lunedì 12 aprile 2010

Ridicola successione di dichiarazioni e di smentite

“La più bieca propaganda antisemita”, così il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, definisce le presunte dichiarazioni del Vescovo Emerito di Grosseto monsignor Babini. “Stiamo assistendo a una ridicola successione di dichiarazioni e di successive smentite che non è più tollerabile. Si rischia di perdere la pazienza”, ha affermato dal canto suo il presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici. Ma Gattegna ha voluto anche sottolineare e ricordare che tali affermazioni “non sono in linea con le tradizionali posizioni della chiesa cattolica di rispetto e amicizia con il popolo ebraico”. “Nel prendere atto della successiva smentita, le Comunità ebraiche si augurano - spiega ancora Gattegna - che le gerarchie ecclesiastiche e gli organismi rappresentativi dell’episcopato italiano vogliano fare chiarezza sull’episodio, sulla confusione mediatica che ne è derivata e sulle eventuali responsabilità”. Di dichiarazioni “gravi, insulse e offensive dell’intelligenza umana” ha invece parlato il Consigliere Ucei Gadi Polacco definendo l’accaduto “uno scivolone concettuale e di pessimo gusto che cade neanche a farlo apposta, alla vigilia delle celebrazioni del Giorno della Shoà”. “Appare però in giornata la smentita di Babini - dice ancora il Consigliere - alla quale segue invece la conferma del sito Pontifex che dichiara di avere anche i nastri delle dichiarazioni e a questo punto - invita a riflettere Polacco - chi è che complotta veramente?”. “Se lo scopo è quello di distrarre l’opinione pubblica dalle responsabilità di alcuni e isolati casi di presunta pedofilia, cavalcando gli stereotipi più retrivi dell’antisemitismo cattolico preconciliare - ha spiegato invece Pacifici - auspichiamo oggi più che mai lo spirito che ha accompagnato, con forte emozione, la visita di Benedetto XVI in sinagoga. Una visita che riteniamo utile alla società civile tutta nello spirito del dialogo e del confronto fra ‘fratelli’”. Il presidente della Comunità Ebraica romana ha poi ringraziato il portavoce della sala stampa vaticana, padre Lombardi, per “lo sforzo profuso in queste settimane nel ricucire questi constanti strappi e che ci fa guardare al futuro con ottimismo. Ci appelliamo però ai vescovi italiani tutti a una presa di posizione inequivocabile che chiarisca quale è il loro pensiero e la loro considerazione del mondo ebraico al di là della tormentosa e complicata vicenda che sta vivendo il vaticano a causa delle accuse di queste settimane”.

(Fonte: Moked.it)

mercoledì 7 aprile 2010

YEMEN: CONDANNATO A MORTE PER 'CONTATTI' CON ISRAELE


Al termine di un processo iniziato lo scorso 10 gennaio, una corte d'appello dello Yemen ha confermato la condanna a morte inflitta ad un uomo per "contatti con un Paese nemico", per aver comunicato via internet con l'ex premier di Israele Ehud Olmert.
Secondo l'accusa, Bassam al-Haidari, detto Abu Ghait, condannato a morte in primo grado nel marzo 2009, "ha preso l'iniziativa di inviare una email al primo ministro dell'entità sionista in cui ha scritto: 'Noi siamo l'Organizzazione della Jihad islamica, voi siete ebrei. Ma voi siete onesti e noi siamo disposti a tutto'". Nella risposta ricevuta da Olmert, dice l'atto di accusa, era scritto: "Siamo pronti a sostenervi".
I contatti risalirebbero al periodo compreso tra maggio e settembre 2008.
Il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh parlò del caso nell’ottobre 2008, affermando che era stata smantellata una "cellula terroristica" legata, secondo lui, ai servizi segreti israeliani. Israele ha sempre definito le accuse "assolutamente ridicole".
La corte d'appello ha inoltre confermato la pena di tre anni di carcere al primo dei due "complici" di Abu Ghait, Abdalla al-Mahfal, e ridotto da cinque a tre anni quella del secondo, Imad al-Rimi.

(Fonte: Nessuno tocchi Caino)

Carcere: Lecce, muore detenuto di 71 anni, già 50 decessi da inizio anno

di A cura di “Ristretti Orizzonti”

Con la morte di Emanuele Carbone salgono a 50 i detenuti morti in 3 mesi nelle carceri italiane, di cui 15 per suicidio (l’ultimo in ordine di tempo a Reggio Emilia domenica scorsa, vittima un detenuto italiano di 47 anni). Lo scorso anno i decessi furono ben 175 (massimo storico), dei quali 72 per suicidio.

Si tratta del secondo decesso in meno di 2 mesi nel carcere di Lecce: il 13 febbraio scorso è morto Giuseppe Nardella, di 45 anni (per quell’episodio due medici in attività presso il carcere sono iscritti nel registro degli indagati, accusati di omicidio colposo, perché si suppone che possa esservi stato un ritardo nel ricovero).

Emanuele Carbone, 71enne originario di Castellana Grotte (Lecce), era detenuto presso il carcere "Borgo San Nicola" di Lecce. Ieri sera, un malore improvviso, poi il decesso. Cause da accertare: il pm dispone l’autopsia.

Pare che abbia iniziato a tossire con una certa insistenza, le prime avvisaglie del malore in arrivo che di lì a poco l’avrebbe stroncato. Condotto dalla sua cella presso l’infermeria, si è spento a causa di una crisi respiratoria. Il personale sanitario del carcere, probabilmente, ha potuto fare poco. Ma le cause scatenanti del malessere che ha portato al decesso sono ancora tutte da accertate, come da referto medico. S’indaga, dunque, sulla morte di un anziano detenuto originario di Castellana Grotte, spirato la notte scorsa presso il carcere leccese di Borgo San Nicola. Emanuele Carbone aveva 71 anni.

Il referto è giunto presso l’ufficio del pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Lecce, Stefania Mininni, la quale ha disposto l’autopsia per accertare i motivi della morte. L’esame necroscopico sul corpo di Carbone è fissato per domani mattina. La Procura ha incaricato a tale proposito il medico legale Roberto Vaglio.

martedì 6 aprile 2010

L'Europa dei diritti umani

di Maria Antonietta Farina Coscioni

Con una storica sentenza, la Corte Europea di Strasburgo dichiara incompatibile con la Convenzione dei diritti dell’uomo il divieto assoluto di fecondazione eterologa in vitro. La “Nuova Santa Alleanza” che unisce Vienna a Roma, benedetta dal Vaticano, esce dunque, sconfitta. La Corte di Strasburgo, infatti, riconosce che l’impossibilità totale di ricorrere alla fecondazione eterologa infrange il diritto alla vita familiare e il divieto di discriminazione.

La legge austriaca in materia è del tutto simile a quella che si è voluto imporre anche all’Italia da una maggioranza parlamentare sanfedista e oscurantista. La sentenza di Strasburgo non può non avere, dunque, effetti anche da noi.

La Corte europea riconosce che gli Stati hanno sì un margine di discrezionalità in questa materia ma, nell’adozione della normativa interna, sono tenuti a rispettare la Convenzione europea come interpretata da Strasburgo. I singoli stati non hanno l’obbligo di adottare una legislazione che permetta la fecondazione assistita, ma una volta che questa è consentita devono essere vietati trattamenti discriminatori. Significa che le persone che si trovano in una stessa situazione di infertilità non possono essere trattate diversamente solo in ragione della diversa tecnica di fecondazione utilizzata. Il divieto della fecondazione eterologa non si giustifica se è ammessa quella omologa.

L’Italia, che con la sua legislazione, le sue normative, oggi come in passato, sta esportando la sua “peste” in Europa, per una volta sarà costretta ad accogliere la ventata laica che viene dall’Europa. Mettiamo in conto azioni e atteggiamenti ostruzionistici dei vari Maurizio Sacconi, Eugenia Roccella, Gaetano Quagliariello, Maurizio Gasparri, sempre proni ai diktat d’oltretevere. Confidiamo che anche nello schieramento del centro-destra si sapranno levare e mobilitare voci laiche e rispettose dei diritti di tutti, e che si uniranno a quanti come me, come i radicali lottano per una maternità (davvero), libera, desiderata e responsabile.
Questo è il banco di prova: davvero hic Rhodus, hic salta

mercoledì 31 marzo 2010

Proibizionismi capitali


Un tribunale degli Emirati Arabi Uniti ha condannato a morte 17 cittadini indiani per l’omicidio di un pakistano, commesso nell’emirato di Sharjah nel gennaio 2009.
La vittima sarebbe stata uccisa con numerose coltellate, nel corso di una lite per il controllo del traffico illecito di alcolici.
Secondo gli osservatori potrebbe trattarsi del maggior numero di condanne capitali emesse in una sola volta negli Emirati.
I responsabili dell’omicidio sarebbero stati identificati da altri pakistani sopravvissuti all’aggressione.
Gli scontri tra bande che gestiscono il traffico di alcolici è in aumento negli EAU, dove la vendita dell’alcol è strettamente controllata.
Caso unico nel Paese, nell’emirato di Sharjah la vendita di alcolici è assolutamente vietata.
Negli EAU sono reati capitali: omicidio, stupro, tradimento, rapina aggravata, apostasia, adulterio, spaccio e, dal 1995, traffico di droga sebbene non si sia mai appreso dell'esecuzione di nessuna sentenza.

(Fonte: Nessuno Tocchi Caino )

martedì 16 marzo 2010

Il paradosso del debito del Lazio


di Emma Bonino

Sul debito della sanità del Lazio circolano leggende e ricostruzioni fantastiche. Io credo che chi ambisce al governo di questa grande regione debba attenersi ai fatti e cercare di capire a fondo questo intrigato e pesantissimo problema. In questi due mesi di campagna elettorale ho cercato di farlo. Da dove viene, come si è formato e in quale stato si trova il famoso debito del Lazio? Si tratta di 10 miliardi di euro, accumulati, per circa il 90%, in soli cinque anni e solo nella sanità. Parliamo di una cifra pari a una finanziaria nazionale leggera. Difficile spiegare come sia stato possibile accumularlo e soprattutto pagarlo. Però i fatti e i numeri, a partire da quelli di una fonte autorevole come la Corte dei Conti, dicono che quel debito oggi non esiste più, nel senso che è stato completamente ristrutturato. Purtroppo i 10 miliardi di euro fanno parte di quel passato che pesa sul presente e peserà sul futuro della Regione Lazio per almeno trent'anni. Un futuro ipotecato, per altro, da quegli stessi politici che ambiscono a tornare sul luogo del delitto, facendosi scudo della candidata a presidente per il Pdl Renata Polverini. Negli ultimi tre anni, l'amministrazione regionale in carica ha azzerato il debito con costi pesanti. Siccome, però, su questo tema è facile fare disordine, confondendo disavanzo con debito, mi pare necessario riassumere lo stato dell'arte. La Corte dei Conti nella relazione dell'ottobre 2009: «Dal piano di rientro risulta che il debito cumulato fino al 31 dicembre 2005 è valutabile in linea capitale in circa 9,8 miliardi di euro”.


Parte di questo debito era stato ceduto con operazioni compiute tutte dal 2001 al 2005 (vale a dire cartolarizzato/comprato da varie persone e società sparse per il mondo) per una somma pari a 7,5 miliardi di euro (6,2+I,3 di interessi). Il resto pari a 3,1 miliardi, era debito occulto fatto di fatture non pagate né certificate da alcuno, perché in quegli anni le Aziende sanitarie non presentavano i bilanci. Il Piano di rientro dal debito della sanità del Lazio è stato firmato dalla Regione e dai due Ministeri competenti a febbraio 2007. Prevedeva, tra le altre cose, l'accensione di un mutuo presso il Tesoro che è stato concesso solo nel 2008. Questo ha costretto la Regione a usare i criteri di pagamento preesistenti il piano e previsti dalla precedente amministrazione: tra il 2005 e il 2007 sono stati pagati 1,8 miliardi del debito ereditato, pescando dal Fondo sanitario nazionale. Viene a questo punto messa in piedi una squadra di professionisti che comincia a cercare le migliaia di soggetti che avevano comprato il debito della Regione Lazio. Un lavoro che porta al recupero del debito, ma producendo 800 milioni di euro sugli interessi. Nel 2008 la Regione ha potuto attivare il prestito del Tesoro che ha portato all'accensione di un mutuo da 4,7 miliardi di euro da pagare in rate trentennali da 310 milioni di euro l’anno al tasso dei Btp trentennali. Il resto del debito,pari a 3 miliardi e 100 milioni, è stato pagato con gli 800 milioni di risparmi sul recupero del debito ceduto, e con 2 miliardi e 70 milioni stanziati dal Governo Prodi per le Regioni coni conti in rosso. Oggi la Regione non produce più debito. Il disavanzo annuale è sceso da 2 miliardi dei 2005 ai, 350 nel 2009. I disavanzi creati nel 2005, nel 2006, nel 2007 e nel 2008 e per l'anno in corso sono stati coperti dalle addizionali (Irpefe Irap), dal Bilancio regionale e dai trasferimenti statali. Dunque siamo dì fronte oggi a questo paradosso. La Regione ha annullato il debito di 10 miliardi, non ne ha prodotto in questi anni nemmeno un euro ulteriore, però vanta crediti dallo Stato pari a circa 3 miliardi. Questo il quadro. La sfida che abbiamo davanti, dunque, non è quella di ripianare il debito di 10 miliardi, ma quella di azzerare il disavanzo annuale. E' impresa che richiede serietà e non facili promesse. Io sono certa che si possa fare, ma partendo da un'assunzione di responsabilità e di conoscenza del problema da parte di tutti gli attori in campo, senza demagogia e promesse facili.

da “Il Sole 24 Ore”