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lunedì 2 aprile 2012
Il discorso di AUNG SAN SUU KYI dopo la vittoria elettorale
giovedì 16 settembre 2010
Il tempo stringe

di Martin Luther King
Questo articolo è l’ultimo che Martin Luther King ha scritto. Lo completò pochi giorni prima di essere assassinato a Memphis , e vi spiegava il significato e gli obiettivi della “grande marcia di emancipazione attraverso l’America” da lui organizzata per la primavera e l’estate.
Le proteste nonviolente ritornano questa primavera, fosse per l’ultima volta. Ai bianchi viene dato il benvenuto. Perfino i gruppi militanti del Potere Negro hanno deciso di prendervi parte. Ma se le proteste nonviolente naufragano, potrebbe seguire un olocausto.
Malgrado due estati consecutive di violenza, non una singola causa delle sommosse è stata eliminata. Tutta l’infelicità che attizzò le fiamme della rabbia e della ribellione, è rimasta qual era.
Con la disoccupazione, le abitazioni intollerabili e l’educazione discriminatoria, flagello dei ghetti negri, il Congresso e l’amministrazione si contentano ancora di mezze misure futili. Eppure, soltanto pochi anni fa, si poteva discernere, anche se limitato, un certo progresso mediante la nonviolenza. Ogni anno si delineava maggiormente una sana sicurezza di sé dei negri.
L’azione diretta nonviolenta rese capaci i negri di andare per le strade di una protesta attiva, ma tappò le canne dei fucili dell’oppressore, poiché neanche lui poteva abbattere, alla luce del giorno, degli uomini, delle donne, dei bambini senza armi. Ecco la ragione per cui ci furono meno perdite di vite in dieci giorni di sommosse nel Nord.
Noi dobbiamo esercitare pressione sul Congresso, perché le cose vengano fatte. Lo faremo alla luce del Primo Emendamento. Se il Congresso rimane insensibile, bisognerà dare la scalata per mantenere in vita la questione. Questa azione può arrivare a dimensioni di rottura, ma non sarà violenta nel senso di distruggere vite o beni: sarà una nonviolenza militante.
Noi sentiamo veramente che le sommosse tendono a intensificare la paura della maggioranza bianca, mentre ne diminuisce il senso di colpa, dando così adito ad una maggiore repressione. Non abbiamo visto alcun cambiamento in Watts – nessun cambiamento strutturale ha avuto luogo come risultato delle sommosse.
Ma non tollereremo la violenza e abbiamo detto chiaramente: i dimostranti che non sono pronti a essere nonviolenti, non dovrebbero partecipare. Durante le ultime sei settimane abbiamo avuto degli incontri preparatori sulla nonviolenza con quelli che andranno a Washington. Le dimostrazioni hanno servito da forze unificanti nel movimento: hanno riunito neri e bianchi in situazioni molto pratiche, quando avrebbero potuto star discutendo in via filosofica del Potere Negro.
E’ singolare come le dimostrazioni tendano a risolvere problemi. Ogni volta che abbiamo avuto delle dimostrazioni in una comunità, la gente ha trovato un modo per liberarsi dell’odio verso sé stessi, ed un mezzo per esprimere i suoi desideri e per lottare senza violenza – per giungere alla struttura del potere, sapendo di fare qualche cosa, senza aver da usare la violenza.
Noi abbiamo bisogno di questo movimento. Vogliamo che esso ci porti una nuova specie di unione tra neri e bianchi. Vogliamo che esso unisca degli alleati, che unisca la coalizione delle coscienze. Io penso che siamo arrivati al punto in cui non vi è più scelta tra nonviolenza e sommosse. Deve essere o una massiccia nonviolenza, o la sommossa.
Il malcontento è così profondo, la rabbia è tanto connaturata, la disperazione, l’inquietudine tanto grandi, che qualche cosa deve nascere che serva di sfogo per questi profondi sentimenti di rabbia.
Uno sfogo deve esserci, ed io vedo in questa campagna un mezzo per tramutare la rudimentale rabbia del ghetto in qualche cosa di costruttivo e creativo.
Anche se non pensassi alle dimensioni morali del rapporto fra violenza e nonviolenza, da un punto di vista pratico non vedo che le sommosse abbiano alcun senso. Di più, sono convinto che, se le sommosse continuano, ciò rafforzerà l’ala destra del paese, e finiremo con la vittoria della destra nelle città e con uno sviluppo fascista, che sarà terribilmente nocivo a tutto il paese.
Io non credo che l’America possa sostenere un’altra estate di sommosse come quelle di Detroit senza il pericolo di distruggere l’anima del paese ed anche le sue possibilità democratiche. Io mi sono votato alla nonviolenza in modo assoluto, io non ucciderò nessuno, sia nel Vietnam o qui. Io non metterò fuoco a nessun edificio. Se la protesta nonviolenta naufragherà questa estate, io continuerò a predicarla e insegnarla.
Sono deciso alla nonviolenza perché ho trovato che è una filosofia della vita che regola non soltanto la mia condotta nella lotta per la giustizia razziale, ma anche la mia condotta verso le persone, verso me stesso.
Ma sono abbastanza franco per ammettere che se la nostra campagna nonviolenta non genera qualche progresso, la gente sceglierà un’attività più violenta, e la discussione sulla guerriglia diventerà più estesa.
Gli americani neri sono stati gente paziente, e forse potranno continuare ad esserlo se avessero un minimo di speranza: ma soprattutto il tempo stringe, come dicono le parole di un nostro spiritual: “La corruzione è nel paese, gente, state pronti, il tempo stringe”.
Nonostante gli anni di progresso nazionale, la condizione dei poveri peggiora. I posti di lavoro diminuiscono a causa del progresso tecnologico, le scuole del nord e del sud si rivelano sempre più inadeguate, le cure mediche sono praticamente inaccessibili per milioni di poveri bianchi o neri. Nel Mississipi i bambini muoiono di fame, mentre i latifondisti hanno “messo in banca” le loro terre e incassano milioni di dollari all’anno per non piantare grano o cotone.
L’America bianca si è concessa di essere indifferente al pregiudizio razziale e all’ingiustizia economica. Li ha trattati come difetti superficiali, ma adesso si sveglia nell’orribile realtà di un potenziale morbo fatale. Le insurrezioni nelle città sono “una campana a fuoco nella notte” che clamorosamente avverte che le suture di tutta la nostra società stanno indebolendosi per la tensione della noncuranza.
Gli americani sono infetti di razzismo, ecco il pericolo. Paradossalmente, essi sono anche contagiati dagli ideali democratici, e questa è la speranza. Mentre essi fanno del male, hanno il potenziale di fare del bene. Ma non hanno un millennio per cambiare le cose.
L’avvenire che essi sono chiamati a inaugurare non è tanto sgradevole da giustificare i mali che assillano la nazione. Por fine alla misura, estirpare il pregiudizio, liberare una coscienza tormentata, creare un domani di giustizia, di lealtà e creatività – tutto ciò è degno dell’ideale americano.
Noi abbiamo mediante l’azione nonviolenta di massa, l’occasione per evitare un disastro nazionale e creare un nuovo spirito di classe e di armonia razziale. Tutti noi siamo sotto processo in questa ora travagliata, ma ancora il tempo ci permette di andare incontro all’avvenire con la coscienza pulita.
(da “Azione Nonviolenta”, aprile maggio 1968)
mercoledì 1 ottobre 2008
Aldo Capitini

Il quarantennale di Capitini
di Franco Bozzi
Quello che presentiamo è un contributo su Aldo Capitini scritto da Franco Bozzi, studioso, docente di storia e filosofia, animatore culturale, socialista storico umbro nonché componente del direttivo dell’Associazione Liberaleidee.
Bozzi, che fu a fianco di Capitini nell’organizzazione della prima marcia per la pace Perugia-Assisi, svoltasi il 24 settembre 1961, non solo si rapporta in modo schietto a situazioni vissute in prima persona ma si raffronta anche, senza remore, con l’originale elaborazione capitiniana. L’intervento è stato concepito in occasione dell’incontro “A proposito di Capitini…Nonviolenza, l’alternativa praticabile” che si svolgerà oggi alle 16 nella sala di partecipazione della Provincia di Perugia. Abbiamo deciso di pubblicarlo non perché se ne condividano appieno i contenuti ma per il valore della testimonianza e l’autorevolezza del suo autore. (Francesco Pullia)
Il quarantennale della morte di Aldo Capitini fornisce un’occasione preziosa per riflettere su un magistero civile ricco di suggestioni a dispetto – o forse a causa – della sua singolarità, e per indagare su una esperienza pedagogica e politica che si colloca a cavallo della seconda guerra mondiale, e dunque in un mondo assai diverso dal nostro, dominato com’era dai totalitarismi, dalla contrapposizione fra blocchi, dalla paura della catastrofe nucleare. Perugia ha già cominciato quest’opera di recupero memoriale con un convegno di studio promosso da alcuni discepoli del filosofo, nella Facoltà universitaria che fu sua. Ora si annunciano altre iniziative, fra cui quella della Regione dell’Umbria, che ha preannunciato la costituzione di un apposito comitato, coordinato da un burocrate (pensate al Capitini anti-istituzionale!) e comprendente Flavio Lotti, ma non il sottoscritto (che su Capitini ha pubblicato articoli su “Mondoperaio” e “Filosofia e società”, ha parlato al Vieusseux e a vari convegni di studio) o Alarico Mariani Marini (autore di un libro intenso e documentatissimo sul pacifismo e l’antimilitarismo degli anni cinquanta e sessanta, il caso Pinna e l’obiezione di coscienza). Oltre tutto, noi due fummo nel comitato che organizzò la Marcia della Pace del ’61, e ne avremmo avute di cose da raccontare.
Per esempio: i democristiani non vollero partecipare alla Marcia (e questo è risaputo) per la contemporanea presenza del PCI. Né Capitini era ben visto dalla Chiesa locale, con la quale anzi era in dura polemica (aveva infatti chiesto di essere cancellato dal registro dei battezzati). Ricordo di aver letto, all’ingresso della Cattedrale, un cartello che metteva in guardia i fedeli dal frequentare il suo Centro di Orientamento Religioso. Quanto ai comunisti, Capitini volle fortemente la loro partecipazione, ben sapendo che senza la capacità mobilitativa di quel partito e delle numerose organizzazioni ad esso collaterali, la manifestazione rischiava di fallire. Ma quanta fatica a trattare con loro! Per le riunioni del comitato era stato designato Romeo Sisani, persona onesta e garbata ma di ruolo secondario. Quando si arrivò a stilare la mozione conclusiva, egli non se la sentì di dare il proprio assenso, e di impegnare il partito. Era l’epoca in cui la linea politica era dettata quotidianamente dal Bottegone. Intervenne allora Gino Galli, segretario di federazione; fu tolta o smussata ogni frase che potesse suonare anche lontanamente come una critica all’URSS. Non bastava ancora, Galli voleva prender tempo per sottoporre la mozione al comitato centrale. E fu proprio Mariani Marini a sbottare che non se ne poteva più di quelle tergiversazioni, e ad imporre la chiusura della discussione. All’esterno, naturalmente, i comunisti si accreditarono come i più convinti sostenitori della Marcia, e inviarono Andrea Gaggero (un ex deportato, esponente di stretta osservanza sovietica) con il quale tenni un comizio preparatorio in Porta Sant’Angelo.
Due giorni dopo la scomparsa di Capitini, avvenuta il 19 ottobre 1968, Pietro Nenni annotava nel suo Diario: “Era una eccezionale figura di studioso. Fautore della nonviolenza, era disponibile per ogni causa di libertà e di giustizia […] Mi dice Pietro Longo che a Perugia era isolato e considerato stravagante. C’è sempre una punta di stravaganza ad andare contro corrente, e Aldo Capitini era andato contro corrente all’epoca del fascismo e di nuovo nell’epoca post-fascista. Forse troppo per una sola vita umana, ma bello”. Il giudizio del leader socialista, primo fra i capi-partito dell’epoca ad aderire alla Marcia della Pace, è di rara efficacia nella sua sinteticità. Quell’endiadi di libertà e giustizia rimanda alla stagione del «Quarto Stato», che Nenni in esilio durante gli anni della dittatura diresse con Carlo Rosselli (il fondatore, appunto, di Giustizia e Libertà) e coglie esattamente la radice del pensiero capitiniano, che va rintracciata nella democrazia mazziniana, nell’azionismo di derivazione risorgimentale, e in un socialismo liberale e libertario cui il Nostro, assieme a Guido Calogero – ma occorre ricordare il contributo di altri perugini, quali Walter Binni, Alberto Apponi, Luigi Catanelli – dette il nome di liberalsocialismo. A Roma, presso la Fondazione Nenni, si conserva la corrispondenza che il segretario del PSI, padre della Repubblica, ebbe con Capitini e Binni su temi alti quali la pace, l’obiezione di coscienza, la laicità dello Stato. Come si declinano tali temi nello stato presente?
Analizziamoli punto per punto. La Marcia della Pace Perugia-Assisi promossa da Capitini ebbe luogo il 24 settembre 1961. Essa fu la prima manifestazione del genere in Italia, e dette l’abbrivio ad una serie ininterrotta di eventi similari. Oggi don Remo Bistoni ne attribuisce l’idea a monsignor Rosa, arcivescovo di Perugia durante il regime fascista, e la Guida del Touring la data al 1986, confondendola (volutamente?) con l’incontro interreligioso indetto nella città serafica da papa Woitjla. Naturalmente nessun argomento, e meno che mai la pace, può essere monopolio di un unico pensiero: ma la Marcia capitiniana fu cosa diversa da una processione o da una giornata di preghiera (dico, non migliore o peggiore: diversa). Le sue fonti di ispirazione sono semmai, come altra volta ho indicato, la Marcia del Sale di Gandhi, le veglie e i sit-in di Bertrand Russel, il “pellegrinaggio nonviolento” di Martin Luther King contro la discriminazione razziale, i cortei di protesta di Jean Paul Sartre e dei suoi amici esistenzialisti contro la repressione in Algeria. Si era, in quel momento, all’acme della guerra fredda (in estate era stato eretto il muro di Berlino, l’anno successivo sarebbe esplosa la crisi dei missili a Cuba) e incombeva la minaccia dell’olocausto nucleare. Fu giusto manifestare per richiamare i governanti alle loro immani responsabilità; fu irresponsabile chiedere il disarmo unilaterale, che ci avrebbe trasformato, secondo le parole dello stesso Capitini, nel popolo-Cristo vocato a salvare l’umanità (i comunisti, più concretamente, si sarebbero accontentati di salvare l’URSS). Echi lontani, di cui nulla è sopravvissuto nella stanca liturgia delle marce attuali, opera, se è lecito parafrasare Lenin, di quei “pacifisti di professione” che bruciano le bandiere americane, indossano la kefiah dell’intifada, e sfilano con la maglietta del Che. Per questo, dopo l’attentato alle Torri Gemelle (attribuito dalla sinistra estrema non già alla rete dell’islamismo fanatico, ma ad oscuri disegni della CIA e del Mossad), in contemporanea con una edizione della marcia mi sono recato con pochi compagni socialisti e radicali al cimitero inglese di Rivotorto, per rendere omaggio a quei soldati che, col sacrificio della vita, hanno reso possibile anche questa esibizione di confusionarismo mentale.
La nonviolenza. Dal suo primo libro alle sue ultime lettere, Capitini si presentò come il filosofo della nonviolenza – con i suoi corollari: non mentire, non collaborare, non opprimere, non offendere nemmeno gli avversari – ed elesse a suo modello Gandhi (sessant’anni dalla morte, altro anniversario tondo). Io ebbi modo di dirgli, con tutto il riguardo dovuto da un giovane universitario verso una così riconosciuta autorità morale, che non mi convinceva affatto la rinuncia a mezzi di difesa armata nei confronti di un possibile aggressore; e ricordo un colloquio a tre, presente Pinna, sull’efficacia e la temporalità delle diverse strategie di lotta. Che il Mahatma fosse riuscito ad ottenere l’indipendenza dell’India con gli strumenti del satyagraha (la nonviolenza divenuta, da esperienza individuale, abito di intere moltitudini) è un fatto, ma il motivo del successo è racchiuso in una battuta pronunciata da Ben Kingsley, interprete di Gandhi nel bellissimo film a lui dedicato: “voi inglesi – cito a memoria – sarete costretti ad andarvene, perché centomila stranieri non possono tenere in soggezione trecentocinquanta milioni di autoctoni, se questi non lo vogliono”. Una situazione dunque irriproducibile, con una infima minoranza di conquistatori che aveva perduto il consenso del popolo conquistato, e per di più era impacciata da scrupoli giuridici e costituzionali: quelli che non ebbero, per citare un caso, i nazisti nei confronti degli studenti della Rosa Bianca, spediti dritti al patibolo. Gandhi poi morì per mano di un fanatico indù, e i due Stati che nacquero dalla sua azione – l’India e il Pakistan – si premurarono di costruire la bomba atomica. Lo scacco non scalfì minimamente la fede nonviolenta di Capitini, che nel ’67, alla vigilia della guerra dei sei giorni, ebbe questa bella pensata: gli israeliani non avrebbero dovuto opporsi con le armi agli eserciti invasori, ma avrebbero dovuto fronteggiarli soltanto con forme di resistenza passiva. Se tale proposta fosse stata accolta, non staremmo oggi a lambiccarci su come risolvere la questione medio-orientale: Israele sarebbe cancellata, gli ebrei riposerebbero sotto terra, e la Palestina costituirebbe non uno Stato (ciò che non fu mai) ma una provincia della nazione araba, come un tempo dell’Impero Ottomano.
L’obiezione di coscienza. In termini generali possiamo definirla come il rifiuto, motivato da insuperabili ragioni etiche o religiose, ad obbedire ad una legge ritenuta ingiusta. “Tuttavia il significato comune – annotava Capitini – è ristretto alla disobbedienza che vien fatta alla legge che impone di portare armi, di preparare o prepararsi alla guerra e di eseguirla nelle varie sue forme”. Il piccolo cenacolo capitiniano annoverava fra i più assidui frequentatori Pietro Pinna, primo fra gli obiettori italiani ad aver ottenuto (oltre che il carcere) adeguata risonanza per il suo rifiuto di indossare la divisa. In una recente intervista, che si può leggere in rete, egli ribadisce le sue convinzioni: abolizione degli eserciti, disarmo unilaterale ecc. Storicamente l’obiezione affonda le proprie radici nel rifiuto della guerra e del servizio militare, che rappresenta tanta parte della cultura del movimento operaio, e che anch’io ho avuto modo di illustrare nella mia Storia del Partito Socialista in Umbria. I mostri prodotti dal nazionalismo e dal militarismo – Bava Beccaris, le decimazioni dopo Caporetto, i campi di sterminio e i gulag – sono ben ampiamente noti per doverli qui ripetere. Contro il riprodursi di tali mostri (e seguendo il monito di Brecht; “il grembo da cui nacque è ancora fecondo) si sviluppò nella prima metà degli anni sessanta un forte movimento, di cui sono testimonianze il film “Non uccidere” di Claude Autant-Lara, la polemica di fuoco fra don Milani e i cappellani militari, la rappresentazione antimilitarista “Bella ciao” del Nuovo Canzoniere Italiano al Festival di Spoleto.
L’isolamento. Vero, Capitini era e si sentiva un isolato. Ma l’isolamento se lo era anche cercato. Non aveva mai voluto aderire a nessun partito, nemmeno a quello che gli era ideologicamente più vicino, il Partito d’Azione. È noto l’episodio accaduto durante il congresso costitutivo di quel partito a Firenze. Capitini vi era recato con degli amici, ma restò in anticamera, senza decidersi ad entrare nella sala del congresso. A Perugia ebbe uno straordinario successo nell’immediato dopoguerra, con la stagione dei COS. Ma quando furono indette le prime libere elezioni, la sua pretesa di volere assoggettare le scelte degli amministratori agli umori delle assemblee trovò una netta opposizione da parte degli eletti (e per una volta furono d’accordo socialista, comunisti e democristiani), che si facevano scudo del suffragio ricevuto. Nel pensiero di Capitini i COS avrebbero dovuto essere l’evoluzione dei CLN. Ma la stagione ciellenistica si era conclusa, e come in tutte le rivoluzioni alla fase aurorale dell’assemblearismo (esaltata anche da Hannah Arendt) subentrava il potere degli apparati di partito.
Le stravaganze. Qui è interessante notare che ciò che mezzo secolo fa sembrava bizzarro, inusuale, eccentrico, oggi rientra in un normale e accettato stile di vita, quando addirittura non sia diventato moda o tendenza culturale. Prendiamo l’esempio forse più eclatante, il vegetarianesimo. Scrive Capitini: “per oppormi alle guerre che Mussolini preparava, presi la decisione vegetariana, nella convinzione che il risparmio delle vite di subumani inducesse al rifiuto di uccidere esseri umani”. Fosse vero! Fu rigorosamente vegetariano il menu fatto predisporre da Hitler per Röhm e le sue SA, prima che le SS si scatenassero nella notte dei lunghi coltelli. E se il “duce” sermoneggiava che avrebbero avuto un futuro solo i popoli bevitori d’acqua, e non vino o di birra, la sua astemia non gli impedì di aggredire l’Etiopia, né di precipitare l’Italia nel conflitto mondiale. Ma i dettami del politically correct vogliono convertirci tutti al vegetarianesimo, e meglio ancora al veganismo, che spingendosi oltre Capitini rifiuta ogni prodotto di derivazione animale, sia nell’alimentazione che nel vestiario. Per la mia formazione sui testi del realismo politico io sono del tutto alieno da una logica di pura testimonianza.
In conclusione io ritengo che il quarantennale capitininiano dovrebbe essere un esame spassionato di ciò che è vivo e di ciò che è morto – per usare un’espressione crociana – del magistero di questo illustre nostro concittadino. Se invece esso si riducesse ad una pura celebrazione, o alla ripetizione di temi che il tempo e l’esperienza hanno dimostrato consunti, il mio consiglio sarebbe quello di lasciar perdere.
(Fonte: Notizie radicali)
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