lunedì 20 ottobre 2008

Distanze stellari


Veltroni molla Di Pietro in quanto distante anni luce “ dall’alfabeto democratico del centrosinistra”. Allo studio l’adozione dell’alfabeto mandaloriano, nella foto.

domenica 19 ottobre 2008

Religioso silenzio


Allo Yad Vashem c'è una didascalia che descrive l'operato di Pio XII, "... Nel 1933, quando era Segretario di Stato, si spese per il Concordato con il regime tedesco per proteggere gli interessi della Chiesa in Germania, anche se questo significava riconoscere il regime razzista dei nazisti. Eletto papa nel 1939, mise da parte una lettera contro l'antisemitismo e il razzismo preparata dal suo predecessoere. Anche quando i resoconti sulle stragi degli ebrei raggiunsero il Vaticano, non reagì con proteste scritte o verbali. Nel 1942, non si associò alla condanna espressa dagli Alleati per l'uccisione degli ebrei. Quando vennero deportati da Roma ad Auschwitz, Pio XII non intervenne..."

Padre Peter Gumpel postulatore della causa di beatificazione di papa Pacelli afferma che la didascalia che descrivere l'operato di Pio XII è la causa del mancato viaggio del papa in Israele, nonchè del ritardo nella conclusione della casusa di beatificazione. Seguono smentite, che solo in parte smentiscono, da parte del portavoce vaticano Padre Federico Lombardi.

Seguono polemiche, varie prese di posizione. Nulla potrà cancellare il silenzio colpevole di molti, anche tra gli alleati, rispetto allo sterminio degli ebrei. La posizione di Pio XII è ben descritta nella didascalia di cui sopra e non fa onore a lui nè alla chiesa cattolica, nè tanto meno a quelli che continuano a difenderlo e peggio che mai a coloro che lo vorrebbero santo.

venerdì 17 ottobre 2008

Cieli fuori controllo


Vi segnalo un'inchiesta giornalistica di Fabrizio Gatti pubblicata sul numero dell'espresso da oggi nelle edicole, dal titolo "Cieli fuori controllo"- "Scuole di volo irregolari. Ispettori impreparati. Verifiche non effettuate. Carenze, omissioni e silenzi dell'Enac. L'ente pubblico che dovrebbe vigilare sulla sicurezza dei nostri aerei".

giovedì 16 ottobre 2008

Apartheid


S’iniziò con l’istituzione di classi separate per i bambini stranieri nella scuola dell’obbligo. Naturalmente per meglio inserirli e integrarli nella nostra società, e poiché non parlavano perfettamente l’italiano la cosa migliore fu tenerli separati dai coetanei durante le lezioni, questo di certo lì fece sentire ben accetti e amati.

Più tardi si pensò che anche l’attività fisica in comune potesse ingenerare delle situazioni conflittuali, si pensò quindi di utilizzare a turno gli spazi disponibili per tale attività. Purtroppo data l’esiguità degli spazi sopra citati si dovette seppur di mala voglia vietare ogni tipo di attività agli ultimi arrivati in ordine di colore e area geografica.

Il divieto di utilizzo dei medesimi bagni suscitò all’inizio molto clamore, ma una volta spiegato che la misura si era resa necessaria dato che le zone di provenienza dei bambini non garantivano dal punto di vista sanitario degli standard di sicurezza accettabili, il tutto rientrò.

Il passo successivo fu quello degli autobus separati, una misura necessaria in linea con i provvedimenti di cui sopra, testimonianza di una visione coerente. Estendere questi provvedimenti anche ai genitori venne da sé.

Al fine di provvedere alla risoluzione dell’annoso problema casa, vennero istituiti in ogni città dei quartieri, rigidamente separati dai quartieri degli indigeni, in cui ciascun gruppo di non italiani aveva la libertà di insediarsi. Il controllo dei quartieri venne assegnato a dei gruppi organizzati che avevano offerto il loro contributo di tempo e d’impegno per meglio mantenere l’ordine, il tutto nel più totale anonimato dato che come benefattori non intendevano comparire, preferivano rimanere nell’ombra magari in più d’uno.

Anche per quanto riguarda il lavoro si riuscì a risolvere brillantemente il problema dell’impiego per i soggetti sopra citati. Continuarono a svolgere tutti quei lavori che gli indigeni non avevano più voglia di fare retribuiti della metà e per i più fortunati si arrivò fino al 25% del normale compenso. Peccato che la qualità della produzione fosse davvero bassa. Alle volte visto i luoghi di provenienza di questi prestatori d’opera, per farsi capire bisognava intervenire energicamente.

In questi giorni è stata approvata una mozione presentata dalla Lega Nord in cui si propone l’istituzione di classi separate per gli stranieri. Un primo passo. Sta a noi tutti che i restanti passi, non si realizzino.
Alla domanda: “Sono nostri fratelli?” La risposta non può che essere SI.
NON MOLLARE.
(Nella foto: Un cartello dell'epoca dell'apartheid)

mercoledì 15 ottobre 2008

Pena di morte


Secondo un nuovo rapporto diffuso oggi da Amnesty International, le autorità dell'Arabia Saudita mettono a morte, in media, più di due persone a settimana. Quasi la metà delle esecuzioni (e si tratta di una percentuale sproporzionata in rapporto alla popolazione locale) riguarda cittadini stranieri provenienti da paesi poveri e in via di sviluppo.
"Avevamo auspicato che le iniziative in materia di diritti umani che il governo saudita si era vantato di avere introdotto negli ultimi anni, avrebbero potuto mettere fine a tutto questo o almeno determinare una significativa riduzione nell'uso della pena di morte. Invece, abbiamo assistito a un forte aumento delle esecuzioni, che hanno luogo al termine di processi segreti e ampiamente iniqui. Una moratoria sulle esecuzioni è più urgente che mai" - ha dichiarato Malcolm Smart, Direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
Nel 2007 le esecuzioni sono state almeno 158, contro le 39 registrate da Amnesty International l'anno prima. Per quanto riguarda il 2008, al 31 agosto il totale era arrivato già a 71. Si teme una nuova ondata di esecuzioni nelle prossime settimane, dopo la fine del mese sacro del Ramadan.
"Il continuo ricorso alla pena di morte da parte delle autorità saudite, si pone in contrasto con la crescente tendenza mondiale verso l'abolizione" - ha proseguito Smart. "Per di più, la pena di morte in Arabia Saudita è applicata in modo sproporzionato e discriminatorio nei confronti di persone povere, tanto lavoratori stranieri quanto cittadini sauditi che non hanno relazioni familiari o altre conoscenze che potrebbero salvarli dall'esecuzione".
Troppo spesso gli imputati, soprattutto lavoratori migranti provenienti da paesi in via di sviluppo dell'Africa e dell'Asia, non hanno un avvocato e non sono in grado di seguire i procedimenti giudiziari che si svolgono in lingua araba. Sia loro che i sauditi messi a morte non hanno denaro né rapporti con persone influenti che potrebbero intervenire in loro favore, come autorità di governo e capi tribù, circostanze entrambe decisive per ottenere la grazia.
"Le procedure al termine delle quali viene inflitta una condanna a morte sono assai dure, quasi completamente segrete e ampiamente inique. I giudici, tutti uomini, hanno un vasto potere discrezionale e possono emettere una sentenza capitale anche per reati non violenti definiti in modo del tutto generico nelle leggi. Alcuni lavoratori migranti sono rimasti all'oscuro della propria condanna a morte fino alla mattina stessa dell'esecuzione" - ha sottolineato Smart.
Le esecuzioni avvengono generalmente in pubblico, mediante decapitazione. In caso di rapina con omicidio della vittima, il corpo del condannato viene crocifisso dopo l'esecuzione.
L'Arabia Saudita è uno dei pochi paesi del mondo a mantenere un alto tasso di esecuzione di donne e a mettere a morte, in violazione del diritto internazionale, persone minorenni al momento del reato.
"È davvero giunto il momento che l'Arabia Saudita affronti il problema della pena di morte e rispetti gli obblighi derivanti dal diritto internazionale. Come membro eletto del Consiglio Onu dei diritti umani, il governo deve fare marcia indietro e rendere conformi agli standard internazionali le proprie procedure legali e giudiziarie, vietare la pena di morte per i minorenni, garantire processi equi, prendere misure per porre fine alla discriminazione e ridimensionare i poteri discrezionali dei giudici nell'uso di questa pena crudele, inumana e degradante" - ha concluso Smart.

(Nella foto: un condannato a morte decapitato a Riad)

Squadrismo


Il Vaticano: ragazzi stranieri discriminati
Marchetto: «Colpiti i giovani di seconda generazione». Fini: «Cresce la xenofobia»

VARESE — Anna ha ancora gli occhi tumefatti e un gran dolore al collo; nemmeno lei sa dire se le sei compagne di scuola (ora tutte identificate) che l'hanno insultata e malmenata perché marocchina siano state mosse da bullismo o da razzismo: «Di sicuro mi offendevano per il colore della mia pelle...» Aspettando che il trauma passi e che l'episodio diventi solo un brutto ricordo, Anna si è guadagnata ieri anche la solidarietà del Vaticano. Sull'episodio della ragazzina immigrata, pestata per non aver ceduto il posto sull'autobus ad alcune coetanee italiane, è infatti intervenuto monsignor Agostino Marchetto, segretario del consiglio pontificio per i migranti. «Il governo italiano insiste: qui non c'è alcun allarme razzismo ma la discriminazione invece esiste - ha detto il prelato facendo esplicito riferimento a quanto successo a Varese - e quando colpisce i giovani nella loro età più fragile le conseguenze non solo per loro ma per l'intera società possono essere devastanti. E questo rischio riguarda soprattutto i figli degli immigrati».Le autrici del pestaggio sono compagne della vittima, frequentano un istituto di formazione professionale di Varese e vedevano Anna tutti i giorni nei corridoi a scuola: «Io non le ho riconosciute tutte - racconta la studentessa - perché ero a terra e mi picchiavano in tante. Avevo solo una gran paura e speravo che tutto finisse». La scuola frequentata dalla ragazzina e dalle sue compagne che l'hanno aggredita ha già fatto sapere che l'episodio non verrà fatto passare sotto silenzio e che verranno presi provvedimenti disciplinari nei confronti delle ragazze responsabili dell'aggressione. I carabinieri dal canto loro hanno inviato una ricostruzione dell'episodio alla procura minorile ma non è stato al momento specificato il tipo di reato contestato nè se ad esso sarà aggiunta l'aggravante del razzismo.L'ennesimo atto di violenza ai danni di cittadini extracomunitari tiene alta l'attenzione anche del mondo politico. Ieri ha fatto sentire la sua voce il presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini: «E' necessario - sono state le sue parole pronunciate in un convegno a Roma - combattere la tendenza all'isolamento da parte delle minoranze di stranieri e impedire il prodursi di fenomeni di xenofobia che nel nostro paese tendono purtroppo ad aumentare per effetto di paura, ignoranza, degrado».La preoccupazione di Fini sembra essere confermata da un altro episodio avvenuto a Napoli sul quali pesa l'ombra del razzismo: è stato appiccato infatti un incendio alle baracche di un campo nomadi di via Argine, nel quartiere Ponticelli. L'accampamento si trova sotto un ponte dell'autostrada, non si sono registrate vittime solo perché le famiglie che lo abitano sono riuscite ad allontanarsi velocemente
Claudio Del FrateRoberto Rotondo
(Nella foto: La ragazzina marocchina aggredita - Newpress)


Parma, giovane ghanese preso a pugni: non voleva cedere il suo posto sul bus
L'uomo stava andando a lavorare quando è stato aggredito sull'autobus da due persone, probabilmente albanesi


PARMA - Ancora un espisodio di violenza a Parma nei confronti di un extracomunitario. Gli hanno intimato di spostarsi, di alzarsi dal sedile dell'autobus su cui si trovava, per cedere loro il posto: ma lui ha detto di no. Per tutta risposta lo hanno preso a pugni e insultato. È successo a Parma, sulla linea numero 6, nella zona della stazione: vittima del brutto episodio, un giovane ghanese che si stava recando al lavoro, a Sala Baganza, ad una quindicina di chilometri dalla città emiliana. Due stranieri, presumibilmente albanesi, da quanto raccontato dal giovane alla polizia intervenuta sul posto, lo hanno minacciato, costringendolo a suon di botte a lasciare loro il posto a sedere. Il giovane ha così chiamato le forze dell'ordine per denunciare l'episodio.

(Fonte: Corriere della Sera)

martedì 14 ottobre 2008

Portico D’Ottavia


Le vie intorno al Portico d'Ottavia hanno assistito il 16 ottobre del 1943 alla razzia nazista di oltre mille ebrei romani, ammassati nei camion in quello spiazzo davanti al Portico che oggi ha preso il nome di 16 ottobre. Nei mesi successivi, in quelle stesse strade i militi della Repubblica di Salò, i cosiddetti "ragazzi di Salò", hanno dato sistematicamente la caccia agli ebrei, riuscendo ad arrestarne, per consegnarli alla deportazione nazista, ancora più di mille.In quelle strade ieri, come ogni anno, si è tenuta la fiaccolata silenziosa organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio per ricordare questo orrore. Il sindaco di Roma ha, in quest'occasione, pronunciato parole prive d’ambiguità di condanna del fascismo e della persecuzione antisemita.Come cittadina di uno Stato democratico, e come ebrea, non posso che rallegrarmi che il Sindaco di Roma pronunci parole simili. E prenderle per quello che non possono non essere: un impegno preciso contro il razzismo e per la democrazia.

Anna Foa,storica