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martedì 17 dicembre 2013

NELSON MANDELA


"Sembra sempre impossibile finché non viene realizzato."

giovedì 23 maggio 2013

Ci mancherai




Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri.

Don Andrea Gallo

lunedì 6 febbraio 2012

WISLAWA SZYMBORSKA

AMORE A PRIMA VISTA

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E' bella una tale certezza
ma l'incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno "scusi" nella ressa?
un "ha sbagliato numero" nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava e allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla a un'altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa fu raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell'infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

domenica 1 novembre 2009

ALDA MERINI


Trovo indecoroso, indecente che i giovani camminino sulle
memorie dei vecchi, senza tener conto che la fatica di ogni
giorno, che i nostri figli, che i ricordi della guerra, non
volevano dare vita a questa specie di Luna Park.

Forse noi non abbiamo mai pianto anche nei momenti
peggiori, ma abbiamo abbandonato le nostre case senza
mai voltarci indietro per non far scoppiare il cuore.

I giovani credono che noi abbiamo toccato la felicità,
invece no, però abbiamo toccato qualcosa che noi
modestamente chiameremo Dio! qualcosa che ci ha
protetti e allevati perché potessimo conoscere la pace...

Purtroppo, questa pace è sconvolta e se per anni e
anni abbiamo cercato di costruircela, abbiamo scoperto
che basta un capriccio per deturpare il volto delicato della
longevità.Siamo vecchi e non pensiamo al Paradiso, però pensiamo
alla pace che è un riflesso del sogno, ma vediamo i figli di
oggi che non hanno più sogni.
Alda Merini (9/6/05)

lunedì 5 ottobre 2009

MAREK EDELMAN


Il 2 ottobre a Varsavia si è spento novantenne Marek Edelman, l'unico sopravvissuto dei cinque dirigenti, tutti come lui giovanissimi, dell'Organizzazione Ebraica di Combattimento, che diede vita alla rivolta del ghetto di Varsavia. Edelman era un militante del Bund, e dopo aver guidato la rivolta del ghetto, riuscì a fuggire dal ghetto distrutto. Partecipò all'insurrezione di Varsavia. Dopo il 1945, scelse di restare in Polonia, con una decisione simile a quella di molti ebrei dell'Occidente, ma più anomala in Polonia, soprattutto dopo il 1967, e l'eliminazione dalla vita politica di tutti o quasi gli ebrei. Edelman, da buon militante del Bund contrario alla scelta sionista, continuò a esercitare il suo mestiere di medico cardiologo nell'ospedale di Lodz, dove la reazione dei suoi pazienti impedì al regime comunista di cacciarlo. Nel 1981 fu delegato di Lodz al primo congresso di Solidarnosh. I suoi rapporti con Israele furono complicati e sovente conflittuali. In una sua testimonianza sulla rivolta del ghetto, scrisse con grande anticonformismo parole prive di ogni retorica: "La maggior parte di noi era per l'insurrezione. Dal momento che l'umanità aveva convenuto che era molto più bello morire con le armi alla mano che a mani nude, non ci restava che piegarci a questa convenzione".

Anna Foa, storica

lunedì 20 aprile 2009

James G. Ballard

................................................................Crash................................................

martedì 10 febbraio 2009

Eluana Englaro è libera


Lunedì 9 febbraio 2009 ore 20.10

Dopo essere rimasta per 17 anni in ostaggio del pensiero illiberale, fondamentalista e reazionario, imprigionata nel proprio corpo contro la sua volontà, ora è finalmente libera. Libera nella morte.

martedì 2 dicembre 2008

Limud in memoria delle vittime di Mumbai


L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, la Comunità Ebraica di Roma e l'Ambasciata d'Israele in Italia hanno indetto un Yzkor e limud in memoria delle vittime dell'attentato terroristico di Mumbai.La cerimonia si svolgerà presso il Tempio Maggiore di Roma mercoledì 3 dicembre 2008 alle ore 20,15.

giovedì 23 ottobre 2008

Vittorio Foa e l'identità ebraica


Tre giorni fa, il giorno di Oshaana Rabba, Vittorio Foa ha finito la sua lunga e operosa vita terrena di militante antifascista, deputato alla Costituente, leader sindacale, grande saggio della sinistra, che sono stati ben ricordati in questi giorni. Vorrei aggiungere un altro aspetto. Il nonno di Vittorio Foa era stato a fine ottocento il capo rabbino di Torino. Foa non ha mai fatto mistero delle sue origini ebraiche, sottolineando anzi che le origini non sono una cosa da poco. Quando lo scorso anno gli è stata offerta l'iscrizione onoraria alla Comunità ebraica di Roma la ha accettata con piacere e soddisfazione. Con la scomparsa di Foa si chiude simbolicamente e di fatto un periodo di storia degli ebrei italiani, durato quasi un secolo e mezzo. E' il periodo nel quale grandi personaggi nati nell'ebraismo e più o meno coscientemente condizionati dalla sua diversità e dalla passione di giustizia si sono lanciati con entusiasmo ed eccezionali competenze nella vita pubblica italiana, incidendovi sensibilmente. Oggi le condizioni storiche e sociali sono notevolmente cambiate e questo tipo di vocazioni e biografie eccezionali non sembrano esistere più. Ma il loro modello propone interrogativi difficilmente solubili: sono quelli dell'identità ebraica in rapporto al mondo circostante, divisa tra la scelta della totale immersione all'esterno con un tenue, ma onorato, ricordo delle origini (come hanno fatto Foa e altri), o la scelta di rimanere attivi all'interno, profondendovi tutte le energie possibili (ma degli altri non dobbiamo occuparci?). Una terza via, di forte identità ebraica e di contestuale forte impegno politico, sarà mai auspicabile o possibile?Alla figlia Anna, che onora con la sua firma anche questa testata, le affettuose condoglianze.

Riccardo Di Segni
rabbino capo di Roma


(Fonte: L’ Unione informa - UCEI - Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

mercoledì 22 ottobre 2008

Vittorio Foa


Come ricordare Vittorio Foa? Ad esempio leggendo e rileggendo l’intervento riportato di seguito, tratto da Notizie Radicali. Illuminante.



Utilizziamo tutte le possibilità costituzionali per mettere il potere in contraddizione


di Vittorio Foa


Vorrei chiedere una cosa ai ragazzi, di non vedere tutto come un dramma, di non prestare fede a chi vede catastrofi dappertutto. Se possibile usate l’ironia e l’autoironia: esse ci consentono di essere coinvolti e distaccati, di capire e di partecipare”.


Così Vittorio Foa, nella nota che introduce un bellissimo libro, la raccolta delle lettere che Foa scrisse dal carcere dal 1935 al 1943 (Einaudi, 1998, pagg.1134). Un epistolario, annota la curatrice Federica Montevecchi, “che può essere letto, in una sua gran parte, come un lungo quaderno di appunti, un diario intellettuale sistematico anche se costretto quasi all’espressione impersonale, determinata dall’opportunità, ovvia, di concedere spazio ai sentimenti più intimi e dal rifiuto di abbandonarsi alla rassegnazione, alla passività e anche alla contemplazione. Un rifiuto che emerge con ancora più forza in contrasto all’immobilità che il carcere rappresenta e alla finalità che esso persegue: eliminare alcuni individui dalla memoria del mondo o sublimarli, per chi ad essi è legato affettivamente, in ricordi. Scrivere la lettera settimanale diventa allora anche l’unico modo di affermare il proprio esserci, l’unico strumento per contrastare l’annullamento, imposto dal carcere, della possibilità di essere partecipi della vita degli altri”.


E’ in carcere, che il giovanissimo Foa, arrestato dal regime fascista in quanto aderente a “Giustizia e Libertà”, che approfondisce la sua formazione, soprattutto attraverso lo studio con uomini come Riccardo Bauer ed Ernesto Rossi. Ed è paradossale che in quegli anni, la sola libertà di giudizio venga dal fondo di una cella di carcere.
Ricordiamo Vittorio Foa riproponendo un intervento che risale al 1974. I radicali erano impegnati nella campagna per la raccolta delle firme per “otto referendum contro il regime”. Anche Foa aderì a quella campagna, l’intervento venne pubblicato su “Liberazione”, che allora era un quotidiano radicale diretto da Marco Pannella.
Oltre alle “Lettere”, Foa ci lascia altri libri, altrettanto belli e densi: “Il Cavallo e la Torre”, e “Questo Novecento”. Leggerli è un modo perché Foa resti vivo (Va.Ve.).


Credo sia giusto utilizzare, come voi vi proponete di fare, tutte le possibilità legali e costituzionali per mettere il potere in contraddizione coi suoi stessi enunciati democratici, per mobilitare - con i referendum - il massimo di forze in una denuncia degli strumenti di organizzazione del regime. Sono anche convinto che il maggior risultato della vostra campagna non potrà essere quello di convincere il regime a non essere se stesso, ma quello di mettere in luce la vera natura delle istituzioni vigenti e il loro meccanismo di funzionamento, gli scopi effettivi cui serve l'organizzazione repressiva dello stato e della società.
Ogni giorno che passa è sempre più chiaro che il capitalismo italiano nel suo complesso ha un bisogno indomabile e crescente di strumenti repressivi nei confronti della classe operaia, e non solo per spiegarne le proteste e la resistenza, ma anche per far pagare ai lavoratori il costo della riunificazione del fronte capitalistico profondamente lacerato e in crisi. Anche se apparentemente remota dai problemi della condizione operaia la codificazione dei diritti civili li coinvolge direttamente, non solo perché ogni istituto reazionario ha una attuazione differenziata a seconda delle classi sociali (si pensi all'aborto), ma anche perché l'insieme delle istituzioni ha una funzione intimidatrice, di restaurazione ininterrotta del principio di autorità che le lotte sociali di per se stesse tendono a rifiutare.
Vi è oggi nelle lotte operaie una presa di coscienza sempre più chiara del nesso che esiste fra problemi economici e istituzioni sociali e statali. Nonostante le predicazioni politiche sulla neutralità dello stato, sull'indipendenza della magistratura, sul ruolo nazionale dell'esercito, sulla obiettività della scuola ecc. ecc., l'apparato repressivo o proibitivo si manifesta ogni volta che c'è da dare una mano ai padroni contro gli operai. Una lotta coerente per cambiare le istituzioni non può essere come proiezione delle lotte operaie. Se non vi sarà una stretta connessione fra lotte nella sovrastruttura e lotte nella struttura la conseguenza (il Cile insegna) sarà che saranno i capitalisti stessi a cambiare le istituzioni, a liberarsi della contraddizione fra programma democratico e applicazione reazionaria rendendo tutto coerentemente reazionario, liquidando insieme libertà civili e libertà politiche. Il problema reale non è tanto di introdurre delle modificazioni in questo assetto quanto di cambiare l'assetto stesso. Sembra a me che tutto l'assetto istituzionale definito dopo la seconda guerra mondiale sia in Italia in crisi profonda, che non si ponga per noi il problema di applicare la Costituzione del 1947, bensì quello di costruire, con le lotte di ogni giorno, il dopo.

lunedì 15 settembre 2008

David Foster Wallace


David Foster Wallace ci ha lasciati, si è impiccato venerdì sera nella sua casa di Claremont in California.
“Ha cambiato il linguaggio e l’uso dell’ironia nella narrativa Usa” così Fernanda Pivano in un
amorevole ricordo che potete leggere sul Corriere della sera.