e imbevuti del sudore di generazioni di detenuti che ci marciscono sopra.
Per quel che riguarda i suicidi, Sofri, se così si può dire, rovescia la questione. La domanda che pone è come mai, in queste condizioni, non ce ne siano molti di più, visto che le carceri sono strutture che non portano alla rieducazione, ma istigano a farla finita, all'incubo ottocentesco di essere sepolti vivi. Poi dice che nelle carceri italiane c'è la tortura, non in senso generico o metaforico, proprio in senso tecnico. Queste condizioni, anche senza botte o provocazioni volontarie, si configurano come una tortura di Stato. Per cui, se esiste un torturato esiste anche un torturatore. Non gli agenti penitenziari che sono a loro volta, in senso lato, dei semi-detenuti, ma delle autorità che hanno a che fare con questo sistema. Gente che per cattiveria, imbecillità o peggio fa leggi che spediscono in carcere persone che non ci dovrebbero andare. E che non prende alcuna misura per evitare la situazione tragica a cui le condanna.
Cattiveria e imbecillità. Una davvero letale miscela. E non manca un giudizio molto severo sui magistrati: quando non hanno una vocazione almeno iniziale a occuparsi delle carceri credendoci davvero, e sono la minoranza, molti più fra le donne, sono persone che cercano di smaltire con il minimo danno la gestione di una discarica, a loro affidata, con istruzioni che dicono di fare il meno possibile e di girarsi dall'altra parte. Spesso quello che sentenziano è un voto a fine scrutinio: 10, oppure 18. Ma nessuno pensa che quel 10 significa 10 anni moltiplicati per 365 giorni e ancora per 24 ore, per due metri quadrati e per tre file di sbarre. Su questo i magistrati sembrano non porsi nemmeno il problema.
Abbiamo ripreso praticamente tutta l’intervista di Sofri perché dice cose giuste e condivisibili. Ed è il nostro modo di dirgli grazie per non stancarsi di dircele.
(di Valter Vecellio - tratto da: Notizie Radicali)
mercoledì 21 aprile 2010
Carceri. Il Consiglio d’Europa condanna l’Italia per troppa violenza e suicidi

di Valter Vecellio
Nuova condanna per l’Italia. Il Consiglio d’Europa condanna il nostro paese per le troppe violenze “istituzionali” e i suicidi. La condanna si riferisce a una “ispezione” effettuata nel 2008, ma è da credere che in due anni la situazione non sia mutata troppo; anzi, è forse perfino peggiorata. L’agenzia “Ap-Com” così riassume il rapporto-denuncia:
“Troppa violenza nelle carceri italiane, dove il sovraffollamento e le continue risse pesano sull'altissimo numero di detenuti suicidi. Lo rileva il comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti (Cpt), che ha pubblicato il rapporto relativo alla sua quinta visita periodica in Italia, effettuata dal 14 al 26 settembre 2008, corredato dalla relativa risposta del Governo italiano.
Troppe violenze - Per quanto concerne il trattamento dei detenuti da parte delle forze dell'ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Cpt ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri, e, in minor misura, da parte di agenti della guardia di finanza, soprattutto nel Bresciano. I presunti maltrattamenti consistevano essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell'arresto, e, in alcuni casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. "Per certi casi - si legge nel rapporto - la delegazione ha potuto riscontrare l'esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati". Nella loro risposta, le autorità italiane "hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell'ordine. Inoltre, le autorità hanno fornito le informazioni richieste sui punti sollevati dal Cpt in materia di garanzie procedurali contro i maltrattamenti".
Le condizioni di detenzione - Sono state inoltre esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione (Cei) di Via Corelli a Milano. Il Cpt ha raccomandato, tra l'altro, che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti "maggiori e più ampie possibilità di attività". Per quanto concerne le carceri, la delegazione che ha effettuato la visita a nome del Comitato ha posto l'accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il "41-bis").
Allarme a Cagliari e Brescia - Il Cpt ha espresso "viva preoccupazione" per il livello di violenza registrato all'interno delle carceri di Brescia-Mombello e di Cagliari-Buoncammino, dove episodi di violenza tra detenuti nel corso del 2008 hanno causato lesioni gravi e, in un caso, la morte di un carcerato. Inoltre, il Comitato ha ricevuto a Cagliari alcune accuse relative al fatto che il personale carcerario non sarebbe sempre intervenuto tempestivamente per sedare le risse tra detenuti. Le autorità italiane hanno indicato nella loro risposta che "la direzione generale delle carceri ha invitato le prigioni di Brescia e di Cagliari a prendere tutte le misure necessarie per impedire la violenza tra detenuti. Hanno inoltre affermato - riferisce il Comitato - che dall'autunno del 2008, si è ottenuta una diminuzione degli episodi di violenza, a seguito di una convenzione conclusa tra il carcere di Cagliari e la Caritas".
L'ospedale psichiatrico - Per quanto concerne l'ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito (Opg) di Aversa, il rapporto pone in evidenza le scadenti condizioni della struttura e la necessità di migliorare il regime quotidiano di degenza dei pazienti, aumentando il numero e la varietà delle attività trattamentali quotidiane loro garantite. La delegazione ha inoltre riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti nell'Opg più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano trattenuti nell'ospedale anche oltre lo scadere del termine previsto dall'ordine di internamento. Le autorità italiane hanno fatto valere nella loro risposta che l'ospedale è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l'esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive. In merito al Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) presso l'ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, la delegazione ha concentrato l'attenzione sul ricorso al trattamento obbligatorio dei pazienti. Il Comitato raccomanda di apportare miglioramenti alla fase giudiziaria della procedura relativa al trattamento sanitario obbligatorio”.
Ora la parola spetta al Governo, al ministro della Giustizia; alle forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Per giorni, settimane, i radicali offrono una costante, puntuale, precisa, dettagliata informazione, accompagnandola a soluzioni politiche praticabili e ragionevoli. Finora hanno prevalso indifferenze e calcoli meschini di partiti come la Lega e l’Italia dei Valori, che hanno fatto della demagogia il loro programma politico; favoriti da un PD che appare paralizzato e paralizzante. La condanna del Consiglio d’Europa, anche se si riferisce al 2008 impone che si esca da questa palude. Questa vergogna dura da troppo tempo, questa aberrazione deve finire.
mercoledì 7 aprile 2010
Carcere: Lecce, muore detenuto di 71 anni, già 50 decessi da inizio anno
di A cura di “Ristretti Orizzonti”
Con la morte di Emanuele Carbone salgono a 50 i detenuti morti in 3 mesi nelle carceri italiane, di cui 15 per suicidio (l’ultimo in ordine di tempo a Reggio Emilia domenica scorsa, vittima un detenuto italiano di 47 anni). Lo scorso anno i decessi furono ben 175 (massimo storico), dei quali 72 per suicidio.
Si tratta del secondo decesso in meno di 2 mesi nel carcere di Lecce: il 13 febbraio scorso è morto Giuseppe Nardella, di 45 anni (per quell’episodio due medici in attività presso il carcere sono iscritti nel registro degli indagati, accusati di omicidio colposo, perché si suppone che possa esservi stato un ritardo nel ricovero).
Emanuele Carbone, 71enne originario di Castellana Grotte (Lecce), era detenuto presso il carcere "Borgo San Nicola" di Lecce. Ieri sera, un malore improvviso, poi il decesso. Cause da accertare: il pm dispone l’autopsia.
Pare che abbia iniziato a tossire con una certa insistenza, le prime avvisaglie del malore in arrivo che di lì a poco l’avrebbe stroncato. Condotto dalla sua cella presso l’infermeria, si è spento a causa di una crisi respiratoria. Il personale sanitario del carcere, probabilmente, ha potuto fare poco. Ma le cause scatenanti del malessere che ha portato al decesso sono ancora tutte da accertate, come da referto medico. S’indaga, dunque, sulla morte di un anziano detenuto originario di Castellana Grotte, spirato la notte scorsa presso il carcere leccese di Borgo San Nicola. Emanuele Carbone aveva 71 anni.
Il referto è giunto presso l’ufficio del pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Lecce, Stefania Mininni, la quale ha disposto l’autopsia per accertare i motivi della morte. L’esame necroscopico sul corpo di Carbone è fissato per domani mattina. La Procura ha incaricato a tale proposito il medico legale Roberto Vaglio.
Con la morte di Emanuele Carbone salgono a 50 i detenuti morti in 3 mesi nelle carceri italiane, di cui 15 per suicidio (l’ultimo in ordine di tempo a Reggio Emilia domenica scorsa, vittima un detenuto italiano di 47 anni). Lo scorso anno i decessi furono ben 175 (massimo storico), dei quali 72 per suicidio.
Si tratta del secondo decesso in meno di 2 mesi nel carcere di Lecce: il 13 febbraio scorso è morto Giuseppe Nardella, di 45 anni (per quell’episodio due medici in attività presso il carcere sono iscritti nel registro degli indagati, accusati di omicidio colposo, perché si suppone che possa esservi stato un ritardo nel ricovero).
Emanuele Carbone, 71enne originario di Castellana Grotte (Lecce), era detenuto presso il carcere "Borgo San Nicola" di Lecce. Ieri sera, un malore improvviso, poi il decesso. Cause da accertare: il pm dispone l’autopsia.
Pare che abbia iniziato a tossire con una certa insistenza, le prime avvisaglie del malore in arrivo che di lì a poco l’avrebbe stroncato. Condotto dalla sua cella presso l’infermeria, si è spento a causa di una crisi respiratoria. Il personale sanitario del carcere, probabilmente, ha potuto fare poco. Ma le cause scatenanti del malessere che ha portato al decesso sono ancora tutte da accertate, come da referto medico. S’indaga, dunque, sulla morte di un anziano detenuto originario di Castellana Grotte, spirato la notte scorsa presso il carcere leccese di Borgo San Nicola. Emanuele Carbone aveva 71 anni.
Il referto è giunto presso l’ufficio del pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Lecce, Stefania Mininni, la quale ha disposto l’autopsia per accertare i motivi della morte. L’esame necroscopico sul corpo di Carbone è fissato per domani mattina. La Procura ha incaricato a tale proposito il medico legale Roberto Vaglio.
martedì 2 febbraio 2010
Se la Lombardia è fuorilegge. Senza piano sanitario

di Maria Antonietta Farina Coscioni
La domanda è semplice, ma evidentemente la risposta imbarazza: non si spiega altrimenti il persistente silenzio alle nostre denunce, che malamente cela una inerzia colpevole. Da ben tredici mesi la regione Lombardia è senza Piano Sanitario, di fatto, dunque, tecnicamente, è fuorilegge. Ho presentato al riguardo un’interrogazione urgente: chiedo che il Governo nomini un commissario ad acta per l’approvazione del Piano Sanitario Regionale. A suo tempo il governo Berlusconi è prontamente intervenuto, e ha commissariato il governo della Sanità della regione Lazio. Non discuto l’opportunità e la necessità di farlo. Mi chiedo tuttavia perché analoga prontezza e solerzia non vi sia per la Lombardia. Perché in questo caso non si fa nulla? Eppure quello che è finora accaduto è letteralmente scandaloso; occorre interrompere quella che è – a tutti gli effetti – una clamorosa violazione delle leggi e delle norme esistenti, e tornare nei binari della legalità.
La situazione è questa: solo per sei dei quindi anni del “governo” Formigoni in Lombardia, si è avuta l’approvazione del piano sanitario regionale, nel triennio che va dal 2002 al 2004, e poi dal 2007 al 2009; una palese violazione di tutte le norme nazionali e regionali.
L’assenza di questo piano di fatto impedisce anche di capire a che punto sia il debito della regione, che – giova ricordarlo – nel 2008 si attestava oltre i trecento milioni di euro. Quello che per esempio non siamo in condizione di sapere è se oltre al generoso intervento previsto dalla Legge Finanziaria da parte del Governo, a parziale copertura del buco, ci siano stati altre analoghe azioni, e di che portata, per ripianare il disavanzo. La giunta regionale, in assenza del piano sanitario regionale procede a colpi di delibere e circolari, e può così eludere tutte le fasi di discussione, confronto, dibattito e controllo in consiglio regionale. Non è cosa irrilevante, se si tiene conto che la Sanità copre circa l’80 per cento delle spese del bilancio regionale, e fra qualche settimana si sarà chiamati a votare 8e dunque giudicare) chi ha governato la Regione, e decidere se merita o meno la nostra fiducia.
Si potrà obiettare che non si tratta di un caso isolato, e infatti nella mia interpellanza chiedo al Governo di attivarsi per accertare quali altre regioni siano inadempienti e “fuorilegge” come la Lombardia; e di provvedere con urgenza. Ma il caso lombardo è comunque emblematico e grave. La regione, dal punto di vista economico, è tra le più importanti; Milano è stata anche la “capitale” della regione “europea” per eccellenza: laica, aperta, tollerante. Oggi è teatro di una delle più aberranti politiche clericali: boicottaggio dell'aborto e della fecondazione assistita, seppellimento dei feti…la Lombardia di Formigoni ha regalato e continua a regalare all’Italia il peggio dell'ideologia proibizionista. Una vera e propria Vandea. Da fermare, finché si è in tempo.
(Fonte: Notizie Radicali)
sabato 20 giugno 2009
Libertà anticipata per il genocida

La voce del genocidio del Ruanda, colui che nel 1994 dalla radio delle Mille Colline incitava gli hutu a massacrare i tutsi e segnalava nomi e indirizzi delle vittime apparteneva a un italo-belga, Georges Omar Ruggiu. Ruggiu era stato condannato per genocidio a dodici anni nel 2000 dal Tribunale penale internazionale sui crimini del Ruanda. Dopo aver scontato in Tanzania, sede del Tribunale, otto anni di prigione, Ruggiu era stato inviato in Italia nel carcere di Voghera a scontare il rimanente della pena. Compresi i vari benefici, avrebbe dovuto essere liberato nel luglio di quest'anno, dopo nove anni di prigione. Non era molto, per un genocidario, non vi pare? Ma il 21 aprile il magistrato di sorveglianza gli ha concesso tre mesi di sconto per buona condotta, e il Ruggiu è diventato ufficialmente libero, scomparendo nell'anonimato. Invano il Tribunale internazionale ha chiesto ragione di questa decisione alle istituzioni italiane. I nostri tribunali, comportandosi come se Ruggiu fosse stato non un criminale condannato da un tribunale internazionale per reati terribili, ma un comune ladro di polli, lo hanno rimesso in libertà anticipata. Ciò che conta in questo paese è la buona condotta! Chi potrà ancora credere alle firme che le istituzioni italiane appongono sui trattati internazionali, quando li violano poi tranquillamente? Chi potrà ancora pensare che all'Italia, e agli italiani, interessi qualcosa dei genocidi e dei diritti umani?
Anna Foa, storica
martedì 19 maggio 2009
Strage di diritto strage di uomini, donne, bambini
Il prossimo giorno della memoria*
di Furio Colombo
Si conclude oggi una settimana in Parlamento di dibattiti, scontri verbali, accuse, polemiche, incroci di dichiarazioni sarcastiche e ostili. È la settimana in cui un impenetrabile, misterioso, opaco voto di fiducia ha coperto un impenetrabile, misterioso, opaco "pacchetto sicurezza", che significa soprattutto persecuzione dei più poveri, dei più deboli, degli scampati al terrore politico e al rischio di morire nel deserto o nel mare.
Alcuni di noi, in Parlamento, hanno definito il cosiddetto "pacchetto sicurezza" un delitto. Ha come mandante la lugubre coppia Bossi-Maroni, come esecutore il ricattato presidente del Consiglio. Braccio armato della legge-sentenza contro gli immigrati sarà la polizia libica di un governo dispotico che - allo scopo – è stato dichiarato alleato militare di questa Italia. In questo modo ci siamo abbassati al livello del vendicativo dittatore nord africano Gheddafi. Invano si è mobilitato contro questo delitto il Pd, insieme con le altre opposizioni (Italia dei Valori e Udc). Invano, nonostante il discorso di sdegno e condanna di Franceschini, invano nonostante la denuncia della xenofobia italiana da parte del Presidente della Repubblica. Invano non solo per la sproporzione di forze alle Camere. Invano non solo perché il vagone piombato del voto di fiducia impedisce possibili spaccature a destra.
Invano, purtroppo, a causa di inspiegabili errori commessi dal Pd proprio in Parlamento, proprio nei confronti della Lega: votare a favore del trattato militare con la Libia, un accordo che costa all’Italia miliardi di dollari. E che costerà la vita di molti migranti, a mano a mano che i disgraziati verranno riconsegnati (si dice "respingimento in mare") alla Libia. È un trattato firmato e sottoscritto da Berlusconi (come lui stesso rivendica) e approvato da tutto il Parlamento, con l’inspiegabile approvazione del Pd, che ha offerto un grande aiuto alla Lega. È stato il primo pezzo di un brutto gioco. Il secondo errore è stato partecipare al "miglioramento" della legge sul federalismo fiscale.
Perché dare una mano alla cucitura di quel bandierone leghista? Purtroppo il Pd ha collaborato alla legge. E con il voto finale di mite astensione il Pd si è messo in un limbo di ridotto peso politico. Ma i due errori non si faranno dimenticare. La Libia ritorna nelle notizie con la sua faccia inumana. Il federalismo leghista si rivelerà inattuabile e iniquo.
Si potrebbe fare ancora una volta un elenco della deliberata e barbara crudeltà che segna questo maledetto "pacchetto sicurezza" che infierisce con puntigliosità razzista contro donne e uomini, mandati allo stupro sistematico e alla schiavitù senza via di riscatto in Libia. Lo stupro sistematico, ci ha detto il giornalista Viviano (Linea Notte, Tg3, 11 maggio) in Libia è una orrenda pratica di potere assoluto. Coinvolge senza pietà e senza controlli bambine e bambini.
Il "respingimento in mare" è un gesto identico, nel suo orrore, al respingimento delle navi di ebrei europei in fuga che nessun porto del mondo voleva accettare. Ci sarà un "giorno della memoria" fra dieci o vent’anni, il giorno in cui si ricorderà la spietata caccia ai migranti. Gli studenti delle scuole sapranno tutto di Bossi, Maroni, Cota, dei loro complici zitti di tutta la maggioranza, dell’incredibile tolleranza dei partiti di opposizione, che pur votando contro, hanno voluto confermare la loro disciplinata accettazione dei fatti, come se le ronde non fossero un colpo di Stato, come se il "reato di clandestinità" non fosse un’invenzione feroce per perseguitare donne e bambini, come se il "respingimento in mare" non fosse un atto contro la civiltà che ha invano provocato l’indignazione della Chiesa e la protesta del Segretario generale dell’Onu.
Ma in Italia adesso il compito è perseguitare gli immigrati negando loro ogni diritto, usando persino la marina da guerra italiana per il delitto di "respingimento" che vuol dire riconsegnare al torturatore libico coloro che erano appena fuggiti. Purtroppo un Paese spaventato privo di una forte opposizione, sta al gioco. E tutto ciò nonostante la Chiesa, la Caritas, la comunità di Sant’Eigidio, il Cardinale Tettamanzi, apertamente deriso, l’opposizione accanita dei Radicali di Pannella-Borino. Un giorno si dovrà dire nelle scuole, che, molti italiani hanno accettato di diventare i volonterosi carnefici di Bossi e Maroni. Nelle scuole si leggerà la testimonianza di un ex ministro dell’Interno italiano, Beppe Pisanu: «Esistono presso la Commissione Europea e la Nato immagini che documentano la carneficina nel mare. Quelle immagini raccontano di migliaia di cadaveri che galleggiano nelle acque del Mediterraneo. E, ancora di più, di cadaveri lungo il deserto». Nessuno potrà dire, in quel "giorno della memoria": io non sapevo.
*da “l’Unità”
di Furio Colombo
Si conclude oggi una settimana in Parlamento di dibattiti, scontri verbali, accuse, polemiche, incroci di dichiarazioni sarcastiche e ostili. È la settimana in cui un impenetrabile, misterioso, opaco voto di fiducia ha coperto un impenetrabile, misterioso, opaco "pacchetto sicurezza", che significa soprattutto persecuzione dei più poveri, dei più deboli, degli scampati al terrore politico e al rischio di morire nel deserto o nel mare.
Alcuni di noi, in Parlamento, hanno definito il cosiddetto "pacchetto sicurezza" un delitto. Ha come mandante la lugubre coppia Bossi-Maroni, come esecutore il ricattato presidente del Consiglio. Braccio armato della legge-sentenza contro gli immigrati sarà la polizia libica di un governo dispotico che - allo scopo – è stato dichiarato alleato militare di questa Italia. In questo modo ci siamo abbassati al livello del vendicativo dittatore nord africano Gheddafi. Invano si è mobilitato contro questo delitto il Pd, insieme con le altre opposizioni (Italia dei Valori e Udc). Invano, nonostante il discorso di sdegno e condanna di Franceschini, invano nonostante la denuncia della xenofobia italiana da parte del Presidente della Repubblica. Invano non solo per la sproporzione di forze alle Camere. Invano non solo perché il vagone piombato del voto di fiducia impedisce possibili spaccature a destra.
Invano, purtroppo, a causa di inspiegabili errori commessi dal Pd proprio in Parlamento, proprio nei confronti della Lega: votare a favore del trattato militare con la Libia, un accordo che costa all’Italia miliardi di dollari. E che costerà la vita di molti migranti, a mano a mano che i disgraziati verranno riconsegnati (si dice "respingimento in mare") alla Libia. È un trattato firmato e sottoscritto da Berlusconi (come lui stesso rivendica) e approvato da tutto il Parlamento, con l’inspiegabile approvazione del Pd, che ha offerto un grande aiuto alla Lega. È stato il primo pezzo di un brutto gioco. Il secondo errore è stato partecipare al "miglioramento" della legge sul federalismo fiscale.
Perché dare una mano alla cucitura di quel bandierone leghista? Purtroppo il Pd ha collaborato alla legge. E con il voto finale di mite astensione il Pd si è messo in un limbo di ridotto peso politico. Ma i due errori non si faranno dimenticare. La Libia ritorna nelle notizie con la sua faccia inumana. Il federalismo leghista si rivelerà inattuabile e iniquo.
Si potrebbe fare ancora una volta un elenco della deliberata e barbara crudeltà che segna questo maledetto "pacchetto sicurezza" che infierisce con puntigliosità razzista contro donne e uomini, mandati allo stupro sistematico e alla schiavitù senza via di riscatto in Libia. Lo stupro sistematico, ci ha detto il giornalista Viviano (Linea Notte, Tg3, 11 maggio) in Libia è una orrenda pratica di potere assoluto. Coinvolge senza pietà e senza controlli bambine e bambini.
Il "respingimento in mare" è un gesto identico, nel suo orrore, al respingimento delle navi di ebrei europei in fuga che nessun porto del mondo voleva accettare. Ci sarà un "giorno della memoria" fra dieci o vent’anni, il giorno in cui si ricorderà la spietata caccia ai migranti. Gli studenti delle scuole sapranno tutto di Bossi, Maroni, Cota, dei loro complici zitti di tutta la maggioranza, dell’incredibile tolleranza dei partiti di opposizione, che pur votando contro, hanno voluto confermare la loro disciplinata accettazione dei fatti, come se le ronde non fossero un colpo di Stato, come se il "reato di clandestinità" non fosse un’invenzione feroce per perseguitare donne e bambini, come se il "respingimento in mare" non fosse un atto contro la civiltà che ha invano provocato l’indignazione della Chiesa e la protesta del Segretario generale dell’Onu.
Ma in Italia adesso il compito è perseguitare gli immigrati negando loro ogni diritto, usando persino la marina da guerra italiana per il delitto di "respingimento" che vuol dire riconsegnare al torturatore libico coloro che erano appena fuggiti. Purtroppo un Paese spaventato privo di una forte opposizione, sta al gioco. E tutto ciò nonostante la Chiesa, la Caritas, la comunità di Sant’Eigidio, il Cardinale Tettamanzi, apertamente deriso, l’opposizione accanita dei Radicali di Pannella-Borino. Un giorno si dovrà dire nelle scuole, che, molti italiani hanno accettato di diventare i volonterosi carnefici di Bossi e Maroni. Nelle scuole si leggerà la testimonianza di un ex ministro dell’Interno italiano, Beppe Pisanu: «Esistono presso la Commissione Europea e la Nato immagini che documentano la carneficina nel mare. Quelle immagini raccontano di migliaia di cadaveri che galleggiano nelle acque del Mediterraneo. E, ancora di più, di cadaveri lungo il deserto». Nessuno potrà dire, in quel "giorno della memoria": io non sapevo.
*da “l’Unità”
sabato 2 maggio 2009
Il de profundis dell'istituto referendario
Com'è noto, voteremo no perché fermamente convinti che una vittoria del sì porterebbe non ad un bipartitismo anglosassone fondato sul rapporto tra eletti e territorio ma ad una sua caricatura; aggiungo che il referendum non porterebbe rimedio alla pessima legge elettorale attuale ma ne aggraverebbe i difetti consentendo l'instaurazione di una sorta di dittatura legalizzata. Ma leggi, obblighi e scadenze costituzionali devono essere da tutti rispettati. La decisione di stamattina, invece, dà il colpo finale allo strumento referendario così come concepito dai nostri padri costituenti. Il processo di svilimento, snaturamento e svuotamento dell'istituto referendario, avviato all'indomani dell'approvazione stessa della Costituzione con i partiti che si sono impadroniti progressivamente del sistema politico-istituzionale, viene così a compimento. La possibilità poi che il ddl per spostare la data sia approvato in commissione in sede deliberante è semplicemente aberrante. Un altro contrappeso, previsto dallo Stato di diritto, viene così spazzato via da un'oligarchia partitocratica autoreferenziale. Dopo le manipolazioni e i stravolgimenti compiuti nel corso degli anni oggi ci tocca vedere destra e sinistra che tutti insieme appassionatamente vanno ad intonare il De Profundis allo strumento referendario."
Dichiarazione di Emma Bonino, vice-presidente del Senato
Dichiarazione di Emma Bonino, vice-presidente del Senato
mercoledì 15 aprile 2009
La peste italiana
La Farnesina convoca i corrispondenti stranieri. Quando un giornale critica l’Italia (o di Berlusconi) intervenga l’ambasciatore
di Valter Vecellio
Bernardo Valli su “Repubblica” di martedì 14 aprile ha scritto un articolo, (“E ‘Le Monde’ scopre che criticare l’Italia non si può”), che avrebbe dovuto provocare qualche reazione; al momento invece niente, e questo è forseancora più significativo di quello che racconta Valli.
In sostanza (chi volesse leggere l’articolo integrale lo può trovare su “Notizie Radicali” del 24 aprile), Valli racconta che il presidente del Consiglio Berlusconi è particolarmente suscettibile e infastidito dalle critiche che gli possono venire da giornali esteri. Questo si sapeva. Si sapeva meno che il fastidio e l’irritazione dell’inquilino di palazzo Chigi si esprimono con “una raffica di proteste dei nostri ambasciatori invitati dal loro ministro a reagire quando i quotidiani stranieri parlano male dell’Italia”.
Se le parole appena lette hanno un senso: il ministro Franco Frattini (o qualcuno comunque autorizzato a farlo) incarica e sollecita gli ambasciatori perché protestino e intervengano quando un giornale straniero pubblica articoli critici. E qui la prima questione: critici nei confronti dell’Italia in quanto tale, o critici nei confronti dell’attuale governo, dell’operato del presidente del Consiglio? E come si può concepire che un ambasciatore protesti perché un giornale liberamente pubblica articoli non graditi? Si badi: sgraditi, non con notizie false che se di questo si tratta c’è la querela, la rettifica, il diritto di replica. Non si conoscono le risposte alle proteste degli ambasciatori, ma nel caso di un giornale serio si possono comunque immaginare.
Per tornare all’articolo di Valli. Si racconta che le reprimende del ministero degli Esteri hanno colpito i britannici “Times” e “Guardian”, lo spagnolo “El Pais”, il tedesco “Spiegel”. Facile supporre che ce ne saranno stati altri. Se ne potrebbe avere la lista completa? Si potrebbe conoscere quali istruzioni sono state impartite alle ambasciate? La reprimenda avviene in forma scritta oppure orale? E nel caso in cui la replica consista in una scrollata di spalle, quale la successiva ritorsione, la disdetta dell’abbonamento? Si sorride, però la questione ha una sua serietà, se è vero che il corrispondente di “Le Monde” Philippe Ridet, assieme a un suo collega del “Wall Street Journal” è stato appositamente convocato alla Farnesina, “invitati a spiegare come vedevano l’Italia, e con quali criteri la raccontavano nelle loro corrispondenze”.
Non si finisce mai di imparare, perché si ignorava che tra i compiti della Farnesina vi sia anche quello di convocare i giornalisti stranieri, e chiedere loro spiegazioni su quello che scrivono. Philippe Ridet ne ha scritto con ironia e garbo su “Le Monde”; ma c’è poco di che sorridere, molto da spiegare.
Per esempio: da quanto tempo va avanti questa pratica? Coincide con l’insediarsi di questo Governo, o era pratica anche dei precedenti? Quali giornalisti sono stati “avvicinati”? Da chi sono stati “avvicinati”? Che cosa si è rimproverato loro esattamente? Quanti sono stati invitati a “giustificarsi” direttamente alla Farnesina?
“L’operazione diplomatica”, scrive Valli, “è destinata ad alimentare la cattiva immagine della nostra democrazia, incapace di sopportare le critiche. E accentua la caricatura del presidente del Consiglio”. Vero, anche se l’imbarbarimento del paese, delle istituzioni, della sua classe politica, lo si ammetterà, viene da molto più lontano; c’è qualcosa di ben altro che la caricatura evocata da Valli; Berlusconi è certamente un demagogo, come tale si comporta, come tutti i demagoghi è pericoloso. Ma è l’ultimo anello di una lunga catena, e il problema è costituito appunto da questa catena, non dal singolo anello. Tra qualche giorno si sarà anche in grado di documentarlo, e c’è da augurarsi che per una volta almeno sia contraddetta la ferrea legge che vuole condannato al silenzio e all’indifferenza ogni cosa che “puzzi” di radicale. Ce lo si augura, ma lo si crede poco. La “peste italiana” ha ammorbato tutti molto più di quanto non si creda.
(Fonte: Notizie Radicali)
di Valter Vecellio
Bernardo Valli su “Repubblica” di martedì 14 aprile ha scritto un articolo, (“E ‘Le Monde’ scopre che criticare l’Italia non si può”), che avrebbe dovuto provocare qualche reazione; al momento invece niente, e questo è forseancora più significativo di quello che racconta Valli.
In sostanza (chi volesse leggere l’articolo integrale lo può trovare su “Notizie Radicali” del 24 aprile), Valli racconta che il presidente del Consiglio Berlusconi è particolarmente suscettibile e infastidito dalle critiche che gli possono venire da giornali esteri. Questo si sapeva. Si sapeva meno che il fastidio e l’irritazione dell’inquilino di palazzo Chigi si esprimono con “una raffica di proteste dei nostri ambasciatori invitati dal loro ministro a reagire quando i quotidiani stranieri parlano male dell’Italia”.
Se le parole appena lette hanno un senso: il ministro Franco Frattini (o qualcuno comunque autorizzato a farlo) incarica e sollecita gli ambasciatori perché protestino e intervengano quando un giornale straniero pubblica articoli critici. E qui la prima questione: critici nei confronti dell’Italia in quanto tale, o critici nei confronti dell’attuale governo, dell’operato del presidente del Consiglio? E come si può concepire che un ambasciatore protesti perché un giornale liberamente pubblica articoli non graditi? Si badi: sgraditi, non con notizie false che se di questo si tratta c’è la querela, la rettifica, il diritto di replica. Non si conoscono le risposte alle proteste degli ambasciatori, ma nel caso di un giornale serio si possono comunque immaginare.
Per tornare all’articolo di Valli. Si racconta che le reprimende del ministero degli Esteri hanno colpito i britannici “Times” e “Guardian”, lo spagnolo “El Pais”, il tedesco “Spiegel”. Facile supporre che ce ne saranno stati altri. Se ne potrebbe avere la lista completa? Si potrebbe conoscere quali istruzioni sono state impartite alle ambasciate? La reprimenda avviene in forma scritta oppure orale? E nel caso in cui la replica consista in una scrollata di spalle, quale la successiva ritorsione, la disdetta dell’abbonamento? Si sorride, però la questione ha una sua serietà, se è vero che il corrispondente di “Le Monde” Philippe Ridet, assieme a un suo collega del “Wall Street Journal” è stato appositamente convocato alla Farnesina, “invitati a spiegare come vedevano l’Italia, e con quali criteri la raccontavano nelle loro corrispondenze”.
Non si finisce mai di imparare, perché si ignorava che tra i compiti della Farnesina vi sia anche quello di convocare i giornalisti stranieri, e chiedere loro spiegazioni su quello che scrivono. Philippe Ridet ne ha scritto con ironia e garbo su “Le Monde”; ma c’è poco di che sorridere, molto da spiegare.
Per esempio: da quanto tempo va avanti questa pratica? Coincide con l’insediarsi di questo Governo, o era pratica anche dei precedenti? Quali giornalisti sono stati “avvicinati”? Da chi sono stati “avvicinati”? Che cosa si è rimproverato loro esattamente? Quanti sono stati invitati a “giustificarsi” direttamente alla Farnesina?
“L’operazione diplomatica”, scrive Valli, “è destinata ad alimentare la cattiva immagine della nostra democrazia, incapace di sopportare le critiche. E accentua la caricatura del presidente del Consiglio”. Vero, anche se l’imbarbarimento del paese, delle istituzioni, della sua classe politica, lo si ammetterà, viene da molto più lontano; c’è qualcosa di ben altro che la caricatura evocata da Valli; Berlusconi è certamente un demagogo, come tale si comporta, come tutti i demagoghi è pericoloso. Ma è l’ultimo anello di una lunga catena, e il problema è costituito appunto da questa catena, non dal singolo anello. Tra qualche giorno si sarà anche in grado di documentarlo, e c’è da augurarsi che per una volta almeno sia contraddetta la ferrea legge che vuole condannato al silenzio e all’indifferenza ogni cosa che “puzzi” di radicale. Ce lo si augura, ma lo si crede poco. La “peste italiana” ha ammorbato tutti molto più di quanto non si creda.
(Fonte: Notizie Radicali)
lunedì 30 marzo 2009
Testamento biologico
In questo paese il principio del noli me tangere non esiste più
di Emma Bonino
Quello che segue è l’intervento di Emma Bonino al Senato il 26 marzo, nel corso del dibattito sulla legge sul testamento biologico.
Signor Presidente, intervengo brevemente sugli emendamenti che mirano a sopprimere l'articolo sul ruolo del medico, nonché sugli emendamenti che seguono in cui si propone una serie di riformulazioni in considerazione del fatto che l'articolo in esame è tra i più pasticciati di questo disegno di legge.
Cominciamo con il dire che al comma 1 si prevede che il medico prende attentamente in considerazione quanto scritto, come se i medici normalmente non prendessero attentamente in considerazione nulla. Non mi pare un grande dato di elogio al senso di responsabilità dei medici.
Al comma 2 si precisa poi che le indicazioni sono valutate dal medico, sentito il fiduciario, in scienza e coscienza: quella scienza e coscienza che avete negato ai cittadini e che attribuite solamente al medico o al fiduciario.
Inoltre, avendo scelto che a decidere non sono i cittadini, decidete poi che, in caso di conflitto tra fiduciario e medico, decide una commissione di cinque esperti stabilita dal Governo: si va dal neurofisiologo al medico legale e, se non è presente nella Regione, si passa al neuroradiologo o ancora al medico con professionalità equivalente - si spera - o al medico curante e quant'altro.
All'articolo 8 si precisa poiche, nel caso in cui ancora non sia stato trovato un accordo, intervengono ovviamente i giudici. Dal punto di partenza, volto a negare il diritto ai cittadini, si è arrivati a dare responsabilità indebite ad una serie di categorie per arrivare, alla fine, a dire che decidono i giudici. Mi sembra un giro a trecentosessanta gradi di grande rilevanza.
Per questo motivo, signor Presidente, nel momento in cui quest'Aula ha deciso che il principio del noli me tangere non esiste più in questo Paese e decide del pari che se sono cosciente posso disporre di me, ma un anno o un giorno dopo, magari a seguito di un trauma cranico, non posso più disporre di me (dunque non è un problema di principio ma di tempi), mi consentirete nella solennità di quest'Aula, così sorda a qualunque possibilità di suggerimento persino in senso migliorativo rispetto ai pasticci che scrivete, di lasciare agli atti il mio testamento biologico.
Lo lascio con grande sofferenza. Lo lascio perché mi sembra l'unico luogo rimasto in cui poter forse consegnare questo documento, che dovrebbe essere un documento così intimo e così privato. Lo lascio perché penso che nel Paese si stia organizzando una vera e propria campagna di disobbedienza civile, lo lascio perché questa campagna rispecchia la dignità che ognuno di noi vuole non solo per sé ma anche per voi, quando ne avrete bisogno.
Questa è l'ultima cosa che volevo dire: state togliendo a voi stessi e a tutti l'essenza della dignità della persona, la sua capacità di decidere, e l'attribuite ai medici. Quante cose devono fare i medici in questo Paese: occuparsi dei clandestini, denunciarli,sostituire le mie volontà, insomma un nuovo ruolo poliziesco anche per tutelare - dite voi - il bene collettivo e certamente a fin di bene.
Voi non ascoltate, non sentite più nulla, come se davvero un dato ideologico, reazionario, avesse offuscato qualunque capacità di dialogo in quest'Aula. (Applausi dal Gruppo PD).
di Emma Bonino
Quello che segue è l’intervento di Emma Bonino al Senato il 26 marzo, nel corso del dibattito sulla legge sul testamento biologico.
Signor Presidente, intervengo brevemente sugli emendamenti che mirano a sopprimere l'articolo sul ruolo del medico, nonché sugli emendamenti che seguono in cui si propone una serie di riformulazioni in considerazione del fatto che l'articolo in esame è tra i più pasticciati di questo disegno di legge.
Cominciamo con il dire che al comma 1 si prevede che il medico prende attentamente in considerazione quanto scritto, come se i medici normalmente non prendessero attentamente in considerazione nulla. Non mi pare un grande dato di elogio al senso di responsabilità dei medici.
Al comma 2 si precisa poi che le indicazioni sono valutate dal medico, sentito il fiduciario, in scienza e coscienza: quella scienza e coscienza che avete negato ai cittadini e che attribuite solamente al medico o al fiduciario.
Inoltre, avendo scelto che a decidere non sono i cittadini, decidete poi che, in caso di conflitto tra fiduciario e medico, decide una commissione di cinque esperti stabilita dal Governo: si va dal neurofisiologo al medico legale e, se non è presente nella Regione, si passa al neuroradiologo o ancora al medico con professionalità equivalente - si spera - o al medico curante e quant'altro.
All'articolo 8 si precisa poiche, nel caso in cui ancora non sia stato trovato un accordo, intervengono ovviamente i giudici. Dal punto di partenza, volto a negare il diritto ai cittadini, si è arrivati a dare responsabilità indebite ad una serie di categorie per arrivare, alla fine, a dire che decidono i giudici. Mi sembra un giro a trecentosessanta gradi di grande rilevanza.
Per questo motivo, signor Presidente, nel momento in cui quest'Aula ha deciso che il principio del noli me tangere non esiste più in questo Paese e decide del pari che se sono cosciente posso disporre di me, ma un anno o un giorno dopo, magari a seguito di un trauma cranico, non posso più disporre di me (dunque non è un problema di principio ma di tempi), mi consentirete nella solennità di quest'Aula, così sorda a qualunque possibilità di suggerimento persino in senso migliorativo rispetto ai pasticci che scrivete, di lasciare agli atti il mio testamento biologico.
Lo lascio con grande sofferenza. Lo lascio perché mi sembra l'unico luogo rimasto in cui poter forse consegnare questo documento, che dovrebbe essere un documento così intimo e così privato. Lo lascio perché penso che nel Paese si stia organizzando una vera e propria campagna di disobbedienza civile, lo lascio perché questa campagna rispecchia la dignità che ognuno di noi vuole non solo per sé ma anche per voi, quando ne avrete bisogno.
Questa è l'ultima cosa che volevo dire: state togliendo a voi stessi e a tutti l'essenza della dignità della persona, la sua capacità di decidere, e l'attribuite ai medici. Quante cose devono fare i medici in questo Paese: occuparsi dei clandestini, denunciarli,sostituire le mie volontà, insomma un nuovo ruolo poliziesco anche per tutelare - dite voi - il bene collettivo e certamente a fin di bene.
Voi non ascoltate, non sentite più nulla, come se davvero un dato ideologico, reazionario, avesse offuscato qualunque capacità di dialogo in quest'Aula. (Applausi dal Gruppo PD).
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