Saggio di Massimo Livi Bacci, professore ordinario di demografia nell’Università di Firenze
Premessa
Con quasi quattro milioni e mezzo di stranieri regolari, e un numero imprecisato di irregolari, il paese è confuso. La crisi economica, il dibattito sulla sicurezza, le pulsioni xenofobe oscurano il quadro. Il PD è esitante tra la tentazione di non essere in “ritardo” sul tema della sicurezza e il richiamo della sua anima riformista e progressista. La destra procede con una politica contraddittoria, con gli assurdi irrigidimenti del “pacchetto sicurezza”, temperati dalla scarsa volontà di applicarne le norme, e dalla recente sanatoria per colf e badanti.
Il PD deve urgentemente riprendere il dibattito, ribadire le sue posizioni, avanzarne – se trova il consenso – di nuove e innovative. Questo appunto è un tentativo di contribuire al dibattito in vista di una posizione politica più chiara.
Sintesi del saggio
1) L’immigrazione – per motivi demografici, economici e sociali - è un fenomeno strutturale e, una volta usciti dalla crisi, ritornerà su alti livelli per qualche decennio;
2) L’immigrazione deve essere legale; l’irregolarità può essere contrastata e compressa al minimo. L’attuale politica è una “fabbrica” di irregolarità, perché consente il fiorire dell’economia informale e sommersa che attrae lavoro nero; perché la normativa per l’accesso legale è rigida e impervia; perché i permessi sono troppo brevi, il loro rinnovo macchinoso e costoso. La destra securitaria alimenta, con la sua politica, l’irregolarità che dice di combattere.
3) L’irregolarità alimentata dagli sbarchi – che è minoritaria, perché la stragrande maggioranza degli irregolari arriva con normali visti eccedendo poi il limite massimo di permanenza consentita – è stata frenata dall’azione di Frontex e dall’accordo Italia-Libia, con intercettazioni in mare. Vi sono forti dubbi che “l’allontanamento” delle frontiere dalle coste verso il mare aperto determini una sostanziale violazione del diritto di asilo, impedendo di fatto la presentazione delle domande da parte di quella considerevole proporzione degli intercettati che ne hanno motivo e diritto. La politica deve farsi carico – anche mediante accordi internazionali – del rispetto sostanziale (oltre che formale) di questi diritti.
4) Il numero degli irregolari (stimati in 700000 nel 2007) va contenuto, anche facilitandone l’emersione per canali alternativi (permessi per chi coopera nella lotta di contrasto allo sfruttamento; permessi per chi compie azioni di valore sociale e umanitario; permessi discrezionali per chi risulta bene integrato ecc), oltre ad incoraggiare i rimpatri volontari (come da direttiva europea) che l’attuale normativa non consente.
5) Un paese che esprime una domanda strutturale d’immigrazione non può pensare di soddisfare il fabbisogno con flussi di tipo temporaneo e “circolare”, che presentano minori necessità d’integrazione data, appunto, la temporaneità dei soggiorni. Una buona parte dell’immigrazione è di lungo periodo o permanente e deve potere acquisire pieni diritti sociali, politici e, eventualmente, di cittadinanza. Le riforme devono riguardare lo snellimento delle procedure per ottenere la carta di soggiorno per “lungo residenti”; la concessione del voto amministrativo; l’accesso alla cittadinanza ai nati da residenti stranieri e ai minori cresciuti e formati in Italia; procedure più agevoli e meno discrezionali per l’acquisizione della cittadinanza.
6) L’attuale normativa sull’accesso legale al paese va riformata. Varie possono essere le proposte: l’ingresso con visto per ricerca di lavoro con sponsor istituzionale e certificato; l’ingresso con visto per ricerca di lavoro senza sponsor, ma con garanzia finanziaria, oppure, in alternativa, la trasformazione del permesso di soggiorno breve in permesso di soggiorno per lavoro (a determinate condizioni); agevolazioni per l’ingresso a investitori, risparmiatori, imprenditori; agevolazioni per persone con alti profili professionali.
7) Va studiata e discussa una normativa sull’accesso legale profondamente diversa dall’attuale, il cui cardine è il mercato del lavoro. L’immigrato è – per prima cosa – una persona, che poi entra ed esce dal mercato del lavoro secondo inclinazioni, convenienze, meccanismi di mercato. All’immigrato va domandato “che persona sei” anziché “che lavoro sai fare”; egli deve essere ammesso in base al suo capitale umano, qualità, conoscenze, predisposizione e volontà di integrazione, relazioni familiari. Possono essere sperimentate “politiche a punti”, per le quali il punteggio sia tarato sulla capacità di diventare una componente integrante – e positiva- del paese.
8 ) Una politica come quella delineata al punto precedente è apertamente selettiva, ma è trasparente e obbedisce a regole certe e condivise. Al contrario delle politiche correnti che sono implicitamente selettive, con criteri arbitrari ed opachi. Essa va bilanciata con una maggiore ampiezza e generosità della politica dell’asilo e protezione umanitaria che – per definizione – non è mai selettiva.
9) Questo promemoria non prende in considerazione, se non marginalmente, il tema delle politiche d’inclusione e integrazione degli immigrati, concentrandosi soprattutto sul tema dell’ammissione degli immigrati nel paese. Per quanto attiene al reperimento di risorse per l’integrazione, si propone l’istituzione di un Fondo per l’Integrazione, finanziato prevalentemente mediante una contribuzione da parte del datore di lavoro al momento della sottoscrizione di un contratto di lavoro o del suo rinnovo.
10) Tra dieci anni, la popolazione straniera potrebbe raggiungere gli 8 milioni, una persona ogni 8. E’ il fenomeno sociale più dinamico dell’inizio del millennio, che investe tutti i settori della società italiana. E’ urgente che il PD elabori un convincente progetto politico per governarne la forza.
Mi sembrano riflessioni e proposte interessanti non solo per il PD.
giovedì 7 gennaio 2010
mercoledì 6 gennaio 2010
ROGHI
Venezia: un gruppo di giovani dà fuoco a un barbone. Ennesima tragedia sfiorata. Un titolo sintetico che sparisce nella piccola cronaca di provincia.
Ci stiamo abituando al fatto che un gruppo di giovani delinquenti si diverta ad ardere vivo un uomo, il signor Marino, che vive in strada nel suo rifugio di cartone?
Si tratta di individui che al posto del cervello e del cuore hanno un vuoto desolante?
Oppure si tratta di nazisti in erba?
O entrambe?
Di certo sono tra noi e non si tratta di alieni.
Ci stiamo abituando al fatto che un gruppo di giovani delinquenti si diverta ad ardere vivo un uomo, il signor Marino, che vive in strada nel suo rifugio di cartone?
Si tratta di individui che al posto del cervello e del cuore hanno un vuoto desolante?
Oppure si tratta di nazisti in erba?
O entrambe?
Di certo sono tra noi e non si tratta di alieni.
martedì 5 gennaio 2010
UNA SCOMODA VERITA'
“Un pasto che comprenda carne e latticini - secondo una recente inchiesta della quale ha dato grande risalto, addirittura in prima pagina, il quotidiano francese Le Monde - equivarrebbe, in quanto a emissioni di gas serra, a 4.758 chilometri percorsi in automobile, rispetto ai 629 chilometri di un pasto che faccia a meno di carne e latticini”, così il leader radicale Marco Pannella esordisce in un suo articolo che sarà pubblicato domani sul mensile dell’Associazione Luca Coscioni, Agenda Coscioni (che uscirà in edicola allegato al quotidiano ecologista Terra). Il leader radicale, intervenendo nell’ambito di uno speciale completamente dedicato all’evoluzione demografica del pianeta e al suo impatto ambientale e sociale, continua: “La Fao calcola che il 18 per cento delle emissioni totali di gas serra sia dovuto all’allevamento. E il consumo medio per un abitante del pianeta, oggi pari a 28 chili di carne l’anno, passerà a 37 chili nel 2030. Sono numeri –analogamente a quelli di altre realtà di “consumo” a forte impatto ambientale da parte dell’essere umano - che diventano significativi soprattutto alla luce del fatto che, come sostiene il consenso dei demografi, da qui a quarant’anni saremo più di 9 miliardi a vivere sulla Terra. Eppure, a fronte di tutto questo, tanto il primo Al Gore (quello de “Una scomoda verità” per intenderci), tanto i leader mondiali riuniti a Copenaghen, preferiscono l’ostracismo e la censura”.
“Al concepire liberamente con intelligenza e responsabilità – continua Pannella su Agenda Coscioni - si risponde con le sacralizzazioni “etiche” di materiali processi biologici, che investono in modo ossessivo gameti, zigoti, embrioni, etc., attribuendo loro – nella migliore delle ipotesi – “la dignità” di persone. In questo modo, tra l’altro, la religione cattolica annulla in modo manifesto quasi 2.000 anni di propria teologia che situava il momento della piena animazione soprattutto nel momento della natalità assoluta, tanto che solo per il nato c’era la possibilità di prendere i sacramenti. Anche in quasi un secolo di potere comunista sovietico, come d’altronde in altri regimi totalitari, il richiamo al necessario numero in nome della necessaria potenza si è imposto. E poi quel richiamo, con la stessa violenza autoritaria, si è precipitosamente convertito, nel caso del regime cinese per esempio, nella predicazione della compressione forzata delle nascite”.
di Marco Pannella
“Al concepire liberamente con intelligenza e responsabilità – continua Pannella su Agenda Coscioni - si risponde con le sacralizzazioni “etiche” di materiali processi biologici, che investono in modo ossessivo gameti, zigoti, embrioni, etc., attribuendo loro – nella migliore delle ipotesi – “la dignità” di persone. In questo modo, tra l’altro, la religione cattolica annulla in modo manifesto quasi 2.000 anni di propria teologia che situava il momento della piena animazione soprattutto nel momento della natalità assoluta, tanto che solo per il nato c’era la possibilità di prendere i sacramenti. Anche in quasi un secolo di potere comunista sovietico, come d’altronde in altri regimi totalitari, il richiamo al necessario numero in nome della necessaria potenza si è imposto. E poi quel richiamo, con la stessa violenza autoritaria, si è precipitosamente convertito, nel caso del regime cinese per esempio, nella predicazione della compressione forzata delle nascite”.
di Marco Pannella
domenica 3 gennaio 2010
LA STRADA DI SMIRNE
Aspettando la fine di questo cupo 2009, finisco di leggere l'ultimo libro di Antonia Arslan, La strada di Smirne. La storia raccontata dalla scrittrice italo-armena parte da dove si era interrotto il suo libro precedente, La masseria delle allodole: è cioè la tragedia del genocidio armeno raccontata magistralmente attraverso le sua storia famigliare. La strada di Smirne ci racconta della sorte dei sopravvissuti, e della fine di molti di essi nell'incendio devastante con cui nel 1922 il generale Kemal Ataturk si sbarazzò di Smirne, la seconda città della Turchia, e delle sue minoranze. Una storia tragica, scritta con passione, pietas e un briciolo di magica levità. Leggetela, in questo 2010 che auguro a tutti sereno, e migliore del decennio che lo ha preceduto.
(Fonte: Anna Foa, storica)
(Fonte: Anna Foa, storica)
mercoledì 30 dicembre 2009
Quel ragazzo senza braccia sul treno dell'indifferenza
Caro direttore, è domenica 27dicembre. Eurostar Bari- Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po' tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.
Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. E' salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent'anni. Si parte. Poco prima della stazione di (...) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: «No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap». Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi, Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l'umiliazione ripete «handicap, handicap». I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato. La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no. Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po' più di compassione. Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c'entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia deposizione, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. «Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?» chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: «C'è l'assistenza». «Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service» ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l'andata l'Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. «E lo sa perché?» ho concluso. «Perché quelle persone le braccia ce l'avevano...». Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l'evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testae tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap. La risposta del capotreno è pronta: «Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!». E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (...). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell'espressione del viso o nell'incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: «Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare». Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, per senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante. Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l'impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno. Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. «Perché mi hai offesa». «Ti ho forse detto parolacce?Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?» le domando sempre più incredulo. Risposta: «Mi hai detto che sono maleducata». Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno. Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (. . .). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.
L'autore è scrittore ed editore
Shulim Vogelmann, La Repubblica, 30 dicembre 2009
Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. E' salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent'anni. Si parte. Poco prima della stazione di (...) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: «No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap». Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi, Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l'umiliazione ripete «handicap, handicap». I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato. La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no. Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po' più di compassione. Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c'entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia deposizione, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. «Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?» chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: «C'è l'assistenza». «Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service» ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l'andata l'Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. «E lo sa perché?» ho concluso. «Perché quelle persone le braccia ce l'avevano...». Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l'evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testae tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap. La risposta del capotreno è pronta: «Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!». E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (...). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell'espressione del viso o nell'incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: «Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare». Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, per senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante. Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l'impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno. Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. «Perché mi hai offesa». «Ti ho forse detto parolacce?Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?» le domando sempre più incredulo. Risposta: «Mi hai detto che sono maleducata». Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno. Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (. . .). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.
L'autore è scrittore ed editore
Shulim Vogelmann, La Repubblica, 30 dicembre 2009
BERZANI KARRO
Berzani Karro, curdo siriano e probabile prigioniero di coscienza, sarebbe stato torturato durante la sua detenzione incommunicado durata tre mesi a seguito del suo rimpatriato forzato in Siria da Cipro nel mese di giugno. In questo momento si troverebbe nella prigione di 'Adra a Damasco, capitale della Siria.
Berzani Karro, 20 anni, è stato arrestato il 27 giugno all'aeroporto di Damasco all'arrivo da Cipro. Sembra sia stato ripetutamente bastonato mentre era sotto la custodia del Braccio di Sicurezza Politica al-Fayha a Damasco. La Sicurezza Politica è uno dei numerosi servizi di sicurezza operanti in Siria che arrestano sistematicamente tutti coloro sui quali si hanno anche minimi sospetti di opposizione al regime.
Alla fine di settembre, dopo tre mesi di detenzione incommunicado, durante la quale non ha potuto incontrare ne la sua famiglia ne un rappresentante legale, Berzani Karro è stato spostato nella prigione di 'Adra. Da allora la sua famiglia riesce ad incontrarlo ogni due o tre settimane.
Il 10 novembre la corte militare lo ha accusato di " tentata secessione di una parte del territorio siriano con l'intenzione di annetterlo ad uno stato straniero" e di essere coinvolto in una organizzazione clandestina. Secondo Amnesty International Berzani Karro potrebbe essere un prigioniero di coscienza, detenuto esclusivamente per il suo credo politico. Le accuse rivolte contro di lui sono quelle usate solitamente contro i curdi sospettati di essere politicamente attivi e critici verso lo stato.
Prima della sua attuale detenzione, Berzani Karro è stato in prigione per circa due mesi e mezzo quando aveva solo 15 anni. Era stato accusato di aver preso parte ad una manifestazione non autorizzata durante la quale sono stati distrutti beni dello stato, inclusa una statua del presidente Bashar al-Assad. La sua famiglia ha sostenuto che Berzani si trovasse a casa quel giorno. Fu trattenuto per parte del tempo nel centro di detenzione gestito dai servizi segreti militari del Braccio Palestina, dove i detenuti solitamente vengono torturati. Nel Braccio Palestina, è stato soggetto al dulab (essere pigiati dentro a un copertone d'auto e percossi). Con lui c'erano altri 10 ragazzi di età inferiore ai 18 anni.
In Siria chiunque si crede sia associato ad un partito o un gruppo politico curdo che sollevi preoccupazione sul trattamento dei curdi in Siria è soggetto ad arresto arbitrario e in molti casi torturato e maltrattato.
Berzani Karro ha lasciato la Siria nell'ottobre 2006 per andare a Cipro dove ha fatto richiesta d'asilo. La sua richiesta è stata respinta ed è stato arrestato nel settembre 2008, non avendo il diritto di rimanere nel paese. Per il suo rimpatrio forzato in Siria, gli ufficiale ciprioti lo hanno scortato sull'aereo e lo hanno consegnato alle autorità siriane nell'aeroporto di Damasco. Amnesty International ha scritto al Ministero degli affari esteri cipriota in ottobre per esprimere la propria preoccupazione sul caso di Berzani Karro e richiedere informazioni sul procedimento giudiziario ed amministrativo relativo alla sua richiesta di asilo e al suo rimpatrio forzato in Siria. Ad oggi non è arrivata ancora nessuna risposta.
FIRMA SUBITO L'APPELLO
(Fonte: Amnesty International)
Berzani Karro, 20 anni, è stato arrestato il 27 giugno all'aeroporto di Damasco all'arrivo da Cipro. Sembra sia stato ripetutamente bastonato mentre era sotto la custodia del Braccio di Sicurezza Politica al-Fayha a Damasco. La Sicurezza Politica è uno dei numerosi servizi di sicurezza operanti in Siria che arrestano sistematicamente tutti coloro sui quali si hanno anche minimi sospetti di opposizione al regime.
Alla fine di settembre, dopo tre mesi di detenzione incommunicado, durante la quale non ha potuto incontrare ne la sua famiglia ne un rappresentante legale, Berzani Karro è stato spostato nella prigione di 'Adra. Da allora la sua famiglia riesce ad incontrarlo ogni due o tre settimane.
Il 10 novembre la corte militare lo ha accusato di " tentata secessione di una parte del territorio siriano con l'intenzione di annetterlo ad uno stato straniero" e di essere coinvolto in una organizzazione clandestina. Secondo Amnesty International Berzani Karro potrebbe essere un prigioniero di coscienza, detenuto esclusivamente per il suo credo politico. Le accuse rivolte contro di lui sono quelle usate solitamente contro i curdi sospettati di essere politicamente attivi e critici verso lo stato.
Prima della sua attuale detenzione, Berzani Karro è stato in prigione per circa due mesi e mezzo quando aveva solo 15 anni. Era stato accusato di aver preso parte ad una manifestazione non autorizzata durante la quale sono stati distrutti beni dello stato, inclusa una statua del presidente Bashar al-Assad. La sua famiglia ha sostenuto che Berzani si trovasse a casa quel giorno. Fu trattenuto per parte del tempo nel centro di detenzione gestito dai servizi segreti militari del Braccio Palestina, dove i detenuti solitamente vengono torturati. Nel Braccio Palestina, è stato soggetto al dulab (essere pigiati dentro a un copertone d'auto e percossi). Con lui c'erano altri 10 ragazzi di età inferiore ai 18 anni.
In Siria chiunque si crede sia associato ad un partito o un gruppo politico curdo che sollevi preoccupazione sul trattamento dei curdi in Siria è soggetto ad arresto arbitrario e in molti casi torturato e maltrattato.
Berzani Karro ha lasciato la Siria nell'ottobre 2006 per andare a Cipro dove ha fatto richiesta d'asilo. La sua richiesta è stata respinta ed è stato arrestato nel settembre 2008, non avendo il diritto di rimanere nel paese. Per il suo rimpatrio forzato in Siria, gli ufficiale ciprioti lo hanno scortato sull'aereo e lo hanno consegnato alle autorità siriane nell'aeroporto di Damasco. Amnesty International ha scritto al Ministero degli affari esteri cipriota in ottobre per esprimere la propria preoccupazione sul caso di Berzani Karro e richiedere informazioni sul procedimento giudiziario ed amministrativo relativo alla sua richiesta di asilo e al suo rimpatrio forzato in Siria. Ad oggi non è arrivata ancora nessuna risposta.
FIRMA SUBITO L'APPELLO
(Fonte: Amnesty International)
lunedì 28 dicembre 2009
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