Oggi la Camera dei deputati – relatore Maurizio Turco - ha approvato all’unanimità il progetto di legge Rita Bernardini ed altri, volto a consentire l'esercizio del voto domiciliare ai disabili intrasportabili anche nel caso in cui questi non dipendano in modo continuativo da apparecchiature elettromedicali.
“Ringrazio tutti coloro che in questi giorni – sollecitati da un'iniziativa nonviolenta di dirigenti e militanti radicali - hanno voluto richiamare l'attenzione del Parlamento su questo tema.
Come Radicali e Come Associazione Luca Coscioni dedichiamo questo primo risultato (ora la proposta deve essere approvata rapidamente anche al Senato) a Luca Coscioni, Piergiorgio Welby e Severino Mingroni, nostro candidato alle elezioni europee.
Sin dal primo momento (8 maggio dello scorso anno, è il giorno del deposito della pdl n. 907) abbiamo voluto che questa legge fosse la legge di tutto il Parlamento perché – finalmente – dopo 61 anni di un diritto costituzionale negato poniamo fine all’odiosa discriminazione che fino ad oggi ha impedito di poter esercitare il diritto di voto a chi per grave disabilità non è in grado di recarsi al seggio elettorale. Se anche il Senato non opporrà ostacoli temporali come è accaduto alla Camera grazie al presidente Fini e ai capigruppo di tutti i partiti, avremo assicurato – anche in Italia, come in tutta Europa - il “suffragio universale”.
Dichiarazione di Rita Bernardini, deputata radicale-Pd, membro della Commissione Giustizia
giovedì 30 aprile 2009
Diritto di voto agli intrasportabili
mercoledì 29 aprile 2009
Esistenze
Sessantuno anni dopo l’Unità d’Italia, nel 1922, avveniva la Marcia su Roma. Ancora oggi si sta discutendo in Italia su come rappresentare la liberazione dalle conseguenze di quell’infausto momento. Oggi, nella data ebraica del 5 di Iyàr, festeggiando il 61° anniversario dell’Indipendenza dello Stato d’Israele ci chiedevamo se sarebbe possibile anche qui una “Marcia su Gerusalemme”. La storia insegna come le vicissitudini delle nazioni, le guerre, le grandi crisi economiche, possano scardinare i principi della convivenza civile generando sconsiderate e tragiche avventure. La società israeliana non è meno complessa e frastagliata rispetto a quella italiana, nelle diverse ideologie politiche e nei contrasti socioeconomici. E in più ha dovuto sopportare l’incessante ostilità del contesto geopolitico che in 61 anni ha causato 22.570 vittime militari e civili. Lo Stato israeliano ha finora saputo esprimere meccanismi di autocritica e di autocontrollo che ne hanno garantito il carattere civile democratico e rappresentativo. La chiave della futura esistenza di Israele sta nella sua capacità di difendere i propri interessi di sopravvivenza e di politica reale, che a volte impongono anche l’uso della forza, senza però mai dimenticare l’eterno imperativo ebraico di perseguire la verità, la giustizia, la vita, l’amore per il prossimo, la pace. È questo il vero senso dell’esigenza irrinunciabile che Israele sia lo Stato ebraico.
Sergio Della Pergola, demografo, Università Ebraica di Gerusalemme
Sergio Della Pergola, demografo, Università Ebraica di Gerusalemme
sabato 25 aprile 2009
Liberazione
Il 25 aprile del 1945, gli eserciti alleati hanno liberato l'Italia del Nord dall'occupazione dei tedeschi e del regime di Salò. Le grandi città del Nord, Genova, Torino e Milano sono insorte, e i partigiani vi sono entrati. Mussolini, in fuga in divisa tedesca, è stato giustiziato. L'Italia era liberata e la guerra era finita. E' vero che questa liberazione è stata opera degli Alleati, non della guerra partigiana, che è rimasta comunque un fenomeno minoritario. Ma è anche vero che si deve alla lotta partigiana e all'insurrezione dell'aprile 1945 se gli italiani hanno potuto, in qualche maniera, entrare a far parte delle nazioni vincitrici e non semplicemente di quelle vinte. Se hanno lavato la vergogna del giugno 1940, dell'attacco alla Francia moribonda. Non è solo la retorica dei decenni successivi a dirlo, ma la storia di quei giorni. Ho in mente l'immagine della cerimonia della Liberazione a Milano, con il rappresentante del CLN a fianco degli alti ufficiali alleati, che parla in piazza del Duomo e bacia in segno di omaggio la bandiera italiana. Quel 25 aprile avevo quattro mesi, e uscii anch'io dalla clandestinità. Come tanta parte degli italiani, come tutti gli ebrei.
Anna Foa, storica
Anna Foa, storica
mercoledì 22 aprile 2009
Durban II - La conferenza della vergogna
Durban 2, le minacce di Ahmadinejad, l’impotenza dell’Occidente
di Valter Vecellio
Solo un ingenuo si può sorprendere per l’intervento del dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad alla conferenza sul razzismo delle Nazioni Unite a Ginevra. Piuttosto, sarebbe stato sorprendente, avrebbe costituito “notizia”, il contrario: che Ahmadinejad cioè non avesse detto quello che ha detto, qualificando Israele “governo razzista” nel cuore del Medio Oriente insediato dopo il 1945.
Nessuna sorpresa, dunque; e reazione scontata, per quanto opportuna: i delegati dell’Unione Europea presenti che lasciano la conferenza, già disertata da molte delegazioni occidentali (oltre a Israele, Canada, Stati Uniti, Italia, Svezia, Germania, Olanda ed Australia); il presidente francese Nicolas Sarkozy che chiede all'Unione europea di reagire con “estrema fermezza”; il segretario dell’ONU Ban Ki-moon, che ripete la sua condanna per quanti negano l’Olocausto. Peccato solo che poco prima avesse ricevuto a colloquio lo stesso Ahmadinejad, e avesse difeso ad oltranza la “conferenza” criticando l’assenza di numerosi paesi.
Il problema non è dunque condannare le parole e i propositi di Ahmadinejad, ci mancherebbe altro! Il punto è: perché l’Occidente continua ad offrire al dittatore iraniano palcoscenici di visibilità e possibilità di veicolare i suoi messaggi? Soprattutto quello che più lascia l’amaro in bocca è che l’Unione Europea non abbia saputo (o voluto?) trovare una posizione comune.
Quello che è accaduto a Ginevra era ampiamente prevedibile e previsto. Ahmadinejad a parte, i testi predisposti per l’appuntamento svizzero sono caratterizzati da un’impostazione di base inaccettabile: Israele equiparato ad un paese razzista anziché a una democrazia, pur con tutti i suoi limiti e difetti. Che il Vaticano si trovi a suo agio in un consesso convocato con simili piattaforme, anche questo non sorprende. La Chiesa dei Ratzinger e dei Bertone, dei Martino e dei Fisichella (e fino a ieri dei Barragan), è quella che è; quella presenza è una coerenza.
A questo punto conviene chiedersi che cosa si cela dietro le intemerate del leader iraniano; e di quale forza dispone per potersi porre con tale virulenza al centro di uno schieramento che è sempre stato politicamente frammentato, nonostante il potente cemento religioso sconosciuto a Occidente. La risposta, oltre a petrolio e risorse energetiche, si chiama “nucleare”: un deterrente che l’Iran sta creandosi passo dopo passo, senza che nel mondo si apprestino efficaci contromisure.
In proposito è istruttiva, almeno nella sua parte descrittiva, la lettura di un recente saggio di Emanuele Ottolenghi, “La bomba iraniana”. Docente universitario a Oxford e a Gerusalemme, Ottolenghi dirige il “Transatlantic Institute”, un think tank con sede a Bruxelles. Il programma nucleare iraniano, sostiene, prosegue al di là delle tranquillizzanti dichiarazioni. Lo scopo più volte enunciato (il potenziamento del nucleare civile), non trova conferme: nessuna delle ipotizzate centrali è stata mai costruita da vent’anni a questa parte mentre l’intero programma è gestito da istituti legati alle forze armate. Al contrario, gli iraniani continuano ad accumulare l'uranio e a incentivare il lavoro sui missili balistici.
Il “dossier Iran” è una delle questioni di politica estera e di sicurezza più importante e strategica oggi sul tappeto. E’ anche tra le più complesse: sono in gioco giganteschi e divergenti interessi economici legati al petrolio all'interno dello schieramento occidentale. Che può fare la comunità internazionale? Certamente molto di più di quanto non abbia fatto sinora, inasprendo le sanzioni, forte della dipendenza di Teheran con l'Europa in fatto di forniture commerciali e tecnologiche. L’Iran di Ahmadinejad forse non è “la” minaccia per la stabilità mondiale come sostiene Ottolenghi, ma certamente è “una” minaccia; una realtà con cui piaccia o no, dovremo fare i conti.
(Fonte: “Notizie radicali”)
di Valter Vecellio
Solo un ingenuo si può sorprendere per l’intervento del dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad alla conferenza sul razzismo delle Nazioni Unite a Ginevra. Piuttosto, sarebbe stato sorprendente, avrebbe costituito “notizia”, il contrario: che Ahmadinejad cioè non avesse detto quello che ha detto, qualificando Israele “governo razzista” nel cuore del Medio Oriente insediato dopo il 1945.
Nessuna sorpresa, dunque; e reazione scontata, per quanto opportuna: i delegati dell’Unione Europea presenti che lasciano la conferenza, già disertata da molte delegazioni occidentali (oltre a Israele, Canada, Stati Uniti, Italia, Svezia, Germania, Olanda ed Australia); il presidente francese Nicolas Sarkozy che chiede all'Unione europea di reagire con “estrema fermezza”; il segretario dell’ONU Ban Ki-moon, che ripete la sua condanna per quanti negano l’Olocausto. Peccato solo che poco prima avesse ricevuto a colloquio lo stesso Ahmadinejad, e avesse difeso ad oltranza la “conferenza” criticando l’assenza di numerosi paesi.
Il problema non è dunque condannare le parole e i propositi di Ahmadinejad, ci mancherebbe altro! Il punto è: perché l’Occidente continua ad offrire al dittatore iraniano palcoscenici di visibilità e possibilità di veicolare i suoi messaggi? Soprattutto quello che più lascia l’amaro in bocca è che l’Unione Europea non abbia saputo (o voluto?) trovare una posizione comune.
Quello che è accaduto a Ginevra era ampiamente prevedibile e previsto. Ahmadinejad a parte, i testi predisposti per l’appuntamento svizzero sono caratterizzati da un’impostazione di base inaccettabile: Israele equiparato ad un paese razzista anziché a una democrazia, pur con tutti i suoi limiti e difetti. Che il Vaticano si trovi a suo agio in un consesso convocato con simili piattaforme, anche questo non sorprende. La Chiesa dei Ratzinger e dei Bertone, dei Martino e dei Fisichella (e fino a ieri dei Barragan), è quella che è; quella presenza è una coerenza.
A questo punto conviene chiedersi che cosa si cela dietro le intemerate del leader iraniano; e di quale forza dispone per potersi porre con tale virulenza al centro di uno schieramento che è sempre stato politicamente frammentato, nonostante il potente cemento religioso sconosciuto a Occidente. La risposta, oltre a petrolio e risorse energetiche, si chiama “nucleare”: un deterrente che l’Iran sta creandosi passo dopo passo, senza che nel mondo si apprestino efficaci contromisure.
In proposito è istruttiva, almeno nella sua parte descrittiva, la lettura di un recente saggio di Emanuele Ottolenghi, “La bomba iraniana”. Docente universitario a Oxford e a Gerusalemme, Ottolenghi dirige il “Transatlantic Institute”, un think tank con sede a Bruxelles. Il programma nucleare iraniano, sostiene, prosegue al di là delle tranquillizzanti dichiarazioni. Lo scopo più volte enunciato (il potenziamento del nucleare civile), non trova conferme: nessuna delle ipotizzate centrali è stata mai costruita da vent’anni a questa parte mentre l’intero programma è gestito da istituti legati alle forze armate. Al contrario, gli iraniani continuano ad accumulare l'uranio e a incentivare il lavoro sui missili balistici.
Il “dossier Iran” è una delle questioni di politica estera e di sicurezza più importante e strategica oggi sul tappeto. E’ anche tra le più complesse: sono in gioco giganteschi e divergenti interessi economici legati al petrolio all'interno dello schieramento occidentale. Che può fare la comunità internazionale? Certamente molto di più di quanto non abbia fatto sinora, inasprendo le sanzioni, forte della dipendenza di Teheran con l'Europa in fatto di forniture commerciali e tecnologiche. L’Iran di Ahmadinejad forse non è “la” minaccia per la stabilità mondiale come sostiene Ottolenghi, ma certamente è “una” minaccia; una realtà con cui piaccia o no, dovremo fare i conti.
(Fonte: “Notizie radicali”)
martedì 21 aprile 2009
Terribili ricordi d'oggi
Centoquaranta esseri umani, in pericolo di vita su una nave respinta da un porto all'altro, saranno sbarcati in Italia per ragioni di emergenza umanitaria. Curati, rifocillati, salvati dalla morte. E' una decisione molto giusta, e come cittadina italiana sono sollevata che il mio Paese l'abbia infine presa, che abbia posto la salvezza delle vite umane al di sopra di ogni altra considerazione. Di fronte alle stesse scelte, Malta ha deciso invece di anteporre ragioni politiche e di opportunità a quelle umanitarie. Di navi cariche di profughi disperati, sballottate da un porto all'altro senza accoglienza da parte di nessuno, è piena la storia recente degli ebrei: l'Exodus, per esempio, ma anche, meno conosciuta ma più tragica, la St. Louis, la nave respinta prima da Cuba e poi dagli Stati Uniti nel 1939, con il suo carico di novecento ebrei, restituiti alla morte nazista in Europa. Quando guardo le immagini del Pinar, è questo che mi torna alla mente.
Anna Foa, storica
Anna Foa, storica
lunedì 20 aprile 2009
James G. Ballard
Non uccidete il re. Per la laicità
Un prete radicale nella rivoluzione francese (*)
di Angiolo Bandinelli
Chiunque segua il dibattito in corso sui temi dell’incontro - o scontro - tra laici e cattolici, i vestali dello Stato e gli alfieri della Chiesa, non può non aver avuto, prima o poi, la sensazione di scorrere i capitoli di una apologetica monotona e arida, povera di basi storiche, ideali, religiose e filosofiche, preoccupata soprattutto di nutrire una schermaglia più aggressiva che convincente. I laici appaiono impacciati e sulla difensiva, mentre la parte cattolica si accontenta di giocare una partita evasiva e ripetitiva. La cultura cattolica ha valori grandiosi e rispettabili ma, nell’attuale polemica, solo raramente i suoi paladini avanzano tesi e posizioni di un qualche spessore: più spesso, queste vengono eluse o, se affiorano, sono accantonate con fretta sospetta, quasi per non offrire spazio al nuovo, al profondo, all’essenziale, valori o passioni senza i quali gli slanci della fede intristiscono come piantine rinsecchite.
A chi volesse rintracciare i termini alti della problematica cattolica siamo oggi in grado di consigliare una gratificante lettura, che ci immerge in un clima di discussioni su temi non distanti dall’oggi, però tenuti ad un eccezionale livello. Il libro, compatto ed essenziale, tratteggia la figura e alle opere di un prete, Baptiste-Henri Grégoire (1750-1831), in gioventù partecipe, seppur defilato, dello scontro tra giansenismo (con annessi gallicanesimo, figurismo, richerismo…) e gesuiti, poi invece protagonista originale delle vicende della rivoluzione francese, cui partecipò fin dall’inizio come eletto agli Stati Generali in rappresentanza del basso clero. Nell’acceso clima di Versailles l’abbé Grégoire si segnala come uno dei “venti o trenta deputati più noti, subito riconoscibili già dalla voce”. Sarà tra i promotori della Pallacorda, poi figura eminente della Assemblea Costituente, della Legislativa e della Convenzione. Benché avesse votato contro la costituzione civile del clero accettò, alla fine, di essere nominato vescovo “assermenté” di Blois e di Mans.
Il libro si sofferma in particolare sulla presa di posizione del nostro abate contro la pena capitale irrogata a re Luigi XVI, il sovrano che lui (di passioni repubblicane) aveva contribuito a far processare e condannare. A sottolinearne l’attualità, il curatore Luigi Recupero fa un puntuale riferimento alla campagna per la moratoria della pena di morte dei radicali di “Nessuno tocchi Caino”. Ma l’intervento parlamentare per evitare la decapitazione di Luigi XVI è solo uno dei tanti con i quali l’abbé viene man mano costruendo l’immagine di un credente, un cattolico, fautore coraggioso di grandi principi liberali e di modernissimi valori democratici. A pochi giorni dalla nascita dell’Assemblea Costituente, Grégoire presentava una mozione per chiedere l’ammissione dei delegati ebrei. Interverrà poi a più riprese, a favore del basso clero angariato dalle gerarchie o per chiedere che alla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” ne venisse allegata una sui “Doveri” e che nel documento fosse fatto esplicito riferimento a Dio quale garante di quei diritti; ma anche per opporsi al sistema elettorale censitario o per fare estendere l’elettorato passivo alla gente di colore. Temi ecclesiali e laici insieme, l’elenco completo sarebbe troppo lungo.
L’abbé Grégoire deve essere considerato uno dei padri del liberalismo, cui arriva non da posizioni laicoborghesi o di stampo protestante, ma da profonde meditazioni sui valori della fede cattolica. Le chiavi filosofico-teologiche di cui egli essenzialmente si serve sono il gallicanesimo e il giansenismo di Port- Royal, con il suo severo agostinismo. Il gallicanesimo propugnava non solo il controllo dei sovrani francesi sulle nomine dei vescovi, ma anche la tesi che il potere del papa trovi un limite nell’autorità dei vescovi riuniti in concilio. E sono ben note le tesi gianseniste sulla grazia, la predestinazione e il libero arbitrio, come anche sulla severità e semplicità del culto e dei costumi ecclesiastici. Il suo gallicanesimo, il suo giansenismo, sono un fecondo humus di valori liberali e democratici i cui frutti si ritroveranno nel pensiero di un Manzoni come di un Buonaiuti, fino a certe indicazioni e percorsi riformatori del Concilio Vaticano II.
Cinque, i testi qui tradotti: i due interventi pronunciati nelle sedute del 12 e 18 agosto 1789, riguardanti la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino; il grande discorso del 15 novembre 1792 per evitare la pena di morte a Luigi XVI e quello “sulla libertà dei culti” del 21 dicembre 1974. Infine, viene presentata la “Lettera del cittadino Grégoire, vescovo di Blois, a Monsignor Ramon-Joseph de Arçe, arcivescovo di Burgos, inquisitore generale di Spagna”, per caldeggiare la soppressione dell’odioso tribunale. Ogni documento si giova di una presentazione di Luigi Recupero, che cura anche il ricco apparato di note e una utile bibliografia generale.
Baptiste-Henri Grégoire
“Non uccidete il re. Per la laicità”
a cura di Luigi Recupero, prefazione di Stefania Mazzone
pp. 170, Euro 13,40
Selene edizioni 2008
NOTE
(*) Da “L’Indice dei libri del mese”, aprile 2009
di Angiolo Bandinelli
Chiunque segua il dibattito in corso sui temi dell’incontro - o scontro - tra laici e cattolici, i vestali dello Stato e gli alfieri della Chiesa, non può non aver avuto, prima o poi, la sensazione di scorrere i capitoli di una apologetica monotona e arida, povera di basi storiche, ideali, religiose e filosofiche, preoccupata soprattutto di nutrire una schermaglia più aggressiva che convincente. I laici appaiono impacciati e sulla difensiva, mentre la parte cattolica si accontenta di giocare una partita evasiva e ripetitiva. La cultura cattolica ha valori grandiosi e rispettabili ma, nell’attuale polemica, solo raramente i suoi paladini avanzano tesi e posizioni di un qualche spessore: più spesso, queste vengono eluse o, se affiorano, sono accantonate con fretta sospetta, quasi per non offrire spazio al nuovo, al profondo, all’essenziale, valori o passioni senza i quali gli slanci della fede intristiscono come piantine rinsecchite.
A chi volesse rintracciare i termini alti della problematica cattolica siamo oggi in grado di consigliare una gratificante lettura, che ci immerge in un clima di discussioni su temi non distanti dall’oggi, però tenuti ad un eccezionale livello. Il libro, compatto ed essenziale, tratteggia la figura e alle opere di un prete, Baptiste-Henri Grégoire (1750-1831), in gioventù partecipe, seppur defilato, dello scontro tra giansenismo (con annessi gallicanesimo, figurismo, richerismo…) e gesuiti, poi invece protagonista originale delle vicende della rivoluzione francese, cui partecipò fin dall’inizio come eletto agli Stati Generali in rappresentanza del basso clero. Nell’acceso clima di Versailles l’abbé Grégoire si segnala come uno dei “venti o trenta deputati più noti, subito riconoscibili già dalla voce”. Sarà tra i promotori della Pallacorda, poi figura eminente della Assemblea Costituente, della Legislativa e della Convenzione. Benché avesse votato contro la costituzione civile del clero accettò, alla fine, di essere nominato vescovo “assermenté” di Blois e di Mans.
Il libro si sofferma in particolare sulla presa di posizione del nostro abate contro la pena capitale irrogata a re Luigi XVI, il sovrano che lui (di passioni repubblicane) aveva contribuito a far processare e condannare. A sottolinearne l’attualità, il curatore Luigi Recupero fa un puntuale riferimento alla campagna per la moratoria della pena di morte dei radicali di “Nessuno tocchi Caino”. Ma l’intervento parlamentare per evitare la decapitazione di Luigi XVI è solo uno dei tanti con i quali l’abbé viene man mano costruendo l’immagine di un credente, un cattolico, fautore coraggioso di grandi principi liberali e di modernissimi valori democratici. A pochi giorni dalla nascita dell’Assemblea Costituente, Grégoire presentava una mozione per chiedere l’ammissione dei delegati ebrei. Interverrà poi a più riprese, a favore del basso clero angariato dalle gerarchie o per chiedere che alla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” ne venisse allegata una sui “Doveri” e che nel documento fosse fatto esplicito riferimento a Dio quale garante di quei diritti; ma anche per opporsi al sistema elettorale censitario o per fare estendere l’elettorato passivo alla gente di colore. Temi ecclesiali e laici insieme, l’elenco completo sarebbe troppo lungo.
L’abbé Grégoire deve essere considerato uno dei padri del liberalismo, cui arriva non da posizioni laicoborghesi o di stampo protestante, ma da profonde meditazioni sui valori della fede cattolica. Le chiavi filosofico-teologiche di cui egli essenzialmente si serve sono il gallicanesimo e il giansenismo di Port- Royal, con il suo severo agostinismo. Il gallicanesimo propugnava non solo il controllo dei sovrani francesi sulle nomine dei vescovi, ma anche la tesi che il potere del papa trovi un limite nell’autorità dei vescovi riuniti in concilio. E sono ben note le tesi gianseniste sulla grazia, la predestinazione e il libero arbitrio, come anche sulla severità e semplicità del culto e dei costumi ecclesiastici. Il suo gallicanesimo, il suo giansenismo, sono un fecondo humus di valori liberali e democratici i cui frutti si ritroveranno nel pensiero di un Manzoni come di un Buonaiuti, fino a certe indicazioni e percorsi riformatori del Concilio Vaticano II.
Cinque, i testi qui tradotti: i due interventi pronunciati nelle sedute del 12 e 18 agosto 1789, riguardanti la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino; il grande discorso del 15 novembre 1792 per evitare la pena di morte a Luigi XVI e quello “sulla libertà dei culti” del 21 dicembre 1974. Infine, viene presentata la “Lettera del cittadino Grégoire, vescovo di Blois, a Monsignor Ramon-Joseph de Arçe, arcivescovo di Burgos, inquisitore generale di Spagna”, per caldeggiare la soppressione dell’odioso tribunale. Ogni documento si giova di una presentazione di Luigi Recupero, che cura anche il ricco apparato di note e una utile bibliografia generale.
Baptiste-Henri Grégoire
“Non uccidete il re. Per la laicità”
a cura di Luigi Recupero, prefazione di Stefania Mazzone
pp. 170, Euro 13,40
Selene edizioni 2008
NOTE
(*) Da “L’Indice dei libri del mese”, aprile 2009
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