On 17 October Tibetan film-maker Dhondup Wangchen will spend his birthday behind bars as a political prisoner in a Chinese prison. This will be the sixth birthday that he has been held in detention, away from his children, his wife and all the people he loves and cares for.
In 2008 Dhondup was handed a six-year prison sentence after he made a film inside Tibet that showed what the Tibetan people thought about China's policies in Tibet. For this he was charged with "inciting separatism" -- simply because he dared to speak out about Tibetan human rights through his filmmaking.
Dhondup's wife, Lhamo Tso, has campaigned tirelessly for his release since the moment she found out he was detained. Today she is asking you, and thousands of supporters of Dhondup Wangchen, to take part in a new campaign to help bring Dhondup home to her and her family safely; Dhondup is due for release in 2014.
Send A Birthday Message for Dhondup: By taking part in this simple on-line action you will let Dhondup and the Chinese Government, know that we have not forgotten him, and we will not give up our call for his immediate release.
Take Action Now! http://freetibetanheroes.org/dhondup-wangchen-birthday-message/
Support Lhamo Tso's fight for her husband
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mercoledì 16 ottobre 2013
venerdì 23 marzo 2012
Tibet will be free
Just this week a powerful video smuggled out of Tibet, and aired on Voice of America, shows a group of monks in Amdo's Malho prefecture defiantly walking – some running – through the town of Ba Thunte, waving homemade Tibetan flags and making the classic Tibetan warrior cry, 'Kyi Hi Hi.'
These brave monks, many of whom may have been arrested by now, are the nonviolent warriors at the forefront of Tibet's epic battle for freedom.
giovedì 8 dicembre 2011
martedì 26 aprile 2011
FREE THE PANCHEN LAMA
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Gedhun Choekyi Nyima (age 6) in 1995 |
He was born on April 25, 1989 in central Tibet. As soon as he was recognized as the 11th Panchen Lama, Chinese authorities took him and his family into custody. Few other people, particularly Chartral Rinpoche, the head of the search party was arrested and sentenced for leaking his information to the Dalai Lama.
The Chinese government asserted its political motive into the reincarnation search by installing another young boy, Gyaiancain Norbu as the 11th Panchen Lama. The replacement was kept in Beijing and recently given a political title in the Chinese government, equivalent to that of a member of parliament or congressmen. He was routinely asked to make propaganda statement for the Chinese government.
For the last sixteen years, concerned people and human rights entities all over the world have urged the Chinese government to release the Panchen Lama to no avail. The whereabouts and wellbeing of the Panchen Lama, Gedhun Choekyi Nyima is a serious concern and the Chinese government should heed the call of devotees and supporters for his immediate release.
Take Action: Send a Letter to Yang Jiechi, China's Minister of Foreign Affairs and Zhu Weiqun, Vice-Minister of the United Front Work Department (and China's spokesperson on Tibetan affairs).
mercoledì 23 marzo 2011
Il Dalai Lama si dimette per assicurare un futuro al Tibet
Anche se era atteso da tempo, l’annuncio che il Dalai Lama abbandonerà il suo ruolo politico complica la situazione in Tibet e crea una serie di nuove sfide per la Cina e l’India, il paese che lo ospita da molti anni.In occasione del 52° anniversario dell’insurrezione tibetana, il Dalai Lama, 76 anni, ha annunciato che presto passerà il testimone a un “leader liberamente eletto”. “Fin dagli anni Sessanta ho più volte sottolineato che i tibetani devono avere un leader eletto dal popolo, al quale io possa cedere il momento. E’ arrivato il momento di passare ai fatti”, ha dichiarato.
L’annuncio del Dalai Lama arriva in un momento particolare dopo il diffondersi delle rivolte che nel mondo arabo si moltiplicano le pressioni su Pechino affinché allenti la presa sul Tibet, e questo rende più complicati i negoziati con gli esuli tibetani.
Inoltre gli Stati Uniti sembrano aver assunto un nuovo atteggiamento verso il Tibet, ma ultimamente Washington sembra mostrare maggiore solidarietà al Dalai Lama. Il 24 febbraio 2011 Timothy Roemer, l’ambasciatore statunitense in India, ha partecipato all’inaugurazione del nuovo centro di accoglienza per i rifugiati tibetani di Dharamsala.
Dato che il Dalai Lama si limiterà a svolgere un ruolo religioso, sarà necessario organizzare al più presto delle elezioni per scegliere un primo ministro, che sarà il nuovo volto dei tibetani in esilio. I candidati probabili sono tre e due di loro sembrano essere molto vicini agli Stati Uniti. Il favorito, Lobsang Sangay, è un docente di Harvard, dove ha conseguito il dottorato. Gli altri due sono il filoamericano Lobsang Namgyel, esponente dell’aristocrazia tibetana, e Tashi Wangdi, che per anni ha guidato l’ufficio del Dalai Lama e che è generalmente considerato un filoeuropeo.
Secondo gli esuli tibetani il resto del mondo sta traendo conclusioni arbitrarie sulle ragioni che hanno spinto il Dalai Lama a rinunciare al suo ruolo politico. “E’ una mossa per preparare i tibetani a gestire i loro affari con forza e fermezza”, spiega lo scrittore e attivista Tenzin Tsundue. “La Cina ha sempre diretto le sue critiche contro il Dalai Lama. Ma ora dovrà confrontarsi con le decisioni prese da una base più ampia, che saranno più difficili da attaccare”.
La diaspora tibetana è presente in tutto il mondo, ma ha il suo centro in Dharamsala, dove il Dalai Lama guida un governo affiancato da un parlamento eletto, commissari elettorali e giudici che può licenziare a suo piacimento. E’ a questo potere, e al ruolo di rappresentante della resistenza tibetana, che il leader religioso vuole rinunciare.
Anche se l’India ospita il Dalai Lama dal 1858, l’anno in cui fuggì dal Tibet, New Delhi non riconosce formalmente l’organismo denominato “ufficio del Dalai Lama”. La sua presenza in India, però è sempre stata un asso nella manica per il governo indiano, in particolare per quanto riguarda i rapporti con il vicino cinese, che appare sempre più forte e determinato. L’annuncio del Dalai Lama rafforza la posizione dell’India perché la questione tibetana non si spegnerà con la sua morte ma proseguirà con una leadership nuova e giovane.
Il portavoce del ministro degli esteri indiano Vishnu Prakash non ha voluto commentare la notizia, ma ha detto che l’India continuerà a ospitare il Dalai Lama perché lo considera “una figura religiosa profondamente rispettata”.Alcuni analisti pensano che New Delhi possa beneficiare della piega che hanno preso gli eventi.
“L’India è stata fondamentale per muovere il processo di democratizzazione in Nepal e in Buthan”, dice Srikanth Kondapalli, esperto di Cina della Jawaharlal Nerhu University di New Delhi: “ed è perfettamente consapevole che l’emergere di un Tibet più democratico sarà certamente un fatto positivo”.
domenica 31 ottobre 2010
IL FUOCO SOTTO LA NEVE
Una lettera della regista
Nel 2006 sono stata a Torino per filmare Palden nel corso dello sciopero della fame effettuato durante le Olimpiadi invernali. Usando questo evento così simbolico e fortemente mediatico, cercava di attirare l’attenzione pubblica sull’assegnazione dei Giochi Olimpici del 2008 a Pechino. Il Vicepresidente del Comitato Olimpico Internazionale Mario Pescante si è recato nel luogo dove si svolgeva lo sciopero della fame per richiederne l’interruzione, ma ha rivelato la sua impotenza dalla posizione che lui ricopriva. Abbiamo ripreso la dedizione di Palden per la sua causa, l’attenzione rivolta ai giovani tibetani in sciopero della fame accanto a lui, e il suo commosso ricordo dei compagni scomparsi. Mentre giravo il documentario, ho incontrato dei fantastici attivisti italiani che mi hanno fatta sentire a casa, in un momento in cui mi sentivo sola e agitata. Mi hanno anche portato nella migliore pizzeria di Torino (mentre Palden faceva lo sciopero della fame!) e abbiamo pianto sul tavolo pieno di pizze, al pensiero degli scioperanti. Ho anche incontrato meravigliosi tibetani impegnati lì come volontari, e nel “Making of di Fire Under the Snow" che è incluso nella speciale edizione del DVD potrete vedere come i volontari avessero bisogno di “nutrirsi di cibo”, durante lo sciopero della fame.
Dopo l’uscita del film, nel 2008, siamo stati invitati a presentarlo al festival Cinemambiente, e Palden ed io ci siamo ritrovati di nuovo a Torino. Devo assolutamente dire che è stato il più bel festival di cinema a cui abbiamo mai partecipato. Invitare Palden è assai complicato, perché ha bisogno di visti speciali per qualsiasi posto dove si rechi (non ha un passaporto, ma un attestato di rifugiato). Nonostante ciò lo staff di Cinemambiente si è preso davvero a cuore la questione, e ha tempestato di fax e telefonate il Consolato italiano a New York, per convincerli ad accelerare la procedura del visto. Abitualmente i festival non si prendono così tanta cura degli ospiti, ma a Cinemambiente siamo stati trattati come parte della famiglia! Alla festa di chiusura ho persino pianto..
Ecco perché, davvero, devo qualcosa all’Italia. E come espressione di gratitudine per i miei amici di Torino e della Sezione italiana di Amnesty, ho previsto un prezzo “molto” speciale ($18, abitualmente sarebbe $24) più i costi di spedizione ($6, contro gli abituali $8.98) solo per gli acquirenti Italiani, spedendo io le copie direttamente dall’ufficio postale. La transazione attraverso paypal garantisce sicurezza, potete usare una carta di credito italiana e la transazione potrà essere fatta in italiano.
Come potrete immaginare, non è stato facile fare questo film e distribuirlo in giro per il mondo. Ho accumulato dei debiti che devo ancora saldare, ma sono così felice che ora sia disponibile in versione PAL in varie lingue europee.
Vi sarei molto grata se poteste far girare la voce. Informate dell’uscita del DVD i vostri amici in Francia, Germania, Gran Bretagna, oltre che in Italia, raccomandando di non perderselo! Spero, entro novembre, di essere diventata la cliente più noiosa di tutto l’ufficio postale, con le lunghe file in attesa che causerò tutti i giorni con le mie spedizioni!
Per concludere, ritengo che la storia della vita di Palden vada al di là di movimenti politici o del concetto di religione, ma parli dell’intera condizione umana. Lui si è piegato alla sofferenza ma non si è arreso; questa non è solo la sua vittoria, è una storia che deve essere raccontata ad ogni nuova generazione. Il dolore e la guerra dei nostri giorni e nelle nostre menti rende tutto questo ancora più evidente.
Credo fortemente che questo film possa portare qualche goccia di speranza a coloro che lo guarderanno.
Regista/Produttrice di Fire Under the Snow
Cari amici,
vi è un legame speciale fra Palden Gyatso e l’Italia (legame che ho anch’io!).
Palden ha trascorso 33 anni nelle carceri cinesi. Per la sua liberazione, Amnesty International lanciò una campagna internazionale e la Sezione italiana lo adottò come prigioniero di coscienza. Paolo Pobbiati, già presidente della Sezione italiana di Amnesty International ha scritto una significativa introduzione in occasione dell’uscita nei cinema giapponesi di Fire Under the Snow. Nel 2006 sono stata a Torino per filmare Palden nel corso dello sciopero della fame effettuato durante le Olimpiadi invernali. Usando questo evento così simbolico e fortemente mediatico, cercava di attirare l’attenzione pubblica sull’assegnazione dei Giochi Olimpici del 2008 a Pechino. Il Vicepresidente del Comitato Olimpico Internazionale Mario Pescante si è recato nel luogo dove si svolgeva lo sciopero della fame per richiederne l’interruzione, ma ha rivelato la sua impotenza dalla posizione che lui ricopriva. Abbiamo ripreso la dedizione di Palden per la sua causa, l’attenzione rivolta ai giovani tibetani in sciopero della fame accanto a lui, e il suo commosso ricordo dei compagni scomparsi. Mentre giravo il documentario, ho incontrato dei fantastici attivisti italiani che mi hanno fatta sentire a casa, in un momento in cui mi sentivo sola e agitata. Mi hanno anche portato nella migliore pizzeria di Torino (mentre Palden faceva lo sciopero della fame!) e abbiamo pianto sul tavolo pieno di pizze, al pensiero degli scioperanti. Ho anche incontrato meravigliosi tibetani impegnati lì come volontari, e nel “Making of di Fire Under the Snow" che è incluso nella speciale edizione del DVD potrete vedere come i volontari avessero bisogno di “nutrirsi di cibo”, durante lo sciopero della fame.
Dopo l’uscita del film, nel 2008, siamo stati invitati a presentarlo al festival Cinemambiente, e Palden ed io ci siamo ritrovati di nuovo a Torino. Devo assolutamente dire che è stato il più bel festival di cinema a cui abbiamo mai partecipato. Invitare Palden è assai complicato, perché ha bisogno di visti speciali per qualsiasi posto dove si rechi (non ha un passaporto, ma un attestato di rifugiato). Nonostante ciò lo staff di Cinemambiente si è preso davvero a cuore la questione, e ha tempestato di fax e telefonate il Consolato italiano a New York, per convincerli ad accelerare la procedura del visto. Abitualmente i festival non si prendono così tanta cura degli ospiti, ma a Cinemambiente siamo stati trattati come parte della famiglia! Alla festa di chiusura ho persino pianto..
Ecco perché, davvero, devo qualcosa all’Italia. E come espressione di gratitudine per i miei amici di Torino e della Sezione italiana di Amnesty, ho previsto un prezzo “molto” speciale ($18, abitualmente sarebbe $24) più i costi di spedizione ($6, contro gli abituali $8.98) solo per gli acquirenti Italiani, spedendo io le copie direttamente dall’ufficio postale. La transazione attraverso paypal garantisce sicurezza, potete usare una carta di credito italiana e la transazione potrà essere fatta in italiano.
Come potrete immaginare, non è stato facile fare questo film e distribuirlo in giro per il mondo. Ho accumulato dei debiti che devo ancora saldare, ma sono così felice che ora sia disponibile in versione PAL in varie lingue europee.
Vi sarei molto grata se poteste far girare la voce. Informate dell’uscita del DVD i vostri amici in Francia, Germania, Gran Bretagna, oltre che in Italia, raccomandando di non perderselo! Spero, entro novembre, di essere diventata la cliente più noiosa di tutto l’ufficio postale, con le lunghe file in attesa che causerò tutti i giorni con le mie spedizioni!
Per concludere, ritengo che la storia della vita di Palden vada al di là di movimenti politici o del concetto di religione, ma parli dell’intera condizione umana. Lui si è piegato alla sofferenza ma non si è arreso; questa non è solo la sua vittoria, è una storia che deve essere raccontata ad ogni nuova generazione. Il dolore e la guerra dei nostri giorni e nelle nostre menti rende tutto questo ancora più evidente.
Credo fortemente che questo film possa portare qualche goccia di speranza a coloro che lo guarderanno.
Grazie,
Makoto Sasa
martedì 28 settembre 2010
SFT Projects Your Messages to Wen Jiabao in NYC
On Wednesday evening (Sept 23), SFT activists projected live twitter messages on and around Chinese Premier Wen Jiabao’s hotel in NYC. Messages from dozens of countries, including Tibet and China were sent via twitter to @wjbny and emailed to protestwen@gmail.com. Read more about SFT’s Direct Line
http://www.flickr.com/photos/sfthq/sets/72157624897560501/show/
http://www.flickr.com/photos/sfthq/sets/72157624897560501/show/
venerdì 30 luglio 2010
Nepal: stop al rimpatrio di rifugiati tibetani

For the first time since 2003, the Nepalese government has forcibly repatriated three Tibetan refugees to Tibet, violating international law and jeopardizing the safety of Tibetan escapees. The three Tibetans, all in their early twenties, were forcibly handed over to Chinese border police in early June. Two of them – a woman named Pempa from Shigatse and a monk from Korchak monastery located close to the Nepal border – have since been jailed in Tibet.
TAKE ACTION: Send a letter to Ms. Sujata Koirala, Nepal's Deputy Prime Minister and Minister for Foreign Affairs, calling on Nepal to uphold international law.
Nepal's actions could set a devastating precedent for the more than one thousand Tibetans who attempt to flee Tibet each year by crossing the border into Nepal. The Nepalese government does not grant refugee status to Tibetans, but under the informal 'Gentleman's Agreement', established between Nepal and the United Nations High Commission for Refugees (UNHCR) in 1989, thousands of Tibetan refugees have been provided safe transit through Nepal to India.
In recent years, the Chinese government has exerted heavy pressure on Nepal to stop Tibetans from fleeing across the border and recently announced it will grant the Nepalese government 1.5 million dollars (U.S) a year to 'curb anti-China activities'. Although the situation for Tibetans living in Nepal was already tenuous, the recent repatriations are a drastic escalation in Nepal's maltreatment of Tibetan refugees.
Call the Nepalese consulate or embassy nearest you to express your concern about the repatriation of Tibetans. Find contact information.
International pressure can help deter the Nepalese government from further violating the rights of Tibetan refugees. The UNHCR has expressed grave concern over the incident, and foreign embassies in Kathmandu, Nepal's capital, generally support the "Gentleman's Agreement".
Alert your government representatives in Kathmandu to Nepal's actions. Write to your country's Ambassador to Nepal and urge him/her to raise this incident with the Nepalese authorities. Find contact information.
If you live in a city with a Nepalese consulate or embassy, please consider organizing an emergency protest to help draw international attention to this incident. For materials and support, please contact Tendolkar at tendolkar@studentsforafreetibet.org.
Thank you for taking urgent action to help Tibetan refugees.
With hope,
Tendor, Kate, Tendolkar, Schuyler, Stefanie and Mary-Kate
Learn more:
International Campaign for Tibet's report: http://www.savetibet.org/media-center/ict-news-reports/nepal-police-forcibly-return-three-tibetan-refugees-across-border
UN 'concerned' over Nepal's repatriation of Tibetans (AFP): http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5g0SI3kQ1nBgpmUKQsaEpZs3a7avw China tells Nepal to further intensify curbs on Tibetan activities (Phayul.com): http://is.gd/dSRte
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martedì 6 luglio 2010
AUGURI PER IL 75o COMPLEANNO
martedì 4 maggio 2010
Perché il Tibet viva
I cinesi hanno tolto ai tibetani la loro terra e la loro libertà. Adesso Pannella vuole togliere loro anche la speranza?
di Carlo Buldrini
Venerdì 30 aprile è andata in onda, su “Radio Radicale” un’edizione straordinaria della conversazione che settimanalmente Marco Pannella conduce solitamente con il direttore Massimo Bordin. Venerdì, la conversazione, moderata da Paolo Martini, consisteva in un interessantissimo confronto con Piero Verni, esperto conoscitore di Tibet, le cui posizioni sono divergenti da quelle di Pannella e dei radicali; anche se, naturalmente, Verni è un sostenitore della causa tibetana. Per dirla in termini molto grossolani, obiettivo comune, ma da conseguire percorrendo strade diverse.
Carlo Buldrini, giornalista anche lui conoscitore ed esperto di quella parte di mondo che comprende Cina, Tibet, India, attraverso il nostro amico e compagno Francesco Pullia, ci ha fatto pervenire un intervento critico nei confronti di Pannella, ma certamente utile e prezioso per la riflessione di tutti. All’intervento di Buldrini segue una risposta dello stesso Pullia. Domani “Notizie Radicali” pubblicherà un intervento di Verni. Nel frattempo se altri vorranno intervenire e arricchire dibattito e confronto, benvenuti. (Va.Ve.)
Quello avvenuto a “Radio Radicale” tra Marco Pannella e Piero Verni - sul tema del Tibet - è stato un utile dibattito. Se fosse stato un incontro di boxe, Pannella l’avrebbe vinto ai punti. Ma non ci sono stati pugni. E’ stato un incontro rigorosamente nonviolento. Piero Verni è stato molto gentile. A volte troppo. Di fronte al florilegio di distorsioni e mistificazioni di Marco Pannella, Verni, solo raramente, ha reagito. Pannella ha potuto così far prevalere dialetticamente la sua nota posizione politica riguardante il Tibet. Una linea politica, nei fatti, filo-cinese e contraria alla volontà e agli interessi del popolo tibetano. Vediamo perché.
Il ritornello è sempre lo stesso: il “Manifesto di Ventotene” del 1941 di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Quest’ultimo paragonato da Pannella a “Ciro il Grande” (sic!). I tibetani, dopo 60 anni di resistenza contro l’occupazione cinese, dopo 1.200.000 morti, dopo aver visto la loro intera civilizzazione venire rasa al suolo, dopo il carcere, le torture e le condanne a morte dei dissidenti, dovrebbero adesso imparare a memoria il “Manifesto di Ventotene” (così come dovettero fare, durante la Rivoluzione Culturale, con il “Libretto Rosso” di Mao) e rinunciare al loro sacrosanto diritto all’indipendenza. Come Rossi e Spinelli che volevano “la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali”, oggi, secondo Pannella, i tibetani dovrebbero andare nella stessa direzione auspicando quello che già esiste: una Grande Cina indivisa, che schiaccia e opprime i paesi conquistati con la forza delle armi e che rivendicano la loro perduta indipendenza. Mentre Rossi e Spinelli sognavano un’Europa che non c’era, Pannella chiede per la Repubblica popolare cinese lo status quo. Rossi e Spinelli volevano creare un “potere democratico europeo” contro i regimi totalitari di allora. Pannella chiede ai tibetani di rinunciare alla loro lotta per l’indipendenza per poter rimanere sotto il giogo del regime totalitario comunista esistente. Pannella non ha dubbi. Teorizza la superiorità dell’autonomia “contro il disastro dell’indipendenza”. Dice: “La richiesta di indipendenza nazionale non regge più neppure nei paesi del Terzo mondo”. Le sue argomentazioni sono risibili. “I cinesi – dice – temono molto di più la richiesta di autonomia, perché la potrebbero chiedere anche gli altri”. E l’indipendenza, allora? Non la potrebbero “chiedere anche gli altri”? Per sostenere la superiorità dell’autonomia, Pannella afferma che “i movimenti indipendentisti sono necessariamente anche violenti”. Evita così di cogliere la straordinarietà della lotta dei tibetani. Dal luglio del 1972, e cioè dal famoso messaggio registrato con cui il Dalai Lama metteva fine alla lotta armata riorganizzatasi nel Mustang, i tibetani lottano con la nonviolenza. Ed è grazie a questi 37 lunghi anni di lotta nonviolenta che i tibetani hanno conquistato la simpatia e l’appoggio morale della società civile di tanti paesi del mondo.
Sulla situazione odierna all’interno del Tibet, Pannella sembra essere più aggiornato di Verni (fermo a un viaggio del 1987). Verni parla di un turnover dei cinesi in Tibet, dopo soli 7 anni. Ha ragione Pannella: non è più così. “Hic manebimus optime”, sembra essere lo slogan anche dei cinesi hanno trapiantati a Lhasa. Per scrivere l’ultimo capitolo del mio libro (“Lontano dal Tibet”, 2° ediz. 2008, Lindau) ho visitato la capitale del Tibet tre volte. I viaggi sono tutti avvenuti negli anni Duemila. Sono riuscito anche a mettere le mani sulla documentazione relativa al nuovo piano regolatore di Lhasa. La pianificazione urbanistica della città prevede la completa distruzione dell’identità culturale tibetana. I quartieri tibetani costituiranno il due per cento dell’intera area edificata. Già oggi la “città vecchia” è stata ridotta a meno di un chilometro quadrato di superficie. E’ circondata, a ovest, dagli headquarters della People’s Armed Police. A sud, dall’enorme area destinata alla base militare della People’s Liberation Army (una superficie quasi doppia di quella dell’intera “città vecchia”). A est, dagli uffici del Public Security Bureau, della Tibetan Autonomous Region e del governo della prefettura di Lhasa. Infine, a nord, da casematte militari e dall’infame carcere di Drapchi. Così schiacciati, i tibetani di Lhasa rischiano la definitiva scomparsa. Tutta la pianificazione urbanistica voluta da Pechino mira a favorire la colonizzazione permanente del Tibet da parte dei cinesi di etnia han. Per i 200.000 uomini (ma forse sono molti di più) dell’Esercito di liberazione popolare sono state fatte arrivare centinaia e centinaia di prostitute (in realtà giovani ragazze poverissime) dalla vicina provincia del Sichuan. La ferrovia Golmud-Lhasa ha fatto sentire i coloni cinesi della capitale del Tibet meno isolati. Negozi, ristoranti, bar, karaoke, discoteche sono sorti dappertutto. I cinesi sono in Tibet per rimanervi. E cosa propone Pannella di fronte a questa drammatica situazione? Lo “ius soli” da contrapporre allo “ius sanguinis” e cioè la difesa dei “diritti” dei coloni cinesi contro la disperata protesta dei tibetani. Nei 30 anni in cui ho vissuto in India ho partecipato a un centinaio di manifestazioni assieme ai tibetani. Lo slogan più gridato da questi ultimi è sempre stato: “Choro choro, Tibbat choro. Bhago bhago, Chiniya bhago”. (Fuori, fuori – fuori dal Tibet. A casa, a casa - cinesi andatevene a casa). Non proprio un grido in favore dello “ius soli”. Chiedendo ai tibetani di rinunciare alla richiesta di indipendenza, Pannella sembra voler completare l’opera portata avanti dal governo di Pechino. I cinesi hanno tolto ai tibetani la loro terra e la loro libertà. Adesso Pannella vuole togliere loro anche la speranza.
Pannella afferma che “gli stati nazionali non possono più fornire in termini di libertà e di benessere quello che hanno potuto offrire in altri contesti”. In soldoni ci dice che, nel mondo di oggi, da soli, non si va da nessuna parte. Ma nessun tibetano pensa oggi di fare ritorno allo “splendido” isolamento del passato. Ho discusso spesso questa cosa con i giovani tibetani dell’esilio in India. “Se un paese ci deve proprio annettere, che sia l’India a farlo” mi dicevano, usando il paradosso. Riprendendo una cosa detta spesso dal Dalai Lama, anche loro sostengono che il rapporto tra India e Tibet è quello tra “guru” e “chela” (discepolo). L’India, ricordano, ha dato al Tibet il buddhismo. L’India, dicono, ha offerto a loro e al Dalai Lama rifugio politico. L’India, aggiungono, è un paese democratico così come lo è il Tibet prefigurato nella bozza della loro costituzione. Un Tibet indipendente, pensano, entrerebbe inevitabilmente a far parte dei paesi della Saarc (l’Associazione dei Paesi dell’Asia meridionale) e la sua economia potrebbe così decollare. I giovani tibetani dell’esilio mostrano di avere le idee molto chiare. Insensato sarebbe chiedere loro di abbandonare i paesi democratici che li hanno accolti, per fare adesso ritorno in un paese retto da un regime totalitario.
Nel dibattito con Verni, Pannella riduce la figura di Gandhi a quella di un semplice “avvocato inglese”. E’ triste sentire il leader di un partito che ha l’effige di Gandhi nella propria bandiera, ridurre la figura del Mahatma a una semplice caricatura. Gandhi – dice Pannella – aveva la stessa ideologia del Viceré e quindi, quest’ultimo, non poteva che accettare il dialogo. L’intera lotta del popolo indiano per l’indipendenza è così ridotta da Pannella all’inevitabile accordo tra due “inglesi”: il Viceré e Gandhi stesso. Pannella ci fa sapere di “aver spiegato al Dalai Lama i limiti storici di Gandhi perché, morto lui, è finito tutto”. Qui si entra nel grottesco. Quali limiti storici? Gandhi ha vinto la sua battaglia. L’obiettivo del “purna swaraj” (la “completa indipendenza”) lo ha raggiunto in pieno. E’ stato poi lo stesso Gandhi ad affidare a Jawaharlal Nehru le sorti dell’India indipendente. E Gandhi conosceva perfettamente le idee del pandit Nehru. Probabilmente perché Gandhi stesso si rendeva conto che alcune delle sue stesse idee per la società indiana erano del tutto impraticabili. Come, per esempio, quando sosteneva che per abolire gli “scavengers” (i pulitori di latrine) ogni indiano, di buon mattino, sarebbe dovuto andare con il proprio vaso da notte nei campi per disperdere personalmente le proprie feci. Caro Piero, se il Mahatma Gandhi potesse vedere l’India di oggi, penso ne sarebbe in larga misura soddisfatto. Vedrebbe un paese - a più di 60 anni dall’indipendenza - retto da una solida democrazia parlamentare (malgrado una guerra con la Cina e tre guerre con il Pakistan), un paese con una libera informazione, una magistratura indipendente, dei liberi sindacati. Ai “problemi del traffico”, credimi, si troverà un rimedio.
Durante il colloquio con Pannella, Piero Verni dice di essere forse il giornalista che ha intervistato per più ore il Dalai Lama. Personalmente, per 30 anni, ho “intervistato” invece i profughi tibetani in esilio in India. Senza il loro aiuto non avrei potuto scrivere nemmeno una pagina del mio libro. Ho conosciuto tre generazioni di questi profughi. Non solo quelli di McLeod Ganj (Dharamsala) e Majnu ka Tilla (Delhi), ma anche quelli di Bylakuppe e Hansur nel sud dell’India dove ho soggiornato a lungo. Pannella afferma che “l’emigrazione (tibetana) nel sud dell’India ha offerto migliori condizioni finanziarie e imprenditoriali” e quindi questi profughi “tendono a essere soddisfatti della loro condizione” rinunciando così a interessarsi dei problemi che affliggono il loro paese d’origine. E’ falso. A Bylakuppe, soprattutto tra i monaci dei grandi monasteri “ricostruiti” da quelle parti, ho riscontrato le posizioni più radicali. Una conferma ce la dà Jamyang Norbu. Ospite di Shingza Rinpoche a Bylakuppe, l’estate scorsa Norbu ha presentato ai tibetani residenti in quelle zone la pubblicazione “Independent Tibet – The Facts”. Scrive Norbu a proposito di questi incontri: “I don’t think I can adequately describe the incredibile enthusiasm of the monks, lay people, college students, schoolchildren and new arrivals who attended these talks. The near unanimous fervour and eagerness of everyone to discuss the issue of Tibetan independence, cought me completely by surprise”. E’ proprio nel sud dell’India che i profughi tibetani, forse a causa della lontananza fisica dai condizionamenti di Dharamsala, chiedono con maggior forza l’indipendenza. (Va ricordato a questo proposito che è proprio qui, nel Sud India, che tra la comunità tibetana serpeggiano anche le posizioni pro-Shugden in contrasto con le direttive del Dalai Lama). Pannella, tutto preso dal suo fitto colloquiare con “Rinpòce” (qualcuno gli dica che si pronuncia “Rinpocé”) e cioè con il “kalon tripa” Samdhong Rinpoche, il primo ministro del governo tibetano in esilio, mostra di ignorare completamente quello che chiedono e vogliono i tibetani in esilio (per non parlare poi dei sei milioni di tibetani che vivono all’interno del Tibet).
A conclusione della “Conversazione straordinaria con Marco Pannella”, Piero Verni delinea una strategia politica. Prima si mettano dei “sassolini” nell’ingranaggio della Repubblica popolare cinese e solo successivamente – a cambiamento avvenuto in Cina – si affronterà il problema dell’autonomia o dell’indipendenza tibetana. Sbagliato. E’ proprio la lotta per l’indipendenza (come ha mostrato l’eroico 2008) a costituire il sasso che i tibetani possono mettere negli ingranaggi di Pechino, sperando che anche altri facciano altrettanto. Ho detto che quello tra Pannella e Verni è stato un utile dibattito. Utile perché ha fatto capire che i sostenitori della causa tibetana debbano a questo punto inevitabilmente dividersi. Dividersi (anche in vista del “Kalon Tripa 2011”) tra chi si batte per l’indipendenza del Tibet e chi sostiene invece le ragioni dell’autonomia. Le due posizioni sono ormai inconciliabili. Si dovrà poi cercare l’unità tra tutti coloro che ritengono la strada dell’indipendenza essere l’unica percorribile. E anche la comunità tibetana residente in Italia dovrà ormai uscire dall’ambiguità. Dovrà spiegarci cosa intende dire quando, nelle strade e nelle piazze italiane, grida: “Tibet – Libero!”. “Libero” vuole dire Tibet “autonomo” o Tibet “indipendente”?
Perché il Tibet viva
di Francesco Pullia
Desidero vivamente ringraziare Carlo Buldrini, scrittore e saggista di grande levatura nonché uno tra i più seri e preparati conoscitori del subcontinente indiano e dell'area himalayana (consiglio caldamente la lettura dei suoi libri “Nel segno di Kali. Cronache indiane”, Lindau, 2008; “Lontano dal Tibet. Storia di una nazione in esilio”, Lindau, 2006; “In India e dintorni”, Piemme, 1999), per l'appassionato e provocatorio apporto che, anche se talvolta con toni a mio avviso troppo aspri ed eccessivi, ha fornito al dibattito in corso sul futuro (ma soprattutto sul presente) del Tibet e dei tibetani.
Buldrini coglie al volo l'occasione dell'interessante dibattito tra Marco Pannella e Piero Verni, trasmesso da “Radio Radicale” venerdì 30 aprile e da reperire e ascoltare con attenzione nel sitoweb dell'emittente, per riproporre la questione se la scelta autonomistica perorata dal Dalai Lama nonché la strada intrapresa dal governo tibetano in esilio di un colloquio con la satrapia di Pechino (fermo restando che per dialogare bisogna almeno essere in due e non da soli) siano davvero giuste, efficaci e perseguibili alla luce dei reiterati insuccessi finora ottenuti.
Si chiede, in particolare, se non sia controproducente e mortificante per i tibetani continuare ad attendere invano un fantomatico Godot mentre ogni giorno che passa la Cina comunista si fa sempre di più arrogante, prepotente, imperialista, colonizzatrice, foriera di genocidi (nell'altopiano himalayano come nel Turkestan orientale degli uiguri), negatrice dentro e fuori i propri confini di diritto e diritti, sostenitrice delle peggiori tirannie (si pensi, tanto per essere espliciti, ai rapporti con l'Iran di Ahmadinejad).
Senza mettere in discussione la nonviolenza, che è e deve restare l'unico strumento di lotta politica, ci si interroga se, in un contesto come quello cinese, la prospettiva sovranazionale, quale si evince dal “Manifesto di Ventotene”, possa attuarsi senza rivelarsi in realtà legittimazione dello status quo, quindi acquiescente ad un regime totalitario che tra i vari primati negativi detiene quello delle pene capitali.
La validità e grandezza della nonviolenza sta nella sua mutevolezza, nella sua flessibilità, nella sua capacità di dimostrarsi vincente e determinante in situazioni diverse.
Quando ci si riferisce alla questione tibetana, dovrebbe risultare a tutti evidente che ci si riferisce ad un quadro estremamente differente da quello in cui si trovò ad operare Gandhi in India.
I colonialisti inglesi, anch'essi non poco efferati (valga tra tutte la strage ordinata il 13 aprile 1919 dal generale Dyer ad Amritasr dove milleseicento proiettili, in dieci minuti, uccisero trecentosettantanove persone, tra cui un numero impressionante di donne e bambini, ferendone millecentotrentasette), non possono minimamente essere paragonati ai cinesi per il semplice motivo che questi ultimi non possiedono affatto la concezione giuridica degli inglesi.
Nonostante tutto, Gandhi lanciò, con fermezza, la sua sfida non perché l'India acquistasse una propria autonomia all'interno del dominio britannico ma perché fosse indipendente a tutti effetti.
Quit India, lasciate l'India, andatevene. A maggior ragione bisognerebbe che il mondo intero aiutasse i tibetani quando agli invasori cinesi, agli aguzzini, in divisa e non, che hanno stravolto il paese, oppongono il loro Quit Tibet.
Che valore attribuire, allora, alla prospettiva sovranazionale? Non certo quella di avallare la persistenza di una gigantesca nazione che fagocita etnie e stati nel nome della propria supremazia.
La prospettiva sovranazionale deve, invece, riferirsi ad un ambito ultranazionale, in cui cioè più stati, accomunati da un'identica base democratica, convergano in un organismo unitario che superi barriere e confini. In Cina, in questa Cina, ci sono i presupposti perché ciò accada? No, almeno finché non si sgretolerà il mausoleo di Mao. Utopia? No. Bisogna che si diffonda la consapevolezza che quanto avvenuto nell'ex Unione sovietica può e deve ripetersi in Cina.
Perché accada è, però, necessario che si aiutino concretamente le resistenze tibetane, uigure, dei dissidenti cinesi tramite un satyagraha mondiale supportato anche da dieci, cento, mille Radio Londra. La Cina è un colosso con i piedi d'argilla, minacciato, tra l'altro, al suo interno da gravissimi problemi ambientali. Se fosse davvero saldo non vivrebbe nel terrore della libertà di comunicazione e informazione.
Autonomia o indipendenza, allora, per il Tibet? Non condivido affatto Buldrini quando afferma in modo apodittico che “i sostenitori della causa tibetana debbano a questo punto inevitabilmente dividersi” per “poi cercare l'unità tra tutti coloro che ritengono la strada dell'indipendenza l'unica percorribile”. Ritengo che i soli a dovere decidere del proprio presente e del proprio futuro siano i tibetani dentro e fuori il Tibet e che proprio per questo necessitino, ora più che mai, di non essere abbandonati. E, allora, si accenda e propaghi un satyagraha mondiale perché il Tibet viva.
(Fonte: Notizie Radicali)
di Carlo Buldrini
Venerdì 30 aprile è andata in onda, su “Radio Radicale” un’edizione straordinaria della conversazione che settimanalmente Marco Pannella conduce solitamente con il direttore Massimo Bordin. Venerdì, la conversazione, moderata da Paolo Martini, consisteva in un interessantissimo confronto con Piero Verni, esperto conoscitore di Tibet, le cui posizioni sono divergenti da quelle di Pannella e dei radicali; anche se, naturalmente, Verni è un sostenitore della causa tibetana. Per dirla in termini molto grossolani, obiettivo comune, ma da conseguire percorrendo strade diverse.
Carlo Buldrini, giornalista anche lui conoscitore ed esperto di quella parte di mondo che comprende Cina, Tibet, India, attraverso il nostro amico e compagno Francesco Pullia, ci ha fatto pervenire un intervento critico nei confronti di Pannella, ma certamente utile e prezioso per la riflessione di tutti. All’intervento di Buldrini segue una risposta dello stesso Pullia. Domani “Notizie Radicali” pubblicherà un intervento di Verni. Nel frattempo se altri vorranno intervenire e arricchire dibattito e confronto, benvenuti. (Va.Ve.)
Quello avvenuto a “Radio Radicale” tra Marco Pannella e Piero Verni - sul tema del Tibet - è stato un utile dibattito. Se fosse stato un incontro di boxe, Pannella l’avrebbe vinto ai punti. Ma non ci sono stati pugni. E’ stato un incontro rigorosamente nonviolento. Piero Verni è stato molto gentile. A volte troppo. Di fronte al florilegio di distorsioni e mistificazioni di Marco Pannella, Verni, solo raramente, ha reagito. Pannella ha potuto così far prevalere dialetticamente la sua nota posizione politica riguardante il Tibet. Una linea politica, nei fatti, filo-cinese e contraria alla volontà e agli interessi del popolo tibetano. Vediamo perché.
Il ritornello è sempre lo stesso: il “Manifesto di Ventotene” del 1941 di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Quest’ultimo paragonato da Pannella a “Ciro il Grande” (sic!). I tibetani, dopo 60 anni di resistenza contro l’occupazione cinese, dopo 1.200.000 morti, dopo aver visto la loro intera civilizzazione venire rasa al suolo, dopo il carcere, le torture e le condanne a morte dei dissidenti, dovrebbero adesso imparare a memoria il “Manifesto di Ventotene” (così come dovettero fare, durante la Rivoluzione Culturale, con il “Libretto Rosso” di Mao) e rinunciare al loro sacrosanto diritto all’indipendenza. Come Rossi e Spinelli che volevano “la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali”, oggi, secondo Pannella, i tibetani dovrebbero andare nella stessa direzione auspicando quello che già esiste: una Grande Cina indivisa, che schiaccia e opprime i paesi conquistati con la forza delle armi e che rivendicano la loro perduta indipendenza. Mentre Rossi e Spinelli sognavano un’Europa che non c’era, Pannella chiede per la Repubblica popolare cinese lo status quo. Rossi e Spinelli volevano creare un “potere democratico europeo” contro i regimi totalitari di allora. Pannella chiede ai tibetani di rinunciare alla loro lotta per l’indipendenza per poter rimanere sotto il giogo del regime totalitario comunista esistente. Pannella non ha dubbi. Teorizza la superiorità dell’autonomia “contro il disastro dell’indipendenza”. Dice: “La richiesta di indipendenza nazionale non regge più neppure nei paesi del Terzo mondo”. Le sue argomentazioni sono risibili. “I cinesi – dice – temono molto di più la richiesta di autonomia, perché la potrebbero chiedere anche gli altri”. E l’indipendenza, allora? Non la potrebbero “chiedere anche gli altri”? Per sostenere la superiorità dell’autonomia, Pannella afferma che “i movimenti indipendentisti sono necessariamente anche violenti”. Evita così di cogliere la straordinarietà della lotta dei tibetani. Dal luglio del 1972, e cioè dal famoso messaggio registrato con cui il Dalai Lama metteva fine alla lotta armata riorganizzatasi nel Mustang, i tibetani lottano con la nonviolenza. Ed è grazie a questi 37 lunghi anni di lotta nonviolenta che i tibetani hanno conquistato la simpatia e l’appoggio morale della società civile di tanti paesi del mondo.
Sulla situazione odierna all’interno del Tibet, Pannella sembra essere più aggiornato di Verni (fermo a un viaggio del 1987). Verni parla di un turnover dei cinesi in Tibet, dopo soli 7 anni. Ha ragione Pannella: non è più così. “Hic manebimus optime”, sembra essere lo slogan anche dei cinesi hanno trapiantati a Lhasa. Per scrivere l’ultimo capitolo del mio libro (“Lontano dal Tibet”, 2° ediz. 2008, Lindau) ho visitato la capitale del Tibet tre volte. I viaggi sono tutti avvenuti negli anni Duemila. Sono riuscito anche a mettere le mani sulla documentazione relativa al nuovo piano regolatore di Lhasa. La pianificazione urbanistica della città prevede la completa distruzione dell’identità culturale tibetana. I quartieri tibetani costituiranno il due per cento dell’intera area edificata. Già oggi la “città vecchia” è stata ridotta a meno di un chilometro quadrato di superficie. E’ circondata, a ovest, dagli headquarters della People’s Armed Police. A sud, dall’enorme area destinata alla base militare della People’s Liberation Army (una superficie quasi doppia di quella dell’intera “città vecchia”). A est, dagli uffici del Public Security Bureau, della Tibetan Autonomous Region e del governo della prefettura di Lhasa. Infine, a nord, da casematte militari e dall’infame carcere di Drapchi. Così schiacciati, i tibetani di Lhasa rischiano la definitiva scomparsa. Tutta la pianificazione urbanistica voluta da Pechino mira a favorire la colonizzazione permanente del Tibet da parte dei cinesi di etnia han. Per i 200.000 uomini (ma forse sono molti di più) dell’Esercito di liberazione popolare sono state fatte arrivare centinaia e centinaia di prostitute (in realtà giovani ragazze poverissime) dalla vicina provincia del Sichuan. La ferrovia Golmud-Lhasa ha fatto sentire i coloni cinesi della capitale del Tibet meno isolati. Negozi, ristoranti, bar, karaoke, discoteche sono sorti dappertutto. I cinesi sono in Tibet per rimanervi. E cosa propone Pannella di fronte a questa drammatica situazione? Lo “ius soli” da contrapporre allo “ius sanguinis” e cioè la difesa dei “diritti” dei coloni cinesi contro la disperata protesta dei tibetani. Nei 30 anni in cui ho vissuto in India ho partecipato a un centinaio di manifestazioni assieme ai tibetani. Lo slogan più gridato da questi ultimi è sempre stato: “Choro choro, Tibbat choro. Bhago bhago, Chiniya bhago”. (Fuori, fuori – fuori dal Tibet. A casa, a casa - cinesi andatevene a casa). Non proprio un grido in favore dello “ius soli”. Chiedendo ai tibetani di rinunciare alla richiesta di indipendenza, Pannella sembra voler completare l’opera portata avanti dal governo di Pechino. I cinesi hanno tolto ai tibetani la loro terra e la loro libertà. Adesso Pannella vuole togliere loro anche la speranza.
Pannella afferma che “gli stati nazionali non possono più fornire in termini di libertà e di benessere quello che hanno potuto offrire in altri contesti”. In soldoni ci dice che, nel mondo di oggi, da soli, non si va da nessuna parte. Ma nessun tibetano pensa oggi di fare ritorno allo “splendido” isolamento del passato. Ho discusso spesso questa cosa con i giovani tibetani dell’esilio in India. “Se un paese ci deve proprio annettere, che sia l’India a farlo” mi dicevano, usando il paradosso. Riprendendo una cosa detta spesso dal Dalai Lama, anche loro sostengono che il rapporto tra India e Tibet è quello tra “guru” e “chela” (discepolo). L’India, ricordano, ha dato al Tibet il buddhismo. L’India, dicono, ha offerto a loro e al Dalai Lama rifugio politico. L’India, aggiungono, è un paese democratico così come lo è il Tibet prefigurato nella bozza della loro costituzione. Un Tibet indipendente, pensano, entrerebbe inevitabilmente a far parte dei paesi della Saarc (l’Associazione dei Paesi dell’Asia meridionale) e la sua economia potrebbe così decollare. I giovani tibetani dell’esilio mostrano di avere le idee molto chiare. Insensato sarebbe chiedere loro di abbandonare i paesi democratici che li hanno accolti, per fare adesso ritorno in un paese retto da un regime totalitario.
Nel dibattito con Verni, Pannella riduce la figura di Gandhi a quella di un semplice “avvocato inglese”. E’ triste sentire il leader di un partito che ha l’effige di Gandhi nella propria bandiera, ridurre la figura del Mahatma a una semplice caricatura. Gandhi – dice Pannella – aveva la stessa ideologia del Viceré e quindi, quest’ultimo, non poteva che accettare il dialogo. L’intera lotta del popolo indiano per l’indipendenza è così ridotta da Pannella all’inevitabile accordo tra due “inglesi”: il Viceré e Gandhi stesso. Pannella ci fa sapere di “aver spiegato al Dalai Lama i limiti storici di Gandhi perché, morto lui, è finito tutto”. Qui si entra nel grottesco. Quali limiti storici? Gandhi ha vinto la sua battaglia. L’obiettivo del “purna swaraj” (la “completa indipendenza”) lo ha raggiunto in pieno. E’ stato poi lo stesso Gandhi ad affidare a Jawaharlal Nehru le sorti dell’India indipendente. E Gandhi conosceva perfettamente le idee del pandit Nehru. Probabilmente perché Gandhi stesso si rendeva conto che alcune delle sue stesse idee per la società indiana erano del tutto impraticabili. Come, per esempio, quando sosteneva che per abolire gli “scavengers” (i pulitori di latrine) ogni indiano, di buon mattino, sarebbe dovuto andare con il proprio vaso da notte nei campi per disperdere personalmente le proprie feci. Caro Piero, se il Mahatma Gandhi potesse vedere l’India di oggi, penso ne sarebbe in larga misura soddisfatto. Vedrebbe un paese - a più di 60 anni dall’indipendenza - retto da una solida democrazia parlamentare (malgrado una guerra con la Cina e tre guerre con il Pakistan), un paese con una libera informazione, una magistratura indipendente, dei liberi sindacati. Ai “problemi del traffico”, credimi, si troverà un rimedio.
Durante il colloquio con Pannella, Piero Verni dice di essere forse il giornalista che ha intervistato per più ore il Dalai Lama. Personalmente, per 30 anni, ho “intervistato” invece i profughi tibetani in esilio in India. Senza il loro aiuto non avrei potuto scrivere nemmeno una pagina del mio libro. Ho conosciuto tre generazioni di questi profughi. Non solo quelli di McLeod Ganj (Dharamsala) e Majnu ka Tilla (Delhi), ma anche quelli di Bylakuppe e Hansur nel sud dell’India dove ho soggiornato a lungo. Pannella afferma che “l’emigrazione (tibetana) nel sud dell’India ha offerto migliori condizioni finanziarie e imprenditoriali” e quindi questi profughi “tendono a essere soddisfatti della loro condizione” rinunciando così a interessarsi dei problemi che affliggono il loro paese d’origine. E’ falso. A Bylakuppe, soprattutto tra i monaci dei grandi monasteri “ricostruiti” da quelle parti, ho riscontrato le posizioni più radicali. Una conferma ce la dà Jamyang Norbu. Ospite di Shingza Rinpoche a Bylakuppe, l’estate scorsa Norbu ha presentato ai tibetani residenti in quelle zone la pubblicazione “Independent Tibet – The Facts”. Scrive Norbu a proposito di questi incontri: “I don’t think I can adequately describe the incredibile enthusiasm of the monks, lay people, college students, schoolchildren and new arrivals who attended these talks. The near unanimous fervour and eagerness of everyone to discuss the issue of Tibetan independence, cought me completely by surprise”. E’ proprio nel sud dell’India che i profughi tibetani, forse a causa della lontananza fisica dai condizionamenti di Dharamsala, chiedono con maggior forza l’indipendenza. (Va ricordato a questo proposito che è proprio qui, nel Sud India, che tra la comunità tibetana serpeggiano anche le posizioni pro-Shugden in contrasto con le direttive del Dalai Lama). Pannella, tutto preso dal suo fitto colloquiare con “Rinpòce” (qualcuno gli dica che si pronuncia “Rinpocé”) e cioè con il “kalon tripa” Samdhong Rinpoche, il primo ministro del governo tibetano in esilio, mostra di ignorare completamente quello che chiedono e vogliono i tibetani in esilio (per non parlare poi dei sei milioni di tibetani che vivono all’interno del Tibet).
A conclusione della “Conversazione straordinaria con Marco Pannella”, Piero Verni delinea una strategia politica. Prima si mettano dei “sassolini” nell’ingranaggio della Repubblica popolare cinese e solo successivamente – a cambiamento avvenuto in Cina – si affronterà il problema dell’autonomia o dell’indipendenza tibetana. Sbagliato. E’ proprio la lotta per l’indipendenza (come ha mostrato l’eroico 2008) a costituire il sasso che i tibetani possono mettere negli ingranaggi di Pechino, sperando che anche altri facciano altrettanto. Ho detto che quello tra Pannella e Verni è stato un utile dibattito. Utile perché ha fatto capire che i sostenitori della causa tibetana debbano a questo punto inevitabilmente dividersi. Dividersi (anche in vista del “Kalon Tripa 2011”) tra chi si batte per l’indipendenza del Tibet e chi sostiene invece le ragioni dell’autonomia. Le due posizioni sono ormai inconciliabili. Si dovrà poi cercare l’unità tra tutti coloro che ritengono la strada dell’indipendenza essere l’unica percorribile. E anche la comunità tibetana residente in Italia dovrà ormai uscire dall’ambiguità. Dovrà spiegarci cosa intende dire quando, nelle strade e nelle piazze italiane, grida: “Tibet – Libero!”. “Libero” vuole dire Tibet “autonomo” o Tibet “indipendente”?
Perché il Tibet viva
di Francesco Pullia
Desidero vivamente ringraziare Carlo Buldrini, scrittore e saggista di grande levatura nonché uno tra i più seri e preparati conoscitori del subcontinente indiano e dell'area himalayana (consiglio caldamente la lettura dei suoi libri “Nel segno di Kali. Cronache indiane”, Lindau, 2008; “Lontano dal Tibet. Storia di una nazione in esilio”, Lindau, 2006; “In India e dintorni”, Piemme, 1999), per l'appassionato e provocatorio apporto che, anche se talvolta con toni a mio avviso troppo aspri ed eccessivi, ha fornito al dibattito in corso sul futuro (ma soprattutto sul presente) del Tibet e dei tibetani.
Buldrini coglie al volo l'occasione dell'interessante dibattito tra Marco Pannella e Piero Verni, trasmesso da “Radio Radicale” venerdì 30 aprile e da reperire e ascoltare con attenzione nel sitoweb dell'emittente, per riproporre la questione se la scelta autonomistica perorata dal Dalai Lama nonché la strada intrapresa dal governo tibetano in esilio di un colloquio con la satrapia di Pechino (fermo restando che per dialogare bisogna almeno essere in due e non da soli) siano davvero giuste, efficaci e perseguibili alla luce dei reiterati insuccessi finora ottenuti.
Si chiede, in particolare, se non sia controproducente e mortificante per i tibetani continuare ad attendere invano un fantomatico Godot mentre ogni giorno che passa la Cina comunista si fa sempre di più arrogante, prepotente, imperialista, colonizzatrice, foriera di genocidi (nell'altopiano himalayano come nel Turkestan orientale degli uiguri), negatrice dentro e fuori i propri confini di diritto e diritti, sostenitrice delle peggiori tirannie (si pensi, tanto per essere espliciti, ai rapporti con l'Iran di Ahmadinejad).
Senza mettere in discussione la nonviolenza, che è e deve restare l'unico strumento di lotta politica, ci si interroga se, in un contesto come quello cinese, la prospettiva sovranazionale, quale si evince dal “Manifesto di Ventotene”, possa attuarsi senza rivelarsi in realtà legittimazione dello status quo, quindi acquiescente ad un regime totalitario che tra i vari primati negativi detiene quello delle pene capitali.
La validità e grandezza della nonviolenza sta nella sua mutevolezza, nella sua flessibilità, nella sua capacità di dimostrarsi vincente e determinante in situazioni diverse.
Quando ci si riferisce alla questione tibetana, dovrebbe risultare a tutti evidente che ci si riferisce ad un quadro estremamente differente da quello in cui si trovò ad operare Gandhi in India.
I colonialisti inglesi, anch'essi non poco efferati (valga tra tutte la strage ordinata il 13 aprile 1919 dal generale Dyer ad Amritasr dove milleseicento proiettili, in dieci minuti, uccisero trecentosettantanove persone, tra cui un numero impressionante di donne e bambini, ferendone millecentotrentasette), non possono minimamente essere paragonati ai cinesi per il semplice motivo che questi ultimi non possiedono affatto la concezione giuridica degli inglesi.
Nonostante tutto, Gandhi lanciò, con fermezza, la sua sfida non perché l'India acquistasse una propria autonomia all'interno del dominio britannico ma perché fosse indipendente a tutti effetti.
Quit India, lasciate l'India, andatevene. A maggior ragione bisognerebbe che il mondo intero aiutasse i tibetani quando agli invasori cinesi, agli aguzzini, in divisa e non, che hanno stravolto il paese, oppongono il loro Quit Tibet.
Che valore attribuire, allora, alla prospettiva sovranazionale? Non certo quella di avallare la persistenza di una gigantesca nazione che fagocita etnie e stati nel nome della propria supremazia.
La prospettiva sovranazionale deve, invece, riferirsi ad un ambito ultranazionale, in cui cioè più stati, accomunati da un'identica base democratica, convergano in un organismo unitario che superi barriere e confini. In Cina, in questa Cina, ci sono i presupposti perché ciò accada? No, almeno finché non si sgretolerà il mausoleo di Mao. Utopia? No. Bisogna che si diffonda la consapevolezza che quanto avvenuto nell'ex Unione sovietica può e deve ripetersi in Cina.
Perché accada è, però, necessario che si aiutino concretamente le resistenze tibetane, uigure, dei dissidenti cinesi tramite un satyagraha mondiale supportato anche da dieci, cento, mille Radio Londra. La Cina è un colosso con i piedi d'argilla, minacciato, tra l'altro, al suo interno da gravissimi problemi ambientali. Se fosse davvero saldo non vivrebbe nel terrore della libertà di comunicazione e informazione.
Autonomia o indipendenza, allora, per il Tibet? Non condivido affatto Buldrini quando afferma in modo apodittico che “i sostenitori della causa tibetana debbano a questo punto inevitabilmente dividersi” per “poi cercare l'unità tra tutti coloro che ritengono la strada dell'indipendenza l'unica percorribile”. Ritengo che i soli a dovere decidere del proprio presente e del proprio futuro siano i tibetani dentro e fuori il Tibet e che proprio per questo necessitino, ora più che mai, di non essere abbandonati. E, allora, si accenda e propaghi un satyagraha mondiale perché il Tibet viva.
(Fonte: Notizie Radicali)
sabato 24 aprile 2010
Dov'è finito il Panchen Lama?

Il 25 aprile in segno di solidarietà con il Panchen Lama ed il popolo tibetano chi vorrà potrà aderire allo sciopero della fame di 12 ore, dalle 08,00 alle 20,00. A Largo di Torre Argentina ci sarà uno stand per la raccolta di firme per la liberazione del Panchen Lama.
SABATO 24 APRILE CONVEGNO A ROMA: DOV'E' FINITO IL PANCHEN LAMA?
In occasione del 21° compleanno del Panchem Lama, sabato 24 aprile, con inizio alle ore 16,30, si terrà a Roma, presso la sede dei radicali, in Via di Torre Argentina, 76 (3° piano) un convegno dal titolo: "Dov'è finito il Panchem Lama?'.
Seguirà una cena tibetana e la proiezione del film: 'Sette anni in Tibet' di Jean-Jacques Annaud.
Ore 16,30 inizio Convegno: 'Dov'è finito il Panchen Lama?' Introduce e modera Sergio Rovasio, Radicale, Segretariato 5° Congresso mondiale sul Tibet;
Relatori;
- Bruno Mellano, Presidente di Radicali Italiani;
- Dechen Dolkar, Presidente donne tibetane in Italia;
- Ghesce Thupten Dargye Maestro residente del'Istituto Samantabhadra – Roma;
- Rappresentante Intergruppo Parlamentare sul Tibet;
- Maria Laura di Mattia, studiosa del Tibet, Associazione Amici del Tibet;
- Marisa Burns, Vice Presidente Rimè Onlus;
- Francesco Pullia, membro Direzione Radicali Italiani;
- Rossana Barbolla, Presidente Istituto Sammantabhadra – Roma;
- Giorgio Rasta, Presidente Unione Buddisti Italiani;
Prenotazioni per la cena tibetana: intergruppo.tibet@camera.it
CHI E’ IL PANCHEN LAMA:
Il prossimo 25 aprile il Panchen Lama, la seconda autorità spirituale del buddismo tibetano, il "vice" del Dalai Lama alla guida del suo popolo, compirà 21 anni.
Ma Gedhun Choeky Nyima - questo il nome del vero Panchen Lama - è invisibile dall'età di sei anni. Poco dopo la sua investitura, da parte del Dalai Lama, il 14 maggio 1995, il bambino fu sequestrato con tutta la sua famiglia dalla polizia cinese. Quello che divenne "il prigioniero politico più giovane del mondo" da allora è recluso in un luogo segreto. La sua colpa è imperdonabile: per il solo fatto di esistere, il Panchen incarna l'autonomia di un potere spirituale che lo ha scelto senza prendere ordini dal governo.
Pechino ha deciso di esibire in due eventi ufficiali il suo "gemello comunista": il Panchen del regime. Quasi coetaneo dell'altro (ha 19 anni), etnicamente tibetano anche lui ma figlio di due membri del partito comunista, questo si chiama Gyaltsen Norbu. Nel 1995, non appena catturato il vero Panchen, la controfigura venne investita solennemente dal governo. Secondo le autorità cinesi è lui l'undicesima reincarnazione del "grande studioso" della setta Gelugpa. Il Panchen filo-cinese non è mai stato accettato dai suoi connazionali, che gli negano ogni legittimità.
martedì 14 aprile 2009
Un monaco tibetano picchiato a morte

Nel Tibet occupato, la polizia cinese ha picchiato a morte un monaco e continua ad arrestare molti tibetani per stroncare ogni minima protesta. Fonti locali hanno raccontato al Tibetan Centre for Human Rights and Democracy che il 25 marzo Phuntsok Rabten, 27 anni (nella foto), del monastero nella contea di Drango, prefettura di Kardze, ha distribuito volantini invitando i contadini a non coltivare la terra per protesta contro la persecuzione cinese e a pregare per i tibetani uccisi nelle proteste del 2008. All’arrivo della polizia è fuggito, ma lo hanno preso e picchiato fino ad ucciderlo sul posto. Poi hanno gettato il corpo in un burrone, per nasconderlo. Ma i monaci hanno recuperato il corpo e lo hanno portato alla polizia per fare una denuncia, che la polizia non ha voluto ricevere. Le autorità parlano di suicidio o di caduta accidentale da un motociclo.Sempre il 25 marzo la polizia ha arrestato due monaci del monastero Minyak, nel Drango, che avevano invitato i contadini a non coltivare la terra in ottemperanza alla campagna di disobbedienza civile in atto nel Tibet orientale. Due giorni dopo la polizia ha arrestato circa venti contadini che protestavano e ne ha picchiati con violenza altri undici, ricoverati in ospedale in seguito alle ferite. Il 20 marzo, oltre cento persone tra funzionari di pubblica sicurezza e militari sono entrati nel villaggio di Kara e, setacciando casa per casa, hanno costretto i contadini a recarsi a lavorare nei campi. La protesta, ormai ampiamente diffusa, prosegue in altre zone della prefettura di Kardze. Sui muri delle case sono stati affissi numerosi manifesti nei quali si chiede ai contadini di astenersi dal lavorare la terra a causa della brutalità dell’occupazione. Le autorità cinesi minacciano “gravi provvedimenti”, inclusa la confisca dei terreni, nei confronti di quanti incroceranno le braccia in segno di protesta.Il 30 marzo, centro governativo China Tibetology Research ha pubblicato un ampio resoconto sui “grandi progressi economici ottenuti in Tibet in cinquant’anni di dominazione cinese”. Lo scritto rigetta le accuse internazionali di genocidio culturale contro la popolazione tibetana e afferma che i tibetani sono ancora “la schiacciante maggioranza nella regione” e che nella zona il tibetano è insegnato nelle scuole. Il rapporto non parla di arresti e detenzioni.Ma il governo tibetano in esilio accusa il rapporto di mistificazione. Osserva che le principali città sono dominate dai migranti di etnia Han e che la gran parte degli Han non compaiono nelle statistiche ufficiali perché non hanno permesso di residenza.
Dharamsala, 31 marzo 2009. (AsiaNews/RFA)
venerdì 27 marzo 2009
Vergogna
SUDAFRICA, IL NO AL DALAI LAMA
La dignità perduta
di Franco Venturini
La decisione del governo sudafricano di negare il visto d’ingresso al Dalai Lama non è purtroppo senza precedenti, ma è più inaccettabile di tutte le altre per almeno due motivi. Il primo riguarda la storia del Sudafrica. Una storia marchiata a fuoco dalla tragedia dell’apartheid, dalla discriminazione fatta sistema come in nessuna altra parte del mondo. Il Sudafrica moderno e multirazziale, quello di oggi, nasce dalla riconciliazione nazionale ma anche da un ripudio collettivo di quell’esperienza, si specchia in Nelson Mandela ex perseguitato e poi presidente, trova la sua identità nell’appartenenza a quella comunità di valori (l’Occidente) che sanzionò l’apartheid fino ad abbatterlo. Chi ha una storia del genere dovrebbe sentirsi obbligato a restarle fedele. Ed è per questo che la scelta del governo di Pretoria di non accogliere il leader spirituale di una minoranza oppressa assume i contorni di una vergognosa auto-sconfessione, di una fuga dalla propria insanguinata e sofferta identità.
Il secondo motivo che pesa sulla decisione sudafricana si chiama minacce cinesi, quelle alle quali Pretoria ha ceduto. Da qualche anno ormai la Cina conduce una strisciante ri-colonizzazione dell’Africa. Ovunque esistano fonti di energia — e in Africa ce ne sono in abbondanza — i cinesi investono, costruiscono, sottoscrivono contratti pluridecennali, offrono copertura politica ai governi. Le influenze americana o francese, per tanti anni rivali, oggi sono soltanto un ricordo. È evidente che questo stato di cose garantisce alla Cina una capacità d’interdizione particolarmente efficace in tutto il Continente Nero. Così come è assai probabile che i sudafricani, nella loro scelta, non abbiano dimenticato che la Cina è il principale partner commerciale di Pretoria. Ma questi dati di fatto, se rendono più comprensibili i motivi che hanno ispirato la decisione, non la giustificano. Al contrario. Proprio in quanto Stato africano che si richiama ai valori libertari dell’Occidente, il Sudafrica non dovrebbe ragionare esclusivamente con il pallottoliere dei commerci e dimenticare i valori assai diversi che la Cina porta nel continente: dal Congo dei massacri fino al caso tragico del Darfur, i cinesi si disinteressano totalmente del rispetto dei diritti umani e puntano al sodo. Cioè a sfruttare le fonti di energia e a sostenere i governi compiacenti.
Da ieri, il governo sudafricano si è iscritto a questa categoria forse conveniente ma di sicuro poco onorevole. E noi insistiamo a credere che ci abbia rimesso. In termini di immagine perché il Dalai Lama veniva a parlare dei mondiali di calcio che il Sudafrica ospiterà nel 2010 e dei rapporti tra sport e tolleranza (a proposito, la Fifa tacerà?). In termini di credibilità politica perché un Occidente che alterna «audaci» incontri con il Dalai Lama (Sarkozy) a distratte ipocrisie governative (anche in Italia), mai è giunto a negare il visto d’ingresso al premio Nobel tibetano. I commerci valgono di più, dirà qualcuno. E aggiungerà che parlare di rispetto dei diritti umani, nel mondo d’oggi, è soltanto una perdita di tempo. Noi crediamo invece che non farlo sia una perdita: di dignità.
(Fonte: Corriere della Stella)
La dignità perduta
di Franco Venturini
La decisione del governo sudafricano di negare il visto d’ingresso al Dalai Lama non è purtroppo senza precedenti, ma è più inaccettabile di tutte le altre per almeno due motivi. Il primo riguarda la storia del Sudafrica. Una storia marchiata a fuoco dalla tragedia dell’apartheid, dalla discriminazione fatta sistema come in nessuna altra parte del mondo. Il Sudafrica moderno e multirazziale, quello di oggi, nasce dalla riconciliazione nazionale ma anche da un ripudio collettivo di quell’esperienza, si specchia in Nelson Mandela ex perseguitato e poi presidente, trova la sua identità nell’appartenenza a quella comunità di valori (l’Occidente) che sanzionò l’apartheid fino ad abbatterlo. Chi ha una storia del genere dovrebbe sentirsi obbligato a restarle fedele. Ed è per questo che la scelta del governo di Pretoria di non accogliere il leader spirituale di una minoranza oppressa assume i contorni di una vergognosa auto-sconfessione, di una fuga dalla propria insanguinata e sofferta identità.
Il secondo motivo che pesa sulla decisione sudafricana si chiama minacce cinesi, quelle alle quali Pretoria ha ceduto. Da qualche anno ormai la Cina conduce una strisciante ri-colonizzazione dell’Africa. Ovunque esistano fonti di energia — e in Africa ce ne sono in abbondanza — i cinesi investono, costruiscono, sottoscrivono contratti pluridecennali, offrono copertura politica ai governi. Le influenze americana o francese, per tanti anni rivali, oggi sono soltanto un ricordo. È evidente che questo stato di cose garantisce alla Cina una capacità d’interdizione particolarmente efficace in tutto il Continente Nero. Così come è assai probabile che i sudafricani, nella loro scelta, non abbiano dimenticato che la Cina è il principale partner commerciale di Pretoria. Ma questi dati di fatto, se rendono più comprensibili i motivi che hanno ispirato la decisione, non la giustificano. Al contrario. Proprio in quanto Stato africano che si richiama ai valori libertari dell’Occidente, il Sudafrica non dovrebbe ragionare esclusivamente con il pallottoliere dei commerci e dimenticare i valori assai diversi che la Cina porta nel continente: dal Congo dei massacri fino al caso tragico del Darfur, i cinesi si disinteressano totalmente del rispetto dei diritti umani e puntano al sodo. Cioè a sfruttare le fonti di energia e a sostenere i governi compiacenti.
Da ieri, il governo sudafricano si è iscritto a questa categoria forse conveniente ma di sicuro poco onorevole. E noi insistiamo a credere che ci abbia rimesso. In termini di immagine perché il Dalai Lama veniva a parlare dei mondiali di calcio che il Sudafrica ospiterà nel 2010 e dei rapporti tra sport e tolleranza (a proposito, la Fifa tacerà?). In termini di credibilità politica perché un Occidente che alterna «audaci» incontri con il Dalai Lama (Sarkozy) a distratte ipocrisie governative (anche in Italia), mai è giunto a negare il visto d’ingresso al premio Nobel tibetano. I commerci valgono di più, dirà qualcuno. E aggiungerà che parlare di rispetto dei diritti umani, nel mondo d’oggi, è soltanto una perdita di tempo. Noi crediamo invece che non farlo sia una perdita: di dignità.
(Fonte: Corriere della Stella)
lunedì 23 marzo 2009
Tashi Sangpo

Tibet: suicidio di un giovane monaco
Dharamsala; 21 marzo 2009.
Tashi Sangpo, ventotto anni, residente nel monastero di Golok Ragya, nella contea di Machen, regione del Qinghai, si è tolto la vita gettandosi nel fiume Machu. Nei giorni precedenti il 10 marzo, nel monastero, da giorni sotto il costante controllo della polizia, erano stati trovati numerosi volantini di protesta e una grande bandiera tibetana era stata fatta sventolare sul tetto della principale sala di preghiera. Alcuni monaci erano stati arrestati e il monastero completamente isolato. Le forze di sicurezza hanno affermato di aver trovato sia i volantini sia la bandiera nella stanza di Tashi Sangpo. Il giovane monaco, piuttosto che subire l’arresto, si è allontanato furtivamente dal monastero e si è suicidato gettandosi nel fiume.Non appena si è diffusa la notizia della sua morte, gli abitanti di Ragya sono scesi nelle strade con bandiere e striscioni, al grido di “Indipendenza per il Tibet” e “Lunga vita al Dalai Lama”.Il 22 marzo, l’agenzia di stato cinese Xinhua ha pubblicato la notizia dell’arresto di novantadue monaci, tutti appartenenti al monastero di Ragya (La’gyab, il nome riportato da Xinhua). Sei di loro sono stati arrestati e 89 si sono arresi alle forze dell’ordine dopo aver assalito i poliziotti e i funzionari governativi. Secondo Xinhua, i disordini sono iniziati quando si è diffusa la notizia che un monaco, arrestato per aver inneggiato all’indipendenza del Tibet, è fuggito dalla prigione senza essere stato ritrovato. Ma, come riferisce la BBC riprendendo la notizia apparsa su un sito tibetano, (Phayul), il monaco “scomparso” è Tashi Sangpo, morto annegato nelle acque del fiume Machu.
(Phayul/BBC)
Negli ultimi giorni sono proseguiti, in tutto il Tibet, le manifestazioni di protesta ad opera sia di singoli individui sia di piccoli gruppi. Due rudimentali ordigni sono stati fatti esplodere rispettivamente contro un’auto delle forze di sicurezza e contro la stazione di polizia, a Golok e a Batang. Quattro tibetani sono stati arrestati a Kardze e sei a Nyarang per aver inneggiato all’indipendenza. Il 12 marzo, un contestatore è stato arrestato a Lithang. Infine, in data odierna, si ha notizia dell’arresto, a Kardze, di una monaca ventunenne, Lhobsang Khandro, portata via dopo essere stata picchiata per aver gridato slogan indipendentisti.
(Fonte: italiatibet.org)
martedì 10 marzo 2009
mercoledì 14 gennaio 2009
Aiutiamo l’Istituto buddhista Lama Tzong Khapa di Pomaia

Fondato nel 1977 da Lama Thubten Yesce e Lama Zopa Rinpoche, l’Istituto Lama Tzong Khapa è uno dei più importanti centri di buddhismo tibetano della tradizione Ghelug in occidente ed è componente della Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (FPMT) e dell’Unione Buddhista Italiana (UBI).
I corsi che qui vi si tengono si basano sugli insegnamenti di Buddha Sakyamuni e su quelli, successivi, di saggi e filosofi indiani quali Nagarjuna, Chandrakirti, Buddhapalita e tibetani come Lama Tzong Khapa, Jetsun Ciöghyi Ghieltsen e altri.
Lo scopo dell’intenso programma di attività non risiede affatto nell’indottrinamento ma nella promozione di una profonda trasformazione interiore, nello sviluppo di amore, compassione, saggezza.
Qui, tra l’altro, è stato più volte ospite il Dalai Lama che ha anche impartito alcune importanti iniziazioni e sempre qui hanno sede due case editrici che stanno svolgendo un notevole ruolo a favore di una corretta comprensione del buddhismo in Italia: la Chiara Luce edizioni (http://www.chiaraluce.it/, chiaraluce.due@tiscali.it; tel/fax 049 80 77 859 - 050 685 690 - 348 5666 501), che ha un catalogo di tutto rispetto (l’ultimo libro pubblicato è la traduzione delle Settanta stanze della vacuità di Nagarjuna), e la Je Tzong Jhapa Edizioni (www.jtkedizioni.org), sorta alla fine del 2002 per curare la digitalizzazione e la pubblicazione dei materiali didattici e delle registrazioni in forma di testi, audio e video, oltre alla traduzione di opere inerenti lo studio della filosofia buddhista (proprio in questi giorni, tradotto da Leonardo Cirulli, è uscito il testo Meditazioni sulla vacuità di Jeffrey Hopkins, docente di Studi Religiosi all'Università della Virginia, dove insegna buddhismo e lingua tibetana nonché dal 1979 al 1989 il principale interprete di S.S. il Dalai Lama).
Il 26 dicembre scorso, come sapete, un incendio ha, purtroppo, distrutto completamente il gompa principale (la grande sala di meditazione o tempio).
Il tetto è crollato, l'altare, le statue, i testi sacri, le tangkha, i vari arredi tradizionali sono stati implacabilmente divorati dal fuoco. E’ rimasto solo un cumulo di macerie.Gli ingenti danni hanno riguardato, per fortuna, soltanto il secondo piano mentre quelli inferiori sono stati risparmiati dalle fiamme scaturite, sembra, da un corto circuito.
Le attività sono adesso riprese ma resta il serio problema della ricostruzione. Non è cosa di poco conto se si considera che i buddhisti, a differenza di altre confessioni tra cui, in primis, quella cattolica, non usufruiscono di certo dei benefici dell’otto per mille. Di qui la richiesta che ci giunge da Pomaia (frazione del comune di Santa Luce, in provincia di Pisa) dove ha sede l’istituto, di contributi di qualsiasi entità. Chiunque lo voglia può utilizzare il seguente conto corrente bancario:
I corsi che qui vi si tengono si basano sugli insegnamenti di Buddha Sakyamuni e su quelli, successivi, di saggi e filosofi indiani quali Nagarjuna, Chandrakirti, Buddhapalita e tibetani come Lama Tzong Khapa, Jetsun Ciöghyi Ghieltsen e altri.
Lo scopo dell’intenso programma di attività non risiede affatto nell’indottrinamento ma nella promozione di una profonda trasformazione interiore, nello sviluppo di amore, compassione, saggezza.
Qui, tra l’altro, è stato più volte ospite il Dalai Lama che ha anche impartito alcune importanti iniziazioni e sempre qui hanno sede due case editrici che stanno svolgendo un notevole ruolo a favore di una corretta comprensione del buddhismo in Italia: la Chiara Luce edizioni (http://www.chiaraluce.it/, chiaraluce.due@tiscali.it; tel/fax 049 80 77 859 - 050 685 690 - 348 5666 501), che ha un catalogo di tutto rispetto (l’ultimo libro pubblicato è la traduzione delle Settanta stanze della vacuità di Nagarjuna), e la Je Tzong Jhapa Edizioni (www.jtkedizioni.org), sorta alla fine del 2002 per curare la digitalizzazione e la pubblicazione dei materiali didattici e delle registrazioni in forma di testi, audio e video, oltre alla traduzione di opere inerenti lo studio della filosofia buddhista (proprio in questi giorni, tradotto da Leonardo Cirulli, è uscito il testo Meditazioni sulla vacuità di Jeffrey Hopkins, docente di Studi Religiosi all'Università della Virginia, dove insegna buddhismo e lingua tibetana nonché dal 1979 al 1989 il principale interprete di S.S. il Dalai Lama).
Il 26 dicembre scorso, come sapete, un incendio ha, purtroppo, distrutto completamente il gompa principale (la grande sala di meditazione o tempio).
Il tetto è crollato, l'altare, le statue, i testi sacri, le tangkha, i vari arredi tradizionali sono stati implacabilmente divorati dal fuoco. E’ rimasto solo un cumulo di macerie.Gli ingenti danni hanno riguardato, per fortuna, soltanto il secondo piano mentre quelli inferiori sono stati risparmiati dalle fiamme scaturite, sembra, da un corto circuito.
Le attività sono adesso riprese ma resta il serio problema della ricostruzione. Non è cosa di poco conto se si considera che i buddhisti, a differenza di altre confessioni tra cui, in primis, quella cattolica, non usufruiscono di certo dei benefici dell’otto per mille. Di qui la richiesta che ci giunge da Pomaia (frazione del comune di Santa Luce, in provincia di Pisa) dove ha sede l’istituto, di contributi di qualsiasi entità. Chiunque lo voglia può utilizzare il seguente conto corrente bancario:
Istituto Lama Tzong Khapa
Cassa di risparmio di Lucca Pisa Livorno
Cassa di risparmio di Lucca Pisa Livorno
Filiale di Rosignano Marittimo
tel 0586/799230 - fax 0586/760995
c/c ILTK n.48
Coord.IBAN: IT21-A-06200-25100-000000000048
causale: “gompa”.
Ogni altra iniziativa di solidarietà e di concreto sostegno potrà essere concordata con la Direzione: info@iltk.it
(di Francesco Pullia - Notizie radicali)
giovedì 28 agosto 2008
Sciopero della fame pro Tibet
Sabato 30 agosto S.S il Dalai Lama parteciperà a 12 ore di sciopero della fame simbolico e preghiere che sarà osservato dai tibetani, dai loro sostenitori e da pacifisti in tutto il mondo per rafforzare il loro impegno alla non violenza. Sarà una delle più importanti campagne pacifiche lanciate dal Comitato di solidarietà tibetano per la pace nel mondo e per chiedere sostegno alla comunità internazionale contro le oppressioni nel mondo e soprattutto in Tibet. La campagna inizierà il giorno 30 Agosto in tutto il mondo e il comitato ha lanciato un appello al mondo e invitato tutti quelli che aspirano alla verità e non violenza di aderire allo sforzo di stimolare saggezza e compassione nella mente degli oppressori. In Italia, questa manifestazione si terrà dalle ore 8.00 alle 20.00 al Parco Sempione di Milano. L'obiettivo della campagna è anche quello di pregare per le anime dei tibetani uccisi e per quelli che stanno soffrendo sotto la brutale atrocità del regime cinese, per far prevalere presto la verità del popolo tibetano. Questo sciopero della fame sotto la guida di S.S Dalai Lama cade in un periodo molto critico per il Tibet visto che le Olimpiadi sono passate senza portare nessun progresso in materia di diritti umani in Cina. Invitiamo tutti a partecipare a questo campagna pacifica mondiale unendovi con noi allo sciopero della fame e alle preghiere a Milano. Chi vuole partecipare deve portare con se un cuscino o materassino da mettere sul prato.
Promotori in Italia: Ass. La Comunità tibetana in Italia onlus - Ass. Donne Tibetane in Italia Associazione Italia-Tibet Radicali Milano.
Per informazioni e contatti
Thupten: 328.74.38.279
Virginia: 349.60.00.518
Fausto: 335.58.34.653
Promotori in Italia: Ass. La Comunità tibetana in Italia onlus - Ass. Donne Tibetane in Italia Associazione Italia-Tibet Radicali Milano.
Per informazioni e contatti
Thupten: 328.74.38.279
Virginia: 349.60.00.518
Fausto: 335.58.34.653
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