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giovedì 28 aprile 2011
A confronto con il nostro precario equilibrio
sabato 1 gennaio 2011
BUON ANNO
La solitudine del laico
di Angiolo Bandinelli
La solitudine eccita le riflessioni, ma anche le emozioni. Non parlo della solitudine che è condizione strutturale, dicono, dell’uomo moderno, l’uomo-massa, quello della società industriale (che forse, però, non c’è già più, avendo lasciato il posto all’uomo del postmoderno, delle tribù metropolitane con i loro gerghi e riti internettici, nuovamente collettivi). Non penso nemmeno alla solitudine, per dire, del carcerato. Il carcerato ha, seppure coatta e miserabile, una vita sociale anche quando, chiuso nella sua cella, resta solo (tra l’altro, almeno in Italia, il carcerato non sconta più questa forma di pena cui pure tendeva la condanna, quando la giustizia rispettava i suoi codici etici e funzionali). Parlo di quella solitudine (esistenziale?) che pochi sperimentano, o subiscono, a seguito di loro dolorose, personali vicende. Parlo insomma della solitudine di chi è rimasto solo. Càpita, no? Per un colpo del destino. Un qualsiasi “Umberto D.” alla De Sica, anche senza cagnolino. Costui riflette ormai molto, non ha altro da fare. E, sempre senza che lo voglia, patisce emozioni intense e violente, tutte virate al negativo. Questa è, forse, la condizione estrema dell’uomo. Al di sotto anche della soglia minima della fede, di colui che ha una fede incarnata, etichettata e ritualizzata, che gli dà sollievo, o almeno così lui dice.
In tale estrema solitudine (eppure - straordinariamente - attorno a lui, al suo fianco, davanti o dietro di lui, una folla di suoi simili, di esseri ugualmente soli, gli attraversa la strada o lo accompagna) l’uomo è vulnerabile, miserabile bersaglio di estreme passioni e pensieri.
Così, in quella sua nudità, quest’uomo scopre le fonti stesse dell’esser laico. Non userei paroloni, non mi riferirei all’angoscia di un Kierkegaard o roba del genere. Bisogna essere umili e, in qualche modo, concreti. Semplicemente, bisogna sapere avvertire che al di sotto di questa condizione non c’è altro, né da sperare né da temere. Si è nudi e anche un po’ piatti, come una suola delle scarpe consunta. Che sia questa la scaturigine, o sennò l’esito ultimo della condizione umana? Capisco i mussulmani che seppelliscono i corpi avvolgendoli in un semplice lenzuolo bianco, qualcosa di simile alla sindone di Gesù, sacra in quanto avvolge comunque l’ultima e definitiva realtà dell’umano, quando ogni orpello - ogni finzione - non serve più. Se sia questa una condizione laica o religiosa non saprei dire: non ho paura del termine “religione”, per denotare la laicità rivelatamisi nella e dalla solitudine.
In questa condizione, comunque, ogni infingimento perde di senso, diventa vuoto, niente. Pèrdono senso, a questo punto estremo, le ritualità di cui si ammanta più o meno ogni religione, religiosità, chiesa. La nudità è laica, nel corpo come nella mente. Ci accomuna, ci rende partecipi di questo fenomeno oscuro il fatto che siamo uomini; lo siamo chissà perché e percome, anche se scienziati da una parte e chierici dall’altra si ostinano a fornirci ragioni, spiegazioni, etc. Macché, le neurobiologie, il comportamentismo, etc., valgono quanto una preghiera, cioè non spiegano nulla, il mistero uomo resta tale. Un mistero inspiegabile; perché è forse un semplice problema di linguaggio (per spiegare qualcosa espressa in un linguaggio, occorre un metalinguaggio, e il nuovo metalinguaggio richiede un metalinguaggio superiore, all’infinito, perché il primo come i successivi non spiegano nulla, non afferrano mai la spiegazione ultima, definitiva). Così il laico si contenta di quel che vede, non chiede il “perché”, non vuole rincorrere spiegazioni, l’una dentro l’altra all’infinito, come matrioske. Non gli servono.
Piuttosto, il laico è attento al diritto, alla legge, alla precisa definizione di norme di comportamento, istituzionali, ecc. E’ l’unica realtà, del tutto comportamentale, su cui gli umani devono poter contare, per superare la solitudine. Rigorosamente, pena il disastro. C’è chi lamenta la società “fluida” di oggi e auspica, per darle nuovo corpo e nuove certezze, un generale consolidamento e rassodamento costituito dal ritorno alla fede. Quale fede? Io sono convinto che è più utile e importante per l’uomo un Orario dei treni globale, con tutte le coincidenze a posto, da poter essere utilizzato dal cristiano come dal musulmano, dall’animista, dal confuciano o dal taoista. L’Orario dei treni è una Bibbia eminentemente laica, sicura e indiscutibile, almeno finché le autorità preposte non ritengano utile e necessario modificarlo, previo accordo condiviso. A me intanto basta che quell’Orario mi faccia sempre arrivare, in perfetto orario, da Milano a Parigi o a Mosca. E’ la chiarezza della laicità. Ma forse questi sono pensieri malinconiosi di una fine d’anno un po’ uggiosa, con poco sole e pochi consumi. Quindi, anche il laico solitario non può che augurare un buon Anno Nuovo, sia pure con tutte le riserve leopardiane sugli Almanacchi e la loro illusoria pretesa di darci nuove speranze e consolazioni. Da domani, giuro, tornerò a occuparmi di darwinismo, di evoluzionismo, di clericalismo ed altre consimili banalità.
(*) da “Il Foglio”
(Fonte: Notizie Radicali)
di Angiolo Bandinelli
La solitudine eccita le riflessioni, ma anche le emozioni. Non parlo della solitudine che è condizione strutturale, dicono, dell’uomo moderno, l’uomo-massa, quello della società industriale (che forse, però, non c’è già più, avendo lasciato il posto all’uomo del postmoderno, delle tribù metropolitane con i loro gerghi e riti internettici, nuovamente collettivi). Non penso nemmeno alla solitudine, per dire, del carcerato. Il carcerato ha, seppure coatta e miserabile, una vita sociale anche quando, chiuso nella sua cella, resta solo (tra l’altro, almeno in Italia, il carcerato non sconta più questa forma di pena cui pure tendeva la condanna, quando la giustizia rispettava i suoi codici etici e funzionali). Parlo di quella solitudine (esistenziale?) che pochi sperimentano, o subiscono, a seguito di loro dolorose, personali vicende. Parlo insomma della solitudine di chi è rimasto solo. Càpita, no? Per un colpo del destino. Un qualsiasi “Umberto D.” alla De Sica, anche senza cagnolino. Costui riflette ormai molto, non ha altro da fare. E, sempre senza che lo voglia, patisce emozioni intense e violente, tutte virate al negativo. Questa è, forse, la condizione estrema dell’uomo. Al di sotto anche della soglia minima della fede, di colui che ha una fede incarnata, etichettata e ritualizzata, che gli dà sollievo, o almeno così lui dice.
In tale estrema solitudine (eppure - straordinariamente - attorno a lui, al suo fianco, davanti o dietro di lui, una folla di suoi simili, di esseri ugualmente soli, gli attraversa la strada o lo accompagna) l’uomo è vulnerabile, miserabile bersaglio di estreme passioni e pensieri.
Così, in quella sua nudità, quest’uomo scopre le fonti stesse dell’esser laico. Non userei paroloni, non mi riferirei all’angoscia di un Kierkegaard o roba del genere. Bisogna essere umili e, in qualche modo, concreti. Semplicemente, bisogna sapere avvertire che al di sotto di questa condizione non c’è altro, né da sperare né da temere. Si è nudi e anche un po’ piatti, come una suola delle scarpe consunta. Che sia questa la scaturigine, o sennò l’esito ultimo della condizione umana? Capisco i mussulmani che seppelliscono i corpi avvolgendoli in un semplice lenzuolo bianco, qualcosa di simile alla sindone di Gesù, sacra in quanto avvolge comunque l’ultima e definitiva realtà dell’umano, quando ogni orpello - ogni finzione - non serve più. Se sia questa una condizione laica o religiosa non saprei dire: non ho paura del termine “religione”, per denotare la laicità rivelatamisi nella e dalla solitudine.
In questa condizione, comunque, ogni infingimento perde di senso, diventa vuoto, niente. Pèrdono senso, a questo punto estremo, le ritualità di cui si ammanta più o meno ogni religione, religiosità, chiesa. La nudità è laica, nel corpo come nella mente. Ci accomuna, ci rende partecipi di questo fenomeno oscuro il fatto che siamo uomini; lo siamo chissà perché e percome, anche se scienziati da una parte e chierici dall’altra si ostinano a fornirci ragioni, spiegazioni, etc. Macché, le neurobiologie, il comportamentismo, etc., valgono quanto una preghiera, cioè non spiegano nulla, il mistero uomo resta tale. Un mistero inspiegabile; perché è forse un semplice problema di linguaggio (per spiegare qualcosa espressa in un linguaggio, occorre un metalinguaggio, e il nuovo metalinguaggio richiede un metalinguaggio superiore, all’infinito, perché il primo come i successivi non spiegano nulla, non afferrano mai la spiegazione ultima, definitiva). Così il laico si contenta di quel che vede, non chiede il “perché”, non vuole rincorrere spiegazioni, l’una dentro l’altra all’infinito, come matrioske. Non gli servono.
Piuttosto, il laico è attento al diritto, alla legge, alla precisa definizione di norme di comportamento, istituzionali, ecc. E’ l’unica realtà, del tutto comportamentale, su cui gli umani devono poter contare, per superare la solitudine. Rigorosamente, pena il disastro. C’è chi lamenta la società “fluida” di oggi e auspica, per darle nuovo corpo e nuove certezze, un generale consolidamento e rassodamento costituito dal ritorno alla fede. Quale fede? Io sono convinto che è più utile e importante per l’uomo un Orario dei treni globale, con tutte le coincidenze a posto, da poter essere utilizzato dal cristiano come dal musulmano, dall’animista, dal confuciano o dal taoista. L’Orario dei treni è una Bibbia eminentemente laica, sicura e indiscutibile, almeno finché le autorità preposte non ritengano utile e necessario modificarlo, previo accordo condiviso. A me intanto basta che quell’Orario mi faccia sempre arrivare, in perfetto orario, da Milano a Parigi o a Mosca. E’ la chiarezza della laicità. Ma forse questi sono pensieri malinconiosi di una fine d’anno un po’ uggiosa, con poco sole e pochi consumi. Quindi, anche il laico solitario non può che augurare un buon Anno Nuovo, sia pure con tutte le riserve leopardiane sugli Almanacchi e la loro illusoria pretesa di darci nuove speranze e consolazioni. Da domani, giuro, tornerò a occuparmi di darwinismo, di evoluzionismo, di clericalismo ed altre consimili banalità.
(*) da “Il Foglio”
(Fonte: Notizie Radicali)
venerdì 27 agosto 2010
LA VIOLENZA

"La violenza verbale, malgrado i suoi rischi molto gravi, lascia all’essere umano l’ integrità fisica, l’ intelligenza, la dignità, la libertà, una scelta: silenzio, risposta. La violenza fisica ha invece qualcosa di irrimediabile, perché toglie il suo statuto di dignità e di libertà all’essere umano". (Emmanuel Levinas)
domenica 14 marzo 2010
Leggere e svelarsi
Gira in rete un testo su Mussolini tratto dal diario di Elsa Morante e datato 1 maggio 1945 che molti leggono come se parlasse di Silvio Berlusconi. E’ un testo di culto, eppure non è un inedito, sta in un libro edito nel 1988 in una collana prestigiosa di Mondadori, è presente in molte biblioteche, eppure nessuno se ne è accorto per vent'anni. Aveva ragione Roland Barthes: non ci sono attenti studiosi che trovano testi o invitano attraverso commenti, magari anche scritti non solo pochi decenni, ma secoli fa, a pensare il proprio tempo. Alla rovescia i testi leggono noi. Vale per l’uso che ciascuno fa dell’enorme mole di racconti e commenti che accompagnano l’interpretazione di qualsiasi testo. Non ci sono letture giuste o letture sbagliate. Ci sono commenti, riflessioni morali spiegate con racconti, che ciascuno di noi sceglie e ripete in un tempo diverso da quello in cui quei testi furono pensati e scritti perché quelle parole esprimono più significativamente di altre il proprio modo di vivere, capire e spiegare il proprio tempo. Un commento non ha il compito di svelarci il significato recondito di un testo, anche se spesso questo è ciò che dichiara di voler fare e questo è ciò che afferma chi lo presenta e lo cita. Ma dice molto circa il meccanismo mentale di chi lo cita e lo usa. Non vale solo per Elsa Morante, vale per qualunque testo dietro il quale ciascuno di noi si nasconde per far parlare attraverso quel testo o quel commento, la propria immagine del mondo, il proprio modo di stare al mondo e dire, più o meno furbamente e in maniera ammiccante, da che parte sarebbe bene stare.
di David Bidussa, storico sociale delle idee
di David Bidussa, storico sociale delle idee
lunedì 31 agosto 2009
UNICITA' E CONFRONTO
Ci può piacere o non piacere, ma l’uso della Shoah come metafora del Male è un dato di fatto. Dietro questa metafora c’è la consapevolezza della Shoah come Male assoluto, il massimo a cui si può giungere nel confronto. Un superlativo di per sè. Il messaggio che si dà, finisce per essere un messaggio semplificato: “questo è come la Shoah”. In realtà, spesso si voleva dire diversamente, significare ad esempio che l’indifferenza degli esseri umani di fronte ad altri esseri umani mandati alla morte è la stessa. Un confronto, credo, più che legittimo. Ritengo che, paradossalmente, sia proprio l’insistenza sull’unicità assoluta della Shoah a trasformarla in una metafora: se un evento è singolare e unico, e per questo inconfrontabile, è anche un simbolo, e tutti i simboli hanno un uso pubblico, che prevede il confronto indiscriminato. Anche per questo, diffido del dogma dell’unicità, e sono d’accordo con gli studiosi che portano avanti le comparazioni, che analizzano somiglianze e differenze. Parlo delle comparazioni fra i genocidi, non fra eventi di peso incommensurabilmente diverso, naturalmente. Il confronto, solo quello, può aiutare a rendere perspicuo il linguaggio, chiare le definizioni. Ma nel nostro mondo mediatico, l’uso della metafora equivale all’irrompere improvviso di un’immagine: il linguaggio diventa messaggio visivo, non esiste più in quanto espressione chiara e distinta del pensiero.
Anna Foa, storica
Anna Foa, storica
lunedì 15 giugno 2009
REPRESSIONE IN IRAN

A vent'anni esatti da Tien An Men, la repressione in Iran contro i giovani che protestano per i brogli elettorali del regime di Ahmadinejad ci riporta a quel clima di violenza e di assoluto disprezzo del diritto. Con la Cina di oggi, l'Occidente fa affari, chiudendo tutti e due gli occhi di fronte alle quotidiane condanne a morte, in media ventidue, che danno a quel Paese il primato mondiale delle esecuzioni capitali. Succederà lo stesso con Teheran, una volta placate, se lo saranno, le tensioni politiche più forti? Continueremo a stringere accordi e trattati sacrificando i diritti umani? Lo abbiamo fatto con l'Est Europa negli anni Settanta, sacrificando il dissenso al riavvicinamento fra i blocchi. Lo abbiamo fatto di nuovo in molti altri casi, ad esempio con la Russia di Putin, e ancora ieri, ospitando nel cuore della nostra capitale l'arrogante dittatore libico. Giungeremo mai a capire che gli accordi economici, i riavvicinamenti politici, i trattati si fanno chiedendo come garanzia diritti per chi non ne gode, uguaglianza per chi non la possiede, e non sacrificando il diritto ad un astratto realismo politico che non è altro, a vederlo bene da vicino, che viltà e opportunismo?
Anna Foa, storica
Anna Foa, storica
lunedì 8 giugno 2009
L'idea europeista
Bene ha fatto David Bidussa a ricordarci ieri, mentre si votava per un'Europa che dovrebbe in quanto tale essere un'unione di Stati liberi e volti a garantire le libertà di tutti, le inadiempenze di noi europei sui diritti umani, i nostri compromessi con i tiranni del mondo. Ora, le elezioni europee portano in Parlamento, per la prima volta in maniera significativa, esponenti dichiaratamente antieuropei, nazionalisti, razzisti. E così l'Europa, nata come un sogno di libertà e di universalismo, minaccia di diventare la patria di un tetro "nazionalismo europeo". Il sogno si trasforma in un vero incubo. Ma, proprio perché soffiano venti tanto estremi, è ancor più ora di rinunciare alle nostre chiusure, alle nostre viltà, e di assumere, in quanto europei, finché ancora siamo in grado di farlo, le battaglie per la libertà, per i diritti umani. Finché in Europa ancora governano forze, siano esse conservatrici o socialiste, ancora liberali, ancora aperte all'idea europeista, ancora attente alle libertà in pericolo, ai diritti umani conculcati, ovunque essi siano.
Anna Foa, storica
Anna Foa, storica
lunedì 11 maggio 2009
Egoismi e paure
Divampa la polemica sull'immigrazione. Il presidente del Consiglio grida che l'Italia non sarà multiculturale. Il segretario generale della CEI monsignor Mariano Crociata sottolinea che l'Italia è già multiculturale e che questo è un valore, non un disvalore. Il Rav Di Segni ci ricorda la vicenda della nave St.Louis, respinta nel 1940 dai porti americani, con il suo carico di oltre novecento ebrei in fuga dalla Germania, rinviati al loro destino di morte. Il comportamento delle autorità americane non era illegale, ma obbediva alle norme di immigrazione varate nel 1924, che chiusero di fatto la possibilità di immigrazione in America agli ebrei in fuga dalla Shoah. E Amos Luzzatto, in un intervento che ha suscitato le ire di alcuni, ha richiamato il clima pesante di razzismo che si respira, la sua legittimazione diffusa che non può non ricordarci il 1938 e la legittimazione dell'odio antiebraico. Da parte ebraica come da parte cattolica, è sempre più viva la preoccupazione che i valori della solidarietà tra gli esseri umani si perdano in nome degli egoismi e delle paure. Credo che sia una battaglia che deve essere fatta anche dal mondo laico, perché quanti parlano senza affidarsai ai valori religiosi guardino anche e soprattutto a quelli etici e non soltanto alla politica e ai suoi schieramenti, sempre più vili e degradati.
Anna Foa, storica
Anna Foa, storica
venerdì 17 aprile 2009
Imprese
Nelle imprese straordinarie bisogna lasciare al caso la soluzione di molte incognite. L'essere sempre alle prese di molteplici soluzioni crea un falso ottimismo che finisce nell'immobilismo.
Vittorio Dan Segre, pensionato
Vittorio Dan Segre, pensionato
giovedì 16 aprile 2009
Derive
C’è una teoria – chiamatela pure, altrimenti, una chiave di lettura - che si insinua obliquamente in ogni dibattito sui temi che alcuni definiscono etici e che invece, in una interpretazione laica, sono i temi dei diritti civili. Ed è la teoria - o chiave di lettura - della cosiddetta “deriva”. Quando in un dibattito su quei temi tu riesci a definire e stabilire un qualche punto fermo, il tuo interlocutore, se è seguace di quella teoria, ti tira per la manica. Sembra il monumento alla compunzione: “Sarà anche come tu, con onestà indubbia, sostieni, ma se si va avanti per quella strada c’è il forte rischio di scivolare nella deriva…”. Per dire: si sta discutendo di laicità? Il tema è difficile, occorre circoscrivere esattamente la definizione del termine, ecc. Ebbene, quello lì scavalca questa fase ricognitiva e subito, esibendo un occhio ansioso, ti obietta: “Alt! O la laicità è sana, oppure si finisce col cadere nella deriva laicista”. Si tratti invece dell’accanimento terapeutico o del testamento biologico, ecco che subito risuona la sinfonia: “Sono problemi enormi; dietro di essi, anche quando siano esposti utilizzando argomentazioni scientifiche, con tutta evidenza appare la deriva eutanasica”. Non sono mie maligne battute: il disegno di legge Calabrò sul testamento biologico - osserva Stefano Ceccanti - “è più rigido anche della morale cattolica”: con questa legge, infatti, grazie a una matrioska di combinati disposti, “non si potrebbe mai evitare la somministrazione di idratazione e nutrizione o interromperla ai pazienti incoscienti, anche qualora ciò sfociasse nell’accanimento terapeutico”: tanta “rigidità estrema è stata giustificata con i consueti argomenti del rischio di pendio scivoloso, di deriva eutanasia”. Ironizzando un po’: grande e inarrestabile è la deriva di panico di quelli che temono le derive…
Ricordate la deriva “autoritaria”? Sulla falsariga di tutte le derive via via lamentate, dovrebbe essere conseguenza di uno scivolone dalla o dell’autorità: l’autorità si deforma, si degrada, e a un certo punto ci si ritrova impantanati nella deriva autoritaria. Invece è esattamente il contrario: una deriva autoritaria, se e quando c’è, è conseguenza di una mancanza, di un vuoto, di autorità (che è un dato oggettivo) ma forse soprattutto di autorevolezza (che è un dato soggettivo). Delle derive “scientiste” abbiamo appena detto; ma c’è anche la deriva “giustizialista”. Anche qui: deviazione dalla giustizia, o della giustizia? Non è domanda oziosa o capziosa: come può, da un bene, discendere un male? Dovrà esserci, a un certo punto, una rottura, uno iato che , nel caso in questione, separi la giustizia dall’ingiustizia frutto della deriva. Quale sarà il punto in cui la giustizia non è più tale ed è diventata invece l’ingiustizia del giustizialismo? E chi lo stabilirà, il confine, il come, perché e quando si è incappati in una deriva? Ma, in generale, come può un bene degenerare? Se degenera, vuol dire che è già insidiato da un germe di male, cioè del suo contrario.
Questa cultura della deriva è un po’ subdola: il mondo è tutto uno scivolo saponoso, guai a non aggrapparsi a salde corde, cinture, salvagente; se ne sei privo scivoli e nulla ti trattiene più, fino all’abisso: la deriva è come il maelström di Gordon Pym, quando arrivi al bordo del vortice, quello ti risucchia e ti inghiotte senza possibilità di scampo. Cosa puoi rispondere, incastrato non da un argomentare ma da un sofisma fieristico, da un sospetto privo di consistenza e di pezze d’appoggio, da un vero e proprio atto di terrorismo ideologico, bandierina rossa che ti viene sventolata dinanzi per disorientarti, farti arretrare nello sgomento, se non nel più bieco senso di colpa? Sotto a queste convinzioni c’è una antropologia che più pessimista non si può. L’uomo è un povero fuscello, un travicello in balia delle onde: contro la deriva c’è solo da aggrapparsi al qualcuno che ti può salvare, e l’unico soggetto che può farlo – ammicca il tuo interlocutore - è la chiesa. Questo spiega bene la denuncia agostiniana: l’uomo è “massa damnationis” e il conseguente monito: “Extra ecclesiam nulla salus”. Il mondo è luogo di irremissibile perdizione. Penso al bellissimo racconto della Genesi. Eva, Adamo, innocenti nel paradiso terrestre, attraverso la mela conoscono il bene e il male. Ebbene, è così che essi diventano uomini. Prima erano esseri perfetti, ma non erano esseri umani. Secondo Roberta de Monticelli, i due caddero nel peccato (o fu un errore?) per una “libera decisione”, mica per una deriva dal bene al male. I due caddero, fallirono, non per cupidigia di dissoluzione: non scivolarono nella “deriva”. Loro, almeno, erano capaci di scegliere liberamente tra il bene e il male.
di Angiolo Bandinelli
(Fonte: Il Foglio)
Ricordate la deriva “autoritaria”? Sulla falsariga di tutte le derive via via lamentate, dovrebbe essere conseguenza di uno scivolone dalla o dell’autorità: l’autorità si deforma, si degrada, e a un certo punto ci si ritrova impantanati nella deriva autoritaria. Invece è esattamente il contrario: una deriva autoritaria, se e quando c’è, è conseguenza di una mancanza, di un vuoto, di autorità (che è un dato oggettivo) ma forse soprattutto di autorevolezza (che è un dato soggettivo). Delle derive “scientiste” abbiamo appena detto; ma c’è anche la deriva “giustizialista”. Anche qui: deviazione dalla giustizia, o della giustizia? Non è domanda oziosa o capziosa: come può, da un bene, discendere un male? Dovrà esserci, a un certo punto, una rottura, uno iato che , nel caso in questione, separi la giustizia dall’ingiustizia frutto della deriva. Quale sarà il punto in cui la giustizia non è più tale ed è diventata invece l’ingiustizia del giustizialismo? E chi lo stabilirà, il confine, il come, perché e quando si è incappati in una deriva? Ma, in generale, come può un bene degenerare? Se degenera, vuol dire che è già insidiato da un germe di male, cioè del suo contrario.
Questa cultura della deriva è un po’ subdola: il mondo è tutto uno scivolo saponoso, guai a non aggrapparsi a salde corde, cinture, salvagente; se ne sei privo scivoli e nulla ti trattiene più, fino all’abisso: la deriva è come il maelström di Gordon Pym, quando arrivi al bordo del vortice, quello ti risucchia e ti inghiotte senza possibilità di scampo. Cosa puoi rispondere, incastrato non da un argomentare ma da un sofisma fieristico, da un sospetto privo di consistenza e di pezze d’appoggio, da un vero e proprio atto di terrorismo ideologico, bandierina rossa che ti viene sventolata dinanzi per disorientarti, farti arretrare nello sgomento, se non nel più bieco senso di colpa? Sotto a queste convinzioni c’è una antropologia che più pessimista non si può. L’uomo è un povero fuscello, un travicello in balia delle onde: contro la deriva c’è solo da aggrapparsi al qualcuno che ti può salvare, e l’unico soggetto che può farlo – ammicca il tuo interlocutore - è la chiesa. Questo spiega bene la denuncia agostiniana: l’uomo è “massa damnationis” e il conseguente monito: “Extra ecclesiam nulla salus”. Il mondo è luogo di irremissibile perdizione. Penso al bellissimo racconto della Genesi. Eva, Adamo, innocenti nel paradiso terrestre, attraverso la mela conoscono il bene e il male. Ebbene, è così che essi diventano uomini. Prima erano esseri perfetti, ma non erano esseri umani. Secondo Roberta de Monticelli, i due caddero nel peccato (o fu un errore?) per una “libera decisione”, mica per una deriva dal bene al male. I due caddero, fallirono, non per cupidigia di dissoluzione: non scivolarono nella “deriva”. Loro, almeno, erano capaci di scegliere liberamente tra il bene e il male.
di Angiolo Bandinelli
(Fonte: Il Foglio)
domenica 8 marzo 2009
Ideologie
C’è un senso comune consolidato in Italia che identifica la “violenza sulle donne” come l’effetto dell’emergenza immigrazione. E’ la conseguenza di un essenzialismo culturale e di una doppia falsa coscienza: da una parte il trasferimento sui soli immigrati di un fenomeno consolidato da sempre nella società italiana; dall’altra il peso di due ideologie, diffuse in proporzioni diverse in tutto l’arco politico italiano. Ideologie apparentemente contrarie, ma in realtà omologhe: quella del paternalismo e quella del buonismo, accomunate da uno sguardo “assistenzialista” sugli “altri” incapaci di essere “responsabili”. Questo perché, secondo i paternalisti, essi sono “selvaggi da rieducare”; oppure, secondo i buonisti”, “portatori di una cultura” di cui non si discutono gli aspetti autoritari, confondendoli come “autentici” e dunque da accogliere in nome del “rispetto alle culture altrui”. Un essenzialismo culturale che in tutte le versioni in cui si manifesta non ha molto a che vedere con la democrazia moderna. David Bidussa, storico sociale delle idee
mercoledì 25 febbraio 2009
"Questa Chiesa diventerà una setta"

Intervista al teologo Hans Kung
N. Bourcier, S. Le Bars
La Stampa 25-02-2009
Alto e magro, con il volto glabro e il ciuffo ribelle, Hans Küng, considerato il massimo teologo cattolico dissidente vivente, riceve nel suo studio di Tubinga dai muri tappezzati di libri, dove i suoi - tradotti in tutte le lingue - occupano il posto d’onore.Professore, come giudica la decisione del Papa di togliere la scomunica ai quattro vescovi integralisti di monsignor Lefebvre, uno dei quali, Richard Williamson, è un negazionista?«Non ne sono rimasto sorpreso. Già nel 1977, in una intervista a un giornale italiano, Monsignor Lefebvre diceva che “alcuni cardinali sostengono il mio corso” e che “il nuovo cardinal Ratzinger ha promesso si intervenire presso il Papa per trovare una soluzione”. Questo dimostra che la questione non è né un problema nuovo né una sorpresa. Benedetto XVI ha sempre parlato molto con queste persone. Oggi toglie loro la scomunica, perché ritiene che sia il momento giusto per farlo. Ha pensato di poter trovare una formula per reintegrare gli scismatici i quali, pur conservando le loro convinzioni personali, avrebbero potuto dare l’impressione di essere d’accordo con il concilio Vaticano II. Si è proprio sbagliato».Come spiega il fatto che il Papa non abbia misurato la dimensione della protesta che la sua decisione avrebbe suscitato, anche al di là dei discorsi negazionisti di Richard Williamson?«La revoca delle scomuniche non è stato un errore di comunicazione o di tattica, ma un errore del governo del Vaticano. Anche se il Papa non era a conoscenza dei discorsi negazionisti di monsignor Williamson e lui personalmente non è antisemita, tutti sanno che quei quattro vescovi lo sono. In questa faccenda il problema fondamentale è l’opposizione al Vaticano II, in particolare il rifiuto di un rapporto nuovo con l’ebraismo. Un Papa tedesco avrebbe dovuto considerare centrale questo punto e mostrarsi senza ambiguità nei confronti dell’Olocausto. Invece non ha valutato bene il pericolo. Contrariamente alla cancelliera Merkel, che ha prontamente reagito.Benedetto XVI è sempre vissuto in un ambiente ecclesiastico. Ha viaggiato molto poco. E’ sempre rimasto chiuso in Vaticano - che è assai simile al Cremlino d’un tempo -, dove è al riparo dalle critiche. All’improvviso, non è stato capace di capire l’impatto nel mondo di una decisione del genere. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che potrebbe essere un contropotere, era un suo subordinato alla Congregazione per la dottrina della fede; è un uomo di dottrina, completamente sottomesso a Benedetto XVI. Ci troviamo di fronte a un problema di struttura. Non c’è nessun elemento democratico in questo sistema, nessuna correzione. Il Papa è stato eletto dai conservatori e oggi è lui che nomina i conservatori».In che misura si può dire che il Papa è ancora fedele agli insegnamenti del Vaticano II?«A modo suo è fedele al Concilio. Insiste sempre, come Giovanni Paolo II, sulla continuità con la “tradizione”. Per lui questa tradizione risale al periodo medioevale ed ellenistico. Soprattutto non vuole ammettere che il Vaticano II ha provocato una rottura, ad esempio sul riconoscimento della libertà religiosa, combattuta da tutti i papi vissuti prima del Concilio». L’idea di fondo di Benedetto XVI è che il Concilio vada accolto, ma anche interpretato: forse non al modo dei lefebvriani, ma in ogni caso nel rispetto della tradizione e in modo restrittivo. Per esempio è sempre stato critico sulla liturgia. E ha una posizione ambigua sui testi del Concilio, perché non si trova a suo agio con la modernità e la riforma, mentre il Vaticano II ha rappresentato l’integrazione nella Chiesa cattolica del paradigma della riforma e della modernità. Monsignor Lefebvre non l’ha mai accettato, e nemmeno i suoi amici in Curia. Sotto questo aspetto Benedetto XVI ha una certa simpatia per monsignor Lefebvre. D’altra parte trovo scandaloso che, per i 50 anni dal lancio del Concilio da parte di Giovanni XXIV, nel gennaio 1959, il Papa non abbia fatto l’elogio del suo predecessore, ma abbia scelto di togliere la scomunica a persone che si erano opposte a questo concilio».Che Chiesa lascerà questo Papa ai suoi successori?«Penso che difenda l’idea del “piccolo gregge”. È un po’ la linea degli integralisti: pochi fedeli e una Chiesa elitaria, formata da “veri” cattolici. È un’illusione pensare che si possa continuare così, senza preti né vocazioni. Questa evoluzione è chiaramente una restaurazione, che si manifesta nella liturgia, ma anche in atti e gesti, come dire ai protestanti che la Chiesa cattolica è l’unica vera Chiesa».La Chiesa cattolica è in pericolo?«La Chiesa rischia di diventare una setta. Molti cattolici non si aspettano più niente da questo Papa. È molto doloroso».Lei ha scritto: «Com’è possibile che un teorico dotato, amabile e aperto come Joseph Ratzinger abbia potuto cambiare fino a questo punto e diventare il Grande Inquisitore romano?». Allora, com’è possibile?«Penso che lo choc dei movimenti di protesta del 1968 abbia resuscitato il suo passato. Ratzinger era un conservatore. Durante il Concilio si è aperto, anche se era già scettico. Con il ‘68, è tornato a posizioni molto conservatrici, che ha mantenuto fino a oggi».Lei pensa che possa ancora correggere questa evoluzione?«Quando mi ha ricevuto, nel 2005, ha fatto un atto coraggioso e io ho veramente creduto che avrebbe trovato la via per le riforme, anche se lente. In quattro anni, invece, ha dimostrato il contrario. Oggi mi chiedo se sia capace di fare qualcosa di coraggioso. Tanto per cominciare, dovrebbe riconoscere che la Chiesa cattolica attraversa una crisi profonda. Poi potrebbe fare un gesto verso i divorziati e dire che, a certe condizioni, possono essere ammessi alla comunione. Potrebbe correggere l’enciclica Humanae vitae, che nel 1968 ha condannato tutte le forme di contraccezione, dicendo che in certi casi l’uso della pillola è possibile. Potrebbe correggere la sua teologia, che data dal Concilio di Nizza (325). Potrebbe dire: “Abolisco la legge del celibato”. È molto più potente del Presidente degli Stati Uniti! Non deve rendere conto a una Corte Suprema! Potrebbe anche convocare un nuovo Concilio».Un Vaticano III?«Permetterebbe di regolare alcune questioni rimaste in sospeso, come il celibato dei preti e la limitazione delle nascite. Si dovrebbe prevedere un modo nuovo per eleggere i vescovi, che contempli il coinvolgimento anche del popolo. L’attuale crisi ha suscitato un movimento di resistenza. Molti fedeli si rifiutano di tornare al vecchio sistema. Anche alcuni vescovi sono stati costretti a criticare la politica del Vaticano. La gerarchia non può ignorarlo».La sua riabilitazione potrebbe far parte di questi gesti forti?«In ogni caso sarebbe un gesto ben più facile del reintegro degli scismatici! Ma non credo che lo farà, perché Benedetto XVI si sente più vicino agli integralisti che alle persone come me, che hanno lavorato al Concilio e l’hanno accettato».
(Copyright Le Monde)
domenica 22 febbraio 2009
Ronde
Intorno al decreto legge sulle "associazioni tra cittadini non armate" (più immediatamente definite "ronde") molti hanno espresso il loro sollievo, altri le loro perplessità. E’ sempre azzardato esprimere a priori un giudizio ed è vero che l’onere della prova rimane fondamentale. Non è forse vero che esiste una "guardia civica" (per di più anche armata) in realtà statuali europee, senza che per questo ciò abbia rappresentato la diffusione della violenza privata? Ma è così improprio domandarci: qual è in quelle realtà il senso e la misura della lealtà verso lo Stato? Nessuna forma di partecipazione alla vita pubblica significa una abbassamento del tasso di democrazia in una società. Ma appunto il problema non è il tasso di partecipazione, è l’educazione civica cui allude quella "voglia di partecipazione". E’ così fuori luogo domanderselo?
David Bidussa, storico sociale delle idee
David Bidussa, storico sociale delle idee
sabato 21 febbraio 2009
Non toccate il corpo di Borges

Una delle poesie più belle di Luis Cernuda s’intitola «Birds in the Night» ed è dedicata a Verlaine e Rimbaud. O meglio «alla ripugnante farsa elogiativa» di cui solitamente cadono vittime, una volta morti, i poeti che, maledetti ed emarginati in vita per i cattivi comportamenti, gli eccessi, le violenze e le provocazioni, vengono trasformati, dopo, in glorie nazionali. Celebrati «da ambasciatori e sindaci», ottengono busti e targhe come quella che il governo francese («o era il governo inglese?») ha messo al numero 8 di Great College Street, Camden Town, Londra, la modestissima casa in cui, per alcune settimane, il poeta ubriacone e ormai cinquantenne e l’adolescente insolente e geniale «hanno vissuto, lavorato e fornicato» godendo d’una libertà che, poi, avrebbero pagato a caro prezzo. La poesia di Cernuda distilla una gelida rabbia che si traduce in imprecazioni contenute, disperazione, disprezzo e, come una parentesi di sole durante il temporale, in delicate immagini di pena per il destino di questa coppia di provocatori che i posteri - i politici, i dignitari della cultura, gli snob e, in generale, l’establishment - hanno recuperato alla patria e all’orgoglio nazionale castrandoli, così, di tutto ciò che, quando erano in vita, suscitava solo nausea e odio perché rifiuto della morale, della religione e dei valori con la maiuscola. Mi ha riportato alla memoria questa poesia la notizia che il governo argentino aveva intenzione di traslare i resti di Jorge Luis Borges dal cimitero di Plainpalais, a Ginevra - una graziosa e accogliente piazzetta che sembra tutto tranne che un camposanto - a Buenos Aires per seppellirli nell’imponente cimitero della Recoleta. L’idea, pare, era appoggiata dalla presidente argentina Cristina Fernàndez de Kirchner e dal marito, l’ex presidente Kirchner che - è comprensibile e, in qualche modo, inevitabile - non volevano perdere l’occasione di farsi un bagno di cultura e popolarità presiedendo il fastoso evento durante il quale ci sarebbero sprecati discorsi, bandiere, magari anche trombe, e aggettivi come «poeta inclito», «scrittore magico» e «saggista trascendentale». Il progetto è stato presentato al Congresso dalla deputata peronista Martia Beatriz Lenz e, visto che il suo partito detiene la maggioranza, sarebbe stato approvato: come avrebbero potuto lasciarsi sfuggire questi legislatori - anch’essi - l’occasione di farsi un bagno di cultura? Tutto sembrava procedere senza intoppi verso il grande, grottesco finale: il cadavere di Borges elevato all’onore degli altari dall’immarcescibile Paese che gli diede la vita, per merito di un governo che incarna, in modo emblematico, tutto quello che l’esistenza e le opere di Borges hanno rifiutato e deriso: la demagogia, il populismo. Il cattivo gusto e la volgarità. Maria Kodama, la vedova dello scrittore, s’è opposta a questo ritorno in patria delle spoglie, spiegando che Borges, sul finire della vita e in pieno possesso delle facoltà, aveva deciso di andarsene dall’Argentina per morire in Svizzera, dove aveva vissuto e studiato quand’era adolescente e per il quale aveva sempre nutrito grande affetto. «In democrazia - ha dichiarato - nessuna persona di nessun partito può disporre del corpo d’una persona, che è la cosa più sacra». Maria Kodama ha tutte le ragioni del mondo, ma forse ha mostrato un eccesso di ottimismo definendo «democrazia» questo sistema «sui generis» nel quale, a ogni elezione, di fronte alla penosa impotenza di un’opposizione pigmea, si disputano e si dividono il potere alcune fazioni e alcune cobriccole peroniste. In ogni caso c’è ancora, nella patria di Borges, un buon numero di argentini colti e presentabili che hanno dato appoggio a Maria Kodama e impedito che si facesse quest’oltraggio postumo al personaggio più illustre nato in Argentina. La deputata Maria Beatriz Lenz ha ritirato il progetto, ma non è escluso che qualche altro lo risusciti in futuro. (Anche in Perù, di tanto in tanto, qualche deputato propone di riportare in patria i resti di Cèsar Vallejo). È vero che le circostanze hanno fatto di Borges una «gloria nazionale», perchè questo è il destino che attende tutti gli esseri umani che, per talento, virtù, genio, rendano un gran servizio all’umanità nei campi delle scienze, dell’arte o delle lettere: essere immediatamente nazionalizzati e trasformati in motivi d’esaltazione patriottarda. A dire il vero i grandi talenti non li «producono» i paesi e, per questo motivo, Borges non è un «prodotto» argentino. È il frutto d’un insieme praticamente inscindibile di idee, immagini, poesie, romanzi, saggi, sistemi filosofici, teologie arrivati da molte lingue e da molte culture, dalla stimolante atmosfera d’una famiglia, d’un gruppo di amici e di conoscenti, ma, essenzialmente, da una disposizione o da un dono personale, esclusivo e unico per sognare, fantasticare, assimilare le grandi creazioni della letteratura e tradurre in francese le parole dello spagnolo, pagine e libri di precisione straordinaria e insolita bellezza. E per questo motivo, come accade per Shakespeare, per Goethe, per Cervantes e per tanti altri magnifici scrittori, Borges non appartiene all’Argentina, ma a tutti quelli che lo leggono e provano meraviglia di fronte alla sua immaginazione, alla sua cultura letteraria, alla sua eleganza, alla sua ironia e al suo superbo modo di utilizzare la nostra lingua, imponendole l’esattezza dell’inglese e l’intelligenza del francese senza che, per questo, essa perda l’aspra forza del castigliano. Borges se n’è andato dal suo paese perché, come accade a molti scrittori nei propri, probabilmente era nauseato da quanto stava lì capitando, o semplicemente perché era stanco d’essere una «gloria nazionale» (dopo essere stato un illustre sconosciuto sino a quando la Francia, l’Europa e gli Stati Uniti non hanno fatto sapere agli argentini che avevano un genio in casa) o perché, ormai vecchio, come si dice facciano gli elefanti quando sentono d’essere in punto di morte, ha voluto trascorre l’ultima tappa della vita e morire là dove aveva avuto inizio la vita che gli importava - quella intellettuale -: la Svizzera in cui è stato, o ha creduto d’essere, felice leggendo con voracità, imparando lingue, e assimilando, contagiato dagli svizzeri, la sobrietà, la frugalità e la modestia che sono stati i tratti permanenti della sua esistenza privata. È stata, la sua, una decisione perfettamente legittima e chi davvero ammira Borges - non i politicanti ignoranti né i gazzettieri semi-analfabeti che si fanno, anch’essi, un bagno di cultura maneggiando i geni - deve rispettarla. Era indecente usare come argomento per giustificare questo ritorno in patria, un’affermazione di Borges infilata in un’intervista occasionale secondo la quale egli avrebbe voluto essere sepolto alla Recoleta come i suoi padri. Non si sono resi conto questi poveri di spirito che gli esseri umani, a differenza delle pietre e degli animali, a volte cambiano idea? Se avessero letto Borges saprebbero che egli l’ha fatto innumerevoli volte e a proposito di molti argomenti (anche se mai per comodità o per opportunismo). La decisione che conta è l’ultima che ha preso. Ciò che l’ha portato, quando era ormai un vecchio stimato e riverito (ma divorato dalla malattia) a lasciare tutto e, come avrebbe fatto un adolescente innamorato della letteratura, a cominciare da capo, in un paese in cui sarebbe stato sempre uno sconosciuto, in quell’anodina, repressa, poliglotta e ricca città di Calvino dove, tra biblioteche, aule, libri, idiomi stranieri, ha incominciato a essere Borges. È un buon posto per il riposo dello scrittore più internazionale e cosmopolita che - ecco il paradosso - è stato anche, in qualche modo, un provinciale viscerale, quell’immaginifico allucinato e quell’erudito irriverente nei confronti dell’erudizione, quel vecchio-bambino timido e, in certi momenti, stonato che non mai diventato maturo e, per questo motivo, non ha conosciuto corruzione. Un consiglio, amici scrittori: nessuno può mettere ciò che ha scritto al riparo da future manipolazioni, forzature e soprusi. Ma una cosa è possibile: premunirsi dalle imboscate postume come quella che aveva preso il via e, per fortuna, è fallita, contro le ossa del povero Borges. Fatevi cremare e che le vostre ceneri siano sparse in luoghi inaccessibili, come la selva o il mare. Mille volte meglio alimentare i pesci o gli uccelli che questi cannibali senza scrupoli che ingrassano con i resti dei buoni scrittori.
di Mario Vargas Llosa
Copyright El País
(da La Stampa.it)
domenica 15 febbraio 2009
Il vuoto
Le parole pronunciate giovedì scorso da Benedetto XVI a proposito della Shoah possono essere accolte come un atto di chiarezza. In realtà testimoniano del vuoto. Quelle parole, infatti, per il modo in cui sono state pronunciate e soprattutto per il tempo che hanno richiesto per essere dette danno la sensazione di una condizione ondivaga, effetto, in cui un ennesimo « Mai più » non interviene profondamente sul senso comune mentre lascia intravedere una lunga « navigazione a vista ». La sensazione che comunicano è quella di un gesto obbligato, dove contano più le buone maniere che la convinzione. Un atto di politica estera, dovuto a qualcuno perché s’acquieti, senza per questo indicare un percorso. E senza fare i conti con le cause. In breve un atto di cortesia, che lascia sul campo molte macerie e non garantisce sull’eventualità del suo ripetersi. Una cosa che assomiglia molto alla retorica dell’autocritica cui ci aveva abituato il linguaggio del “socialismo reale”.
David Bidussa, storico sociale delle idee
David Bidussa, storico sociale delle idee
sabato 7 febbraio 2009
Sicurezza

Tacito diceva che il desiderio di sicurezza va contro ogni impresa grande e nobile.
Vittorio DanSegre, pensionato
giovedì 29 gennaio 2009
La religione civile che manca all'Italia
Non mi risulta ci sia lingua al mondo che usi l' aggettivo della propria nazionalità per designare qualcosa di imperfetto e di furbesco, come invece facciamo noi italiani dicendo "all' italiana". C' è sfiducia verso l' Italia anzitutto da parte degli stessi italiani: quanti di noi oggi, immaginando di scegliere dove poter nascere, sceglierebbero l' Italia? La crisi però non dipende dal fatto che valiamo poco, ma dal fatto che valiamo molto, nel senso che la notevole intelligenza degli italiani è incapace di trovare un valore-guida comune. Già nel 1513 Machiavelli scriveva che «in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma»: il nostro problema non è la materia umana, che c' è; è piuttosto la mancanza di una forma su cui modellare l' esuberanza della materia. Il problema non è il valore dei singoli, ma l' armonia tra tanti singoli di valore. Il problema, in altri termini, è "religioso", nel senso etimologico del termine religio: in Italia, a differenza degli altri paesi occidentali, manca una religione "civile", capace di legare responsabilmente l' individuo alla società. Si tratta, per dirla ancora in altro modo, di capire come mai l' Italia, ai primi posti quanto a pratica religiosa, lo sia anche per corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata e litigiosità della politica. Per argomentare il mio pensiero procedo mediante tre tesi. Prima tesi: Una società è tanto più forte quanto più è unita, e ciò che tiene unita una società è la sua religione. Con questa tesi non voglio dire che il cattolicesimo in quanto religione istituita del nostro paese sia ciò che unisce la società e che per "salvare l' occidente" anche i non credenti debbano giungere a dirsi culturalmente cattolici, come vogliono gli "atei devoti". Intendo dire, al contrario, che ciò che tiene insieme una società rappresenta de facto la religione di quella società, religione da intendersi nel senso etimologico di religio, cioè legame, principio unificatore dei singoli. Nel suo senso più profondo, infatti, che cos' è la religione? È il fatto che talora un individuo avverta un' attrazione irresistibile verso una realtà più grande di lui, nella quale egli, tuttavia, si identifica. Il termine "religione" porta al pensiero questo fenomeno fisico di dipendenza e insieme di identificazione. Chi ne è abitato non conosce nulla di più forte, e se poi condivide con altri questo legame, la struttura che si crea è solidissima. Per questo, quanto più una società condivide un principio unificatore, tanto più è forte. Il principio unificatore condiviso è stato visto dai nostri padri latini e chiamato religio, legame dei singoli che trasforma un insieme casuale in un sistema operativo. La religione civile è la particolare disposizione della mente per cui un antico romano concepiva Roma più importante di sé, o per cui i politici americani ripetono God bless America sapendo che è l' America l' idea che tiene insieme gli americani. È superficiale pensare che la società sia la semplice somma degli individui: l' Impero romano non era la somma dei cittadini romani, e l' America non è la somma degli americani. Roma e l' America rappresentano idee in grado di far sì che i singoli si sommino in modo ordinato, formando un sistema. E più l' idea è unificante, più il sistema è operativo. Seconda tesi: L' Italia non ha una religione civile e questo è il suo problema più grave. L' Italia è ai primissimi posti in Europa quanto a corruzione. La corruzione lacera il legame sociale producendo un diffuso senso di sfiducia e sfilacciamento nel Paese e un' immagine negativa all' estero. Occorre chiedersi come mai siamo così corrotti e corruttori. Anche senza la retorica degli "italiani brava gente", io non penso che la causa di tale fenomeno sia che gli italiani, individualmente presi, siano moralmente peggiori degli altri europei. Penso piuttosto che la causa sia la mancanza, all' interno della coscienza comune, di un' idea superiore rispetto all' Io e ai suoi interessi. I danesi, che risultano il popolo meno corrotto d' Europa, come singoli non penso siano moralmente migliori degli italiani; penso piuttosto che essi condividano in misura molto maggiore la convinzione che vi sia qualcosa più importante del loro particulare, per usare la classica espressione di Guicciardini. Questo qualcosa cui l' Io sa cedere il passo è la società: il singolo si comporta onestamente verso la società perché sente che essa è più importante di lui e perché al contempo vi si identifica, secondo la logica di dipendenza e identificazione vista sopra. Viceversa in Italia i più ritengono che il singolo sia più importante della società, e per il bene del singolo non si esita a depredare il bene comune della società. Da qui il tipico male italiano che è la furbizia, uso distorto dell' intelligenza. Il furbo è un intelligente che sbaglia mira, che non ha un oggetto adeguato su cui dirigere l' intelligenza, che non capisce il primato dell' oggettività e la dirige solo su di sé. Al contrario chi sa usare davvero l' intelligenza capisce che la vita contiene valori più grandi del suo piccolo Io, e di conseguenza vi si dedica. L' intelligente gravita attorno a una stella, il furbo invece fa di se stesso la stella attorno a cui tutto deve ruotare. Con l' ovvio risultato che un insieme di intelligenti è in grado di creare un sistema, in questo caso non solare ma sociale, mentre un insieme di furbi è destinato semplicemente al caos e alla reciproca sopraffazione. Noi italiani siamo più corrotti perché usiamo in modo distorto la nostra intelligenza, e tale distorsione la si deve alla mancanza di un' idea comune più grande dell' Io, cioè di una religione civile e dell' etica che ne discende. La religione civile è ciò che consente di rispondere alla seguente domanda: perché devo essere giusto verso la società? Perché devo esserlo anche quando la mia convenienza mi porterebbe a non esserlo? Senza un legame di tipo "religioso" con la società, nessuno sacrifica il suo particulare, nessuno sarà giusto quando non gli conviene esserlo e può permettersi di non esserlo. Per questo la formazione di una religione civile è d' importanza vitale per il nostro paese. Terza tesi: Una delle condizioni perché in Italia possa sorgere una religione civile è che i cattolici mettano la loro fede al servizio del bene comune. I tentativi di creare un' etica civile in Italia sono stati, e sono, di due tipi: guelfo e ghibellino. Il primo intende l' etica civile come traduzione diretta del cattolicesimo, anche a prescindere dalla fede: è l' idea degli atei devoti, guardata con notevole favore dall' attuale gerarchia cattolica. Il secondo ritiene al contrario che un' etica civile potrà sorgere solo dal superamento del cattolicesimo, ritenuto il principale responsabile della sua mancanza in Italia soprattutto per la presenza del papato. Io ritengo entrambi i tentativi destinati a fallire, il primo perché non tiene conto della secolarizzazione e della globalizzazione, il secondo della tradizione. La storia ci ha mostrato infatti che una religione civile contrapposta al cattolicesimo non sia politicamente concepibile in Italia, si pensi al mito risorgimentale della nazione confluito nel fascismo e al mito della società confluito nel comunismo. Una religione civile, e la conseguente etica di cui l' Italia ha urgente bisogno, potrà sorgere solo in unione con il cattolicesimo, non contro di esso. Non so in quale direzione si debba muovere il pensiero dei laici per contribuire alla nascita di un' etica civile in Italia pari a quella degli altri paesi occidentali. Mi sento però di dire, da teologo, che il lavoro in questa direzione da parte dei cattolici è uno dei compiti più urgenti. Si tratta di porre davvero la fede a servizio del mondo, di questo pezzo di mondo che si chiama Italia, pensandosi come seme che marcisce nel campo o come lievito che scompare nella pasta. Fino a quando il seme vorrà preservare la sua identità di seme senza pensarsi in funzione della pianta, verrà meno al suo compito; fino a quando il lievito vorrà preservare la sua identità di lievito senza pensarsi in funzione della pasta, verrà meno al suo compito. Fino a quando i cattolici italiani vorranno preservare la loro identità di cattolici senza pensarsi al servizio della società italiana, verranno meno al loro compito; e fino a quando la Chiesa tutelerà i suoi interessi particolari come una delle tante lobby senza essere davvero "cattolica" cioè universale, non sarà fedele al suo compito che è spendersi "per la vita del mondo". La situazione del Paese richiede a ogni italiano, laico o cattolico, con responsabilità politiche in campo civile o in campo ecclesiastico, di ripensare il proprio rapporto con la società secondo ciò che in termini religiosi si chiama "conversione". Purtroppo non è più sdolcinata retorica dire che ne va del futuro dei nostri figli.
di VITO MANCUSO
(Fonte:la Repubblica.it)
di VITO MANCUSO
(Fonte:la Repubblica.it)
sabato 17 gennaio 2009
I gemelli

Cristiani ed ebrei fratelli divisi
Oggi, 17 gennaio, vigilia della settimana di preghiera per l'unità visibile di tutte le confessioni cristiane, ebrei e cristiani avrebbero dovuto celebrare insieme la giornata dedicata al dialogo religioso tra loro. Questa iniziativa, voluta e perseguita da quel gruppetto sparuto che a partire dal Concilio Vaticano II si era particolarmente impegnato nell’incontro, nella conoscenza e nel confronto con gli ebrei (il Sae, la Comunità di Bose e il sottoscritto, altri pionieri del dialogo ecumenico...), trovò poi nel 1990 un’istituzione precisa e fissa grazie allo stimolo di mons. Alberto Ablondi, vescovo incaricato per l’ecumenismo di parte cattolica in Italia. Un’iniziativa «italiana», che fu più tardi assunta da altre Chiese europee, un’iniziativa convinta: nel dialogo tra le Chiese cristiane non si poteva dimenticare il dialogo con gli ebrei, i nostri fratelli (l’aggiunta dell’aggettivo «maggiori» ha solo un senso affettivo), perché noi e loro siamo stati generati sulla radice santa dell’Israele che è in alleanza eterna e mai revocata con il Dio uno, vivente e vero. Sappiamo che il dialogo tra ebrei e cristiani è asimmetrico. Noi cristiani abbiamo bisogno di dialogare con loro e di guardarli come popolo di Dio nella storia, mentre gli ebrei a livello teologico non hanno un eguale bisogno di noi; infatti, terminato il tempo della teologia del disprezzo nei loro confronti, noi abbiamo iniziato ad abbozzare una teologia dell’ebraismo, mentre sappiamo di non poter pretendere un cammino speculare da parte loro. Per noi cristiani «l’Israele di Dio» (Gal 6,16), cioè gli ebrei credenti e confessanti Dio (e solo Dio li conosce in verità), ci sta accanto in attesa del compimento delle promesse di Dio, che possiamo accelerare solo attraverso la preghiera. Non bisogna d’altra parte dimenticare che, dopo lo «scisma» tra ebrei e cristiani alla fine del I secolo e fino all’ora del Concilio Vaticano II, noi abbiamo pregato inoculando nelle nostre preghiere sovente disprezzo e a volte vero e proprio odio nei confronti degli ebrei. Basterebbe ricordare che il Venerdì Santo pregavamo «per i perfidi giudei» e per loro non ci inginocchiavamo, ma addirittura facevamo baccano con le raganelle, strumento sinistro in uso solo nei giorni santi. Poi venne la fine del disprezzo, soprattutto grazie a Giovanni XXIII, che tolse dalla liturgia l’aggettivo «perfidi» e chiese che si pregasse solo «per i giudei». Da allora è stato fatto un cammino impensabile anche per noi addetti ai lavori e, in un certo senso, impegnati nel dialogo ecumenico: lo dimostrano i testi del Vaticano II (in particolare la dichiarazione Nostra Aetate), la riforma liturgica, le parole sull’«alleanza mai revocata» pronunciate da Giovanni Paolo II nella sua visita del 1980 alla sinagoga di Magonza, la preghiera comune fatta nel 1986 nella sinagoga di Roma, fino ai recenti incontri di Benedetto XVI con gli ebrei. Va riconosciuto: è stato un cammino imprevedibile e molto più rapido dello stesso cammino ecumenico tra cristiani! E tuttavia oggi questa giornata di dialogo non sarà celebrata congiuntamente perché gli ebrei italiani ne hanno chiesto una «sospensione», in quanto la preghiera per gli ebrei formulata in sostituzione di quella presente nel Messale Romano promulgato da Giovanni XXIII (1962) è stata letta come offensiva da parte di alcuni rabbini e di gruppi di ebrei italiani. Cerchiamo dunque di comprendere con molta semplicità i problemi in gioco. Nella preghiera per gli ebrei contenuta nell’antico Messale Romano, sulla quale era già intervenuto Giovanni XXIII togliendo l’aggettivo «perfidi», rimanevano formulazioni non soddisfacenti: «Preghiamo per i giudei, affinché il Signore nostro Dio tolga dai loro cuori il velo, e anch’essi riconoscano Gesù Cristo nostro Signore... Dio onnipotente, che non rigetti dalla tua misericordia neppure i giudei, esaudisci le preghiere che ti rivolgiamo per questo popolo accecato affinché, riconoscendo la luce della tua verità che è Cristo, siano strappati alle loro tenebre». È vero che queste espressioni sono eco di parole e di pensieri presenti nelle Scritture, ma lo è altrettanto che il giudizio in esse formulato sugli ebrei può essere da loro recepito come offensivo. Occorre però ricordare - e per ora nessuno l’ha fatto - che queste osservazioni valgono anche per altri testi delle preghiere cristiane. Anche per i non cristiani si pregava (e si continua a pregare, secondo il Messale di Pio V) «affinché Dio onnipotente tolga l’iniquità dai loro cuori in modo che, abbandonati i loro idoli, si convertano al Dio vivente e vero». E in molte altre formule di preghiera della liturgia delle Ore si trovano parole simili; senza contare che, se uno conoscesse le preghiere della liturgia ortodossa, sarebbe ancora più imbarazzato di fronte all’antigiudaismo in esse ancora oggi presente. Dunque innanzitutto occorrerebbe una vera revisione di tutte le preghiere cristiane indirizzate a Dio per gli uomini non cristiani, appartenenti ad altre religioni, non credenti... La preghiera dev’essere sempre piena di rispetto, di amore, non deve mai esprimere giudizi di condanna degli uomini. Sì, occorre da parte di tutte le Chiese una revisione affinché le formule di preghiera obbediscano realmente all’adagio tradizionale «lex orandi lex credendi», siano conformi al Vangelo, al messaggio cristiano, siano preghiere che lo Spirito Santo possa assumere nella verità di un Dio che è carità. Una volta ricordata questa esigenza, occorre anche essere chiari sulla fede dei cristiani: quando essi pregano, pregano il Dio vivente sempre attraverso Gesù Cristo e in comunione con lo Spirito Santo. Questo significa che pregano non come gli ebrei, pur indirizzando la preghiera al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma lo fanno con Gesù, da loro confessato Signore, Cristo e Salvatore del mondo; lo fanno credendo che Gesù è la realizzazione delle promesse fatte ai padri, credendo che egli verrà presto nella gloria, e il suo giorno sarà «il giorno di Adonaj». Di conseguenza, i cristiani nella loro preghiera intercedono per tutti gli uomini, chiedono che «tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4); e poiché essi amano con tutto il cuore Gesù Cristo loro speranza, desiderano che la loro beatitudine nel sentirsi discepoli, fratelli di Gesù e figli di Dio in lui Figlio di Dio, sia condivisa dagli altri uomini. Non possono fare altrimenti, se non vogliono aprirsi a una schizofrenia nella fede, mettendo tale fede tra parentesi ogni volta che pregano per gli ebrei. E allora? Le preghiere che sono state proposte lo scorso anno in sostituzione di quelle pre-conciliari e che sono state rifiutate da alcuni ebrei suonano così: «Preghiamo per gli ebrei. Il Signore Dio nostro illumini i loro cuori affinché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini... Dio onnipotente ed eterno, tu che “vuoi che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4), concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvato (cf. Rm 11,25-27)». Ora, questa formulazione non è intitolata «Per la conversione degli ebrei» (come quella del 1962), non contiene nessun giudizio, nessuna offesa contro Israele, contro il popolo di Dio, il popolo delle alleanze e delle benedizioni; inoltre - occorre dirlo onestamente - non chiede agli ebrei la conversione come passaggio dall’ebraismo alla Chiesa cristiana. Le espressioni della preghiera sono bibliche, come abbiamo segnalato attraverso le citazioni poste tra parentesi, e fanno parte della fede cristiana. I cristiani sperano, desiderano e quindi pregano perché tutti gli uomini giungano alla conoscenza della verità, perché tutti siano salvati, e sperano che, al momento escatologico dell’ingresso di tutte le genti nella pienezza (pleroma), tutto Israele sia salvato. Una parte di Israele ha accolto Cristo (i giudei cristiani tra i quali gli apostoli, i discepoli, lo stesso Paolo ieri, e altri giudei cristiani oggi), un’altra parte non l’ha accolto, ma la speranza è che tutto Israele conosca la salvezza, come e quando vuole Dio. Dunque questa preghiera non chiede né una missione, né tanto meno un proselitismo verso gli ebrei. E se c’è una preghiera perché gli ebrei siano salvati e giungano a riconoscere colui che noi cristiani crediamo il Cristo, il Messia promesso a loro prima che a noi, non si pensi a un'imposizione né tanto meno a una strategia per la loro conversione. Quando preghiamo, ogni nostro desiderio è sempre sottomesso al: «Sia fatta, o Dio, la tua volontà», quindi non la nostra! E infine vorrei ricordare che in ogni caso gli ebrei stessi pregano come preghiamo noi, con gli stessi Salmi, perché gli idolatri conoscano il vero Dio, perché tutte le genti della Terra riconoscano il Dio di Israele, perché - come dice il profeta Isaia - tutti i popoli della Terra vengano in pellegrinaggio ad adorare il Dio unico a Gerusalemme. Di più, anche gli ebrei nella preghiera delle «Diciotto benedizioni», ed esattamente nella dodicesima, la cosiddetta benedizione «contro gli eretici (minim)», secondo la volontà di rabban Gamaliel (90 d. C.), che ha introdotto il termine minim in riferimento ai cristiani, pregano: «Non ci sia speranza per gli eretici»... Non si esageri dunque la decisione della sospensione di questa giornata, nessuno si offenda; si prenda però atto che per ora è difficile comunicare la nostra fede e le nostre intenzioni, e che secoli di diffidenza non sono ancora cancellati del tutto. Agli amati fratelli ebrei - ai quali ci uniscono l’invocazione di Dio, le sante Scritture contenenti la parola di Dio e soprattutto il Salterio pregato e cantato ogni giorno nelle loro sinagoghe e nei nostri monasteri, cioè ci unisce la speranza che «il Signore mandi colui che ha destinato come Messia» (At 3,20) - noi dobbiamo dire tutto il nostro amore, dobbiamo saper rinnovare la richiesta di perdono per l’ostilità che abbiamo nutrito nei loro confronti, ma chiediamo anche di capire la nostra fede: il loro desiderio-amore per il Dio loro rivelato è lo stesso desiderio-amore nostro nel confessare che «Gesù ha narrato Dio» (cf. Gv 1,18) definitivamente e che per noi egli è Messia, Signore e Salvatore. Come gli ebrei desiderano che la loro fede sia condivisa dalle genti, così anche noi desideriamo che lo sia la nostra fede, ma rispettiamo le vie diverse, non imponiamo nulla né chiediamo agli altri di fare la volontà di Dio nel modo che spetta a noi attuare. Tutto questo senza però mai dimenticare il vincolo indistruttibile che ci lega: cristiani ed ebrei siamo entrambi figli dell’alleanza perenne con Dio, figli dell’Israele dell’alleanza al Sinai, dell’alleanza con David... Sì, siamo fratelli - potremmo dire - «gemelli», perché abbiamo gli stessi padri, e siamo chiamati a vivere la speranza che ci unisce nella differenza che ci separa, fino al tempo escatologico, quando Dio darà compimento a tutte le sue promesse.
(Articolo di Enzo Bianchi –pubblicato da La Stampa)
giovedì 15 gennaio 2009
Martin Luther King

"Spesso gli uomini si odiano perché hanno paura l'uno dell'altro; hanno paura l'uno dell'altro perché non si conoscono; non si conoscono perché non possono comunicare; non possono comunicare perché sono separati".
giovedì 8 gennaio 2009
Gaudeix la vida

Il 12 gennaio parte una campagna pubblicitaria che utilizzerà gli autobus della città di Barcellona e che riguarderà un tema davvero interessante e cioè mandare al macero i sensi di colpa.
Gli slogan che recitano:" Dio probabilmente non esiste. Smetti di preoccuparti e goditi la vita" dovrebbero essere posizionati sugli autobus come si può vedere nella foto. La campagna è organizzata da alcune organizzazioni "Atei di catalogna" ed altre che si sono ispirate ad un'analoga iniziativa inglese. In sostanza viaggiare leggeri e liberi avendo nel viaggio la meta, senza inutili e perniciosi sensi di colpa.
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