domenica 22 agosto 2010

Repressione


Secondo il Next Web - Medio Oriente, citando il sito Ammannet, uno studente giordano di ingegneria informatica,Imad Al- Ash, è stato arrestato a febbraio, e condannato il 13 luglio scorso, dalla corte di sicurezza dello stato a due anni di carcere con l'accusa di lesa maestà per l'invio di un messaggio istantaneo (Instant Message) ad suo amico. Il messaggio conterebbe parole che " insultano l' entità suprema " Sua Maestà il re Abdullah di Giordania. Tra le accuse ci sono le affermazioni fatte partecipando ad un forum online, e che a detta dei giudici esprimono "controverse opinioni religiose".

Secondo una dichiarazione fornita dal padre di Imad AL-Ash al sito Ammannet, lo studente universitario è stato sottoposto a tortura durante i cinque mesi di indagine svolta dai servizi di sicurezza ed è stato costretto a confessare crimini che non ha mai commesso.

giovedì 12 agosto 2010

STOP ALLA TRATTA DELLE SCHIAVE


A tutta la comunità di Avaaz e non solo.

Un trattato internazionale vincolante è la migliore arma che abbiamo contro la tratta delle schiave del sesso. Con la firma della Russia verrebbe meno uno degli assi portanti di questo orrore disumano: dobbiamo ottenere un milione di firme per chiedere al Primo ministro Putin di firmare il trattato e di proteggere le ragazze come Oxana:


Abbiamo appena ricevuto questo appello struggente da un membro di Avaaz (Nicolai padre di Oxana - nella foto):

"Mia figlia Oxana era una ragazza bellissima e particolarmente dotata per le lingue straniere. E' andata via di casa quando aveva 20 anni per inseguire il suo sogno di fare la traduttrice in Europa. Eravamo così felici per lei. Tre settimane dopo la polizia ci ha detto che era morta cadendo dal quinto piano di un palazzo, mentre cercava di scappare dagli uomini che l'avevano tratta in inganno in Europa e costretta a prostituirsi in un night club. Sono morto insieme a lei. Ora vivo soltanto per evitare che altre ragazze facciano la stessa fine di mia figlia. Aiutatemi."

Oxana è stata uccisa da un'industria che sta crescendo in tutto il mondo: la tratta delle schiave del sesso. Gran parte della tratta riguarda ragazze prese in Russia e mandate in Europa e negli Stati Uniti, dove ogni giorno subiscono stupri e atrocità di ogni genere.

Possiamo fermare questo abominio. Una nuova convenzione internazionale richiede leggi stringenti per fermare la tratta delle schiave: il padre di Oxana, Nikolai, si è rivolto al Primo ministro russo Putin per chiedergli di firmarla, in modo che anche la Russia aderisca a questa convenzione. Putin va molto fiero della sua immagine di uomo forte e sostenitore dell'ordine: possiamo convincerlo che potrebbe essere l'occasione giusta per ergersi a difensore di tutte le donne russe. Il nostro obiettivo è di ottenere nel giro di pochi giorni 1 milione di firme, che vadano ad aggiungersi a quella di Nicolai, per convincere Putin ad agire. Clicca sotto per firmare e inoltra questa email a quante più persone conosci - combattiamo questo orrore disumano con 1 milione di ragioni per sperare ancora:

http://www.avaaz.org/it/russia_rape_trade_putin/?vl

La Convenzione del Consiglio di Europa sulla Lotta Contro la Tratta di Esseri Umani stabilisce stringenti standard legislativi per combattere i criminali che gestiscono la tratta. Se la Russia firmasse la convenzione potrebbe salvare migliaia di ragazze ogni anno.

Il risultato sarebbe una falla nella tratta globale delle schiave, di cui la Russia è una chiave di volta. Ogni anno sono 50.000 le ragazze costrette a prostituirsi in Europa, e la Russia è il crocevia fra l'Asia e l'Europa. Se Putin venisse personalmente coinvolto nella vicenda potrebbe prendere provvedimenti seri grazie all'aiuto delle autorità russe, mandando così un segnale forte contro le organizzazioni criminali. Mandiamo tutti insieme quel segnale per Oxana, suo padre, e le milioni di ragazze nella sua situazione:

http://www.avaaz.org/it/russia_rape_trade_putin/?vl

Gran parte dei problemi globali nascono per soddisfare gli interessi di alcuni centri di potere, come ad esempio il crimine organizzato, e spesso si consolidano perché il resto del mondo fa finta di non vedere. Se ci faremo sentire, potremo convincere Putin e la Russia a unirsi a noi, e insieme potremo scrivere l'ultimo capitolo della tragica storia di Oxana e di suo padre: un capitolo di speranza.

Con gratitudine per tutto quello che questa fantastica comunità rende possibile,

Ricken, Alice, Emma, Ben, Maria Paz, Philippe e tutto il team di Avaaz.

domenica 8 agosto 2010

SAKINEH ASHTIANI


Sakineh Ashtiani potrebbe essere giustiziata in Iran per adulterio proprio in questi giorni, ma ci sono due uomini che possono ancora salvarla: i leader di Brasile e Turchia.

Il Presidente Lula e il Primo ministro Erdogan sono importanti alleati dell'Iran, paese in cui godono di un grande rispetto, e ambedue hanno stigmatizzato il caso. Dobbiamo fare in modo che usino tutti i loro mezzi diplomatici per convincere l'Iran a liberare Sakineh e a fermare le lapidazioni per sempre.

Avaaz sta lanciando una campagna sui principali giornali turchi e brasiliani per chiedere ai due paesi di fare pressione sull'Iran affinché prevalgano l'umanità e la giustizia. Le inserzioni che pubblicheremo sui giornali pubblicizzeranno il mezzo milione di firme che abbiamo già raccolto, saranno lette dagli addetti ai lavori e si rivolgeranno direttamente alla leadership e all'autorità morale esercitate da Lula e Erdogan. Se anche solo 5000 di noi doneranno una piccola somma nelle prossime 72 ore, riusciremo a farci sentire prima che sia troppo tardi. Questa potrebbe essere l'ultima speranza per Sakineh - clicca qui per dare il tuo contributo

https://secure.avaaz.org/it/save_sakinehs_life/?vl

Quella di Sakineh è stata una sentenza farsa. E' stata condannata a morte per lapidazione per presunte relazioni extraconiugali, nonostante suo marito sia morto anni fa, la lapidazione sia illegale e nonostante lei non fosse in grado di parlare la lingua del processo. I suoi due figli hanno lanciato una campagna per salvarle la vita che ha generato un'indignazione mondiale, compresi i 554.000 membri di Avaaz. Con questa pressione addosso, il governo iraniano ha revocato la lapidazione, ma la condanna a morte ancora persiste.

Tutta questa attenzione, inoltre, ha innervosito il regime iraniano, che ha minacciato di arrestare i suoi figli, mentre l'avvocato di Sakineh si è dovuto nascondere ed è stato successivamente catturato in Turchia e sua moglie è tenuta ostaggio in Iran senza nessun capo d'imputazione.

Ma Lula e Erdogan godono di un grande rispetto in Iran e possono influenzare il regime. E loro ci ascoltano. Lula aveva inizialmente detto che non si sarebbe interessato del caso. Ma dopo che un suo assistente lo ha informato dell'enorme campagna on-line in corso, ha cambiato idea: dapprima ha offerto asilo politico a Sakineh, poi ha suggerito alle autorità iraniane di annunciare che il caso si sarebbe risolto velocemente. Sappiamo inoltre che Lula presta molta attenzione alle campagne di Avaaz: nonostante una forte opposizione nel paese, quest'anno i membri in Brasile sono riusciti a convincerlo a firmare due leggi, una che protegge l'Amazonia e un'altra contro la corruzione.

Nelle ultime due settimane oltre 554.000 di noi hanno firmato la petizione per salvare Sakineh e per fermare le lapidazioni in Iran. Ci sono rimasti pochissimi giorni per convincere Lula e Erdogan a prendere in mano la situazione: potrebbe essere l'ultima nostra speranza per salvare Sakineh. Diamo tutti un piccolo contributo e facciamo sì che ascoltino il nostro appello e agiscano:

https://secure.avaaz.org/it/save_sakinehs_life/?vl

Il caso di Sakineh ha indignato il mondo intero per la sua incredibile brutalità e ingiustizia. Ma nella nostra battaglia per una donna ci stiamo battendo anche per tutte le donne, e per le persone in generale. Nel difendere un singolo essere umano difendiamo il diritto di tutti ad essere sottoposti a una giustizia equa.

I figli di Sakineh hanno lanciato un ultimo appello: "Non permettete che il nostro incubo diventi realtà. Proprio oggi, quando ogni speranza sembra perduta, ci rivolgiamo a voi. Aiutate nostra madre a ritornare a casa!". Clicca qui per rispondere alla loro richiesta di aiuto, e fai sì che anche Lula e Erdogan facciano lo stesso:

https://secure.avaaz.org/it/save_sakinehs_life/?vl

Con speranza e determinazione,

Alice, Pascal, Alice W, Ricken, David, e tutto il Team di Avaaz

sabato 7 agosto 2010

Elena Kagan terza donna alla Corte Suprema


Elena Kagan è stata confermata dal Senato con 63 voti favorevoli e 37 contrari e diviene così il centododicesimo giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti e la terza donna ad assumere la carica. La Kagan sostituisce il giudice John Paul Stevens, nominato dal presidente Gerald Ford nel 1975 e andato in pensione il 29 giugno 2010 dopo trentacinque anni di servizio. La notizia le è arrivata dalla televisione, mentre seguiva il voto con i suoi colleghi del dipartimento di Giustizia, nella sala conferenze del procuratore generale degli Stati Uniti. L'ex preside della facoltà di legge di Harvard, a cui molti repubblicani imputavano la colpa di non avere esperienza come giudice e che veniva accusata di non poter essere imparziale nelle decisioni dato il suo spirito liberal, raggiunge così Ruth Ginsburg, in carica dal 1993, e Sonya Sotomayor, nominata dallo stesso presidente Barack Obama un anno fa. Oltre ad essere stata la prima donna alla guida della facoltà di legge di Harvard e procuratore generale degli Stati Uniti dal 2009 al 2010, a cinquanta anni diventa ora il giudice più giovane della Corte. Un curriculum eccellente, caratterizzato da una carriera accademica di successo: studi a Princeton, Oxford e poi alla Law School di Harvard, cominciando a insegnare alla Law School della University of Chicago. Nel 1999 divenne consigliere legale dell'allora presidente Bill Clinton. Per i democratici la nomina di Kagan dovrà controbilanciare la maggioranza conservatrice che ha dominato le decisioni della Corte negli ultimi anni. Il presidente Obama, ha espresso la propria soddisfazione per la nuova vittoria politica, spiegando che la conferma di Kagan rappresenta l'affermazione del suo carattere e del suo temperamento da giudice e specificando che l'entrata alla Corte Suprema di un'altra donna è un segno di progresso per il paese.

venerdì 30 luglio 2010

Nepal: stop al rimpatrio di rifugiati tibetani


For the first time since 2003, the Nepalese government has forcibly repatriated three Tibetan refugees to Tibet, violating international law and jeopardizing the safety of Tibetan escapees. The three Tibetans, all in their early twenties, were forcibly handed over to Chinese border police in early June. Two of them – a woman named Pempa from Shigatse and a monk from Korchak monastery located close to the Nepal border – have since been jailed in Tibet.

TAKE ACTION: Send a letter to Ms. Sujata Koirala, Nepal's Deputy Prime Minister and Minister for Foreign Affairs, calling on Nepal to uphold international law.

Nepal's actions could set a devastating precedent for the more than one thousand Tibetans who attempt to flee Tibet each year by crossing the border into Nepal. The Nepalese government does not grant refugee status to Tibetans, but under the informal 'Gentleman's Agreement', established between Nepal and the United Nations High Commission for Refugees (UNHCR) in 1989, thousands of Tibetan refugees have been provided safe transit through Nepal to India.

In recent years, the Chinese government has exerted heavy pressure on Nepal to stop Tibetans from fleeing across the border and recently announced it will grant the Nepalese government 1.5 million dollars (U.S) a year to 'curb anti-China activities'. Although the situation for Tibetans living in Nepal was already tenuous, the recent repatriations are a drastic escalation in Nepal's maltreatment of Tibetan refugees.

Call the Nepalese consulate or embassy nearest you to express your concern about the repatriation of Tibetans. Find contact information.

International pressure can help deter the Nepalese government from further violating the rights of Tibetan refugees. The UNHCR has expressed grave concern over the incident, and foreign embassies in Kathmandu, Nepal's capital, generally support the "Gentleman's Agreement".

Alert your government representatives in Kathmandu to Nepal's actions. Write to your country's Ambassador to Nepal and urge him/her to raise this incident with the Nepalese authorities. Find contact information.

If you live in a city with a Nepalese consulate or embassy, please consider organizing an emergency protest to help draw international attention to this incident. For materials and support, please contact Tendolkar at tendolkar@studentsforafreetibet.org.

Thank you for taking urgent action to help Tibetan refugees.

With hope,

Tendor, Kate, Tendolkar, Schuyler, Stefanie and Mary-Kate

Learn more:

International Campaign for Tibet's report: http://www.savetibet.org/media-center/ict-news-reports/nepal-police-forcibly-return-three-tibetan-refugees-across-border

UN 'concerned' over Nepal's repatriation of Tibetans (AFP): http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5g0SI3kQ1nBgpmUKQsaEpZs3a7avw China tells Nepal to further intensify curbs on Tibetan activities (Phayul.com): http://is.gd/dSRte





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mercoledì 28 luglio 2010

Cattiveria e imbecillità

Anche oggi, notizie che probabilmente rientrano in quella amplificazione mediatica ingiustificata che ingenera sfiducia, come dice la recente circolare che il capo del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta ha diffuso.

Perché i detenuti sono davvero indelicati. Non si rendono conto che loro per primi, con il loro comportamento, contribuiscono a questa amplificazione mediatica, e ci rendono tutti sfiduciati. Non se ne rendono conto, perché ormai a cadenza quotidiana continuano a togliersi la vita. Come ha fatto Corrado a Siracusa. Era in attesa di giudizio, ha tolto il disturbo definitivamente impiccandosi. Da inizio anno salgono così a 39 i detenuti suicidi nelle carceri italiane; il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 109.

La situazione è davvero insostenibile ed il tutto avviene nel silenzio degli organi preposti, dice il garante dei detenuti della Sicilia Salvo Fleres, che è anche senatore; non dell’opposizione, del PdL. E significherà qualcosa che comincino a dirlo anche dalla maggioranza, che il ministero della Giustizia e il DAP sono silenti, indifferenti e impotenti.

Fleres annuncia che l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti si costituirà parte civile per l’individuazione di eventuali responsabili di omissioni, abusi e violazioni dei diritti dei detenuti. In effetti, come si è detto in più di un’occasione, nel momento in cui lo Stato priva un cittadino della sua libertà e lo rinchiude in una cella, si fa massimamente garante della sua incolumità fisica e psichica. Dunque, ne è responsabile, e quando un detenuto muore, anche per suicidio, ne dovrebbe essere chiamato a risponderne. E’ cosa che forse bisognerà cominciare a studiare.

A denunciare indifferenza e incapacità di governare la situazione sono pressoché tutti i sindacati della polizia penitenziaria. Eugenio Sarno della Uil Penitenziaria parla di “una strage senza fine che si consuma ogni giorno dietro le sbarre delle nostre degradate e sudice galere. Suicidi ed evasioni certificano il fallimento del sistema penitenziario sempre più abbandonato al proprio, ineluttabile, destino. Nell’indifferenza della politica, della società e della stampa”. Ecco, magari Sarno quando parla di indifferenza della politica dovrebbe dire di quasi tutta la politica, perché non risulta che davvero tutti siano indifferenti, ma per il resto ha ragione: “Altro che governo della sicurezza. Questo è il governo dei record abbattuti: evasioni e suicidi”.

Donato Capece, segretario generale del Sappe si chiede: “Come può un agente, da solo, controllare 80-100 detenuti? Come si può lavorare in un carcere in cui vi sono 567 detenuti per 309 posti letto regolari come a Siracusa? Con un sovraffollamento di quasi 69mila detenuti in carceri che ne possono contenere a mala pena 43mila, accadono purtroppo anche questi tragici episodi. E se la situazione non si aggrava ulteriormente è grazie alle donne e agli uomini del Corpo che, in media, sventano ogni mese 10 tentativi di suicidio di detenuti”.

Adriano Sofri, che alla questione del carcere dedica da sempre particolare attenzione, all’“Espresso” dice cose giuste e ragionevoli: per capire cosa significa vivere in una cella con questo caldo torrido si pensi a un autobus nell’ora di punta. Al massimo puoi sederti, ma non sempre è possibile, perché non c'è lo spazio. Puoi stare in piedi per ore, oppure sdraiato su una squallida branda, a giacere su materassi vecchi, impropriamente chiamati di gommapiuma e imbevuti del sudore di generazioni di detenuti che ci marciscono sopra.

Per quel che riguarda i suicidi, Sofri, se così si può dire, rovescia la questione. La domanda che pone è come mai, in queste condizioni, non ce ne siano molti di più, visto che le carceri sono strutture che non portano alla rieducazione, ma istigano a farla finita, all'incubo ottocentesco di essere sepolti vivi. Poi dice che nelle carceri italiane c'è la tortura, non in senso generico o metaforico, proprio in senso tecnico. Queste condizioni, anche senza botte o provocazioni volontarie, si configurano come una tortura di Stato. Per cui, se esiste un torturato esiste anche un torturatore. Non gli agenti penitenziari che sono a loro volta, in senso lato, dei semi-detenuti, ma delle autorità che hanno a che fare con questo sistema. Gente che per cattiveria, imbecillità o peggio fa leggi che spediscono in carcere persone che non ci dovrebbero andare. E che non prende alcuna misura per evitare la situazione tragica a cui le condanna.

Cattiveria e imbecillità. Una davvero letale miscela. E non manca un giudizio molto severo sui magistrati: quando non hanno una vocazione almeno iniziale a occuparsi delle carceri credendoci davvero, e sono la minoranza, molti più fra le donne, sono persone che cercano di smaltire con il minimo danno la gestione di una discarica, a loro affidata, con istruzioni che dicono di fare il meno possibile e di girarsi dall'altra parte. Spesso quello che sentenziano è un voto a fine scrutinio: 10, oppure 18. Ma nessuno pensa che quel 10 significa 10 anni moltiplicati per 365 giorni e ancora per 24 ore, per due metri quadrati e per tre file di sbarre. Su questo i magistrati sembrano non porsi nemmeno il problema.

Abbiamo ripreso praticamente tutta l’intervista di Sofri perché dice cose giuste e condivisibili. Ed è il nostro modo di dirgli grazie per non stancarsi di dircele.

(di Valter Vecellio - tratto da: Notizie Radicali)